Lazio, 120 anni di sogni

Juan Carlos Lorenzo, tecnico stracult tra aneddoti e straordinaria conoscenza del calcio

Argentino di Buenos Aires, per tre volte sulla panchina della Lazio. Infiniti racconti sulla sua superstizione e sul suo particolare modo di interpretareil gioco: dalle maglie bruciate negli spogliatoi al numero 8 che lo ossessionava in ogni scelta fino a quel look estremo con la musica del tango a tutto volume per disorientare i giocatori della Roma prima di un derby

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STRACULT. Allenarsi correndo dietro una gallina, il pullman della squadra costretto a passare per scaramanzia col rosso, l’ossessione nel numero 8, una caccia senza quartiere alle spie. Juan Carlos Lorenzo fu un grande allenatore, ma uscito direttamente da uno di quei film anni 70-80, oggi Stracult. Se non fosse che quelle cinecommedie - “Il presidente del Borgorosso Football Club” (1970), “L’allenatore nel Pallone” (1984), “Mezzo Destro, Mezzo Sinistro” (1985) - uscirono dopo di lui, prendendo in parte ispirazione anche da questo totem della Lazio anni 60. Anzi in “Mezzo destro, Mezzo Sinistro”, l’allenatore interpretato da Leo Gullotta “Juan Carlos Fulgencio”, lo richiama espressamente. Lazio dove Lorenzo tornò, a più riprese, l’ultima, richiamato da Giorgio Chinaglia, nel 1984. Come se Carlo Taranto, Lino Banfi e Leo Gullotta fossero usciti dallo schermo e si fossero seduti in panchina vicino a te.

 Andando indietro nel tempo, esiste una Lazio vincente, quella di Cragnotti ed Eriksson (a cavallo tra gli anni 90 e 2000), una Lazio epica, quella del primo scudetto di Maestrelli e Chinaglia (anni 70), e una Lazio eroica (anni 60), grandiosa e disperata al tempo stesso, ma leggendaria, il vero cuore degli autentici, anziani, laziali. Un prequel, direbbero oggi: tutto quello che è stato dopo, lì nacque. In un calcio più a misura d’uomo, ma anche rustico, abbastanza smandrappato, in un Olimpico antico ma originale e pieno di sole, tra uomini incredibili e un mondo all’opposto.

Di quella Lazio così umanamente ricca, Juan Carlos Lorenzo, argentino di Buenos Aires, allenatore internazionale che sarebbe poi arrivato anche a una finale di Coppa dei Campioni con l’Atletico Madrid (1974) e avrebbe anche vinto titoli in patria col Boca Juniors, per due volte ct della nazionale, per tutti semplicemente Toto, ne fu il personaggio eponimo. Quello che ha lasciato più ricordi, aneddoti, storie tramandate di laziale in laziale, anche deformate e ingigantite sempre più. L’allenatore stregone passato alla leggenda.

Centrocampista della Sampdoria nei primi anni 50, aveva cominciato la carriera di allenatore con un certo successo, fino ad arrivare alla guida dell’Argentina stessa ai Mondiali in Cile, e trovare poi un ingaggio in Italia nella Lazio dell’allora vicepresidente e commissario straordinario Angelo Miceli, costruttore siciliano in attività a Roma (1962). E’ una Lazio che gioca in serie B, non una grande squadra, ma un club che vive di una nobiltà decaduta, instabile, addirittura commissariato dalla Lega Calcio per gravi problemi economici.

E’ un passato, quello di Lorenzo, che torna e ritorna più volte, fino alla prima metà degli anni 80 appunto. Juan Carlos Lorenzo guiderà la Lazio per tre volte nella sua carriera, per 6 stagioni (o spezzoni) e 185 partite complessive. Ne faccio, per comodità, una breve sintesi: 
 

62-63

Serie B, subentrato a Roberto Facchini alla 5a giornata, direttore tecnico insieme a Bob Lovati allenatore ufficiale, 48 punti insieme al Bari, 3° posto ufficiale e promozione in serie A. Principali giocatori: Pagni, Bernasconi, Rozzoni, Morrone.

63-64

Serie A, ottavo posto. Principali giocatori: Landoni, Pagni, Maraschi, Morrone.

68-69

Serie B, 1° posto. Presidente Umberto Lenzini, Lorenzo direttore tecnico, con Lovati allenatore. Promozione in Serie A. Principali giocatori: Ferruccio Mazzola, Governato, Ghio, Massa, Morrone.

69-70

Serie A, 8° posto. Principali giocatori, Wilson, Chinaglia, Marchesi, Oddi, Governato, Nanni, Massa, Morrone

Lorenzo e Chinaglia durante il ritiro estivo della Lazio nel 1969 

70-71

Serie A, 15° posto, Lazio retrocessa in Serie B. Principali giocatori: Wilson, Chinaglia, Marchesi, Governato, Facco, Morrone. 

84-85

Serie A, presidente Giorgio Chinaglia, Lorenzo subentra a Paolo Carosi dalla 4a giornata (ottobre 84). Licenziato dopo la 20a giornata. Giocatori principali: Manfredonia, Giordano, D’Amico, Laudrup. A fine stagione 15° posto e retrocessione in B.
Lorenzo con Giordano, Laudrup, Batista e D'Amico 
Juan Carlos Lorenzo è il padre - forse, meglio, uno zio simpaticone - della Lazio che poi tutti racconteranno. Quella di Maestrelli, Chinaglia, lo scudetto, le maledizioni, la grandezza anche tragica dei suoi personaggi. Quando a Roma però senti parlare con grande orgoglio di “lazialità” vuol dire che il vero laziale da quegli anni deve essere passato ed essere stato temprato.
 
Juan Carlos Lorenzo è la versione romana e laziale di Helenio Herrera: e infatti per ben tre anni (68-69, 69-70, 70-71) lì troveremo uno di quà e uno di là dal Tevere: Herrera alla Roma, Lorenzo tornato alla Lazio riportato in biancoceleste da Umberto Lenzini. Per Herrera e Lorenzo il calcio è un tango, non va solo giocato e ballato, va interpretato, caricato umanamente di sentimento, riempito di sguardi, espressioni, e soprattutto, nel loro caso, di parole ed impeto. La partita e tutto ciò che c’è intorno alla partita va interpretato, come un grande attore. Già il fatto che tutti chiamassero Lorenzo per riverenza “Don Juan” (Don Giovanni) può dirci del fascino tutto latino del personaggio. Al di là dei risultati, comunque importanti anche se spesso contraddittori, di quella Lazio resta proprio la teatralità, il racconto trasmesso per via orale dai tifosi, l’eccentricità della vita quotidiana della squadra. 
  
Non riuscendo più a dare ordine alle letture, ai racconti e in parte anche ai ricordi da bambino per antiche frequentazioni genitoriali, e professionali per aver intercettato JCL negli anni 80 - in quello strambo e pazzo remake della Lazio anni 70 -  ho cercato di fare una lista delle superstizioni e stranezze di Juan Carlos Lorenzo. Ripeto, non tutto è storicamente provato e documentato - anche se Wilson e Oddi possono andare avanti ore a raccontare senza fermarsi -  ma secondo me modificato dalla tramandazione orale della leggenda. E proprio per questo diventato intramontabile e oggetto di “cult” anche cinematografico. Dunque così, abbastanza random.

* Dopo un derby perso con la Roma, fece bruciare le maglie nello spogliatoio.

* Costrinse i giocatori a vestire le magliette estive anche a gennaio perché con quelle aveva vinto un derby.

* Non si può cambiare l’abito di una partita vinta, non solo l’allenatore (considerava portafortuna le scarpe luccicanti, una camicia blu a pallini bianchi e una cravatta altrettanto blu): tutti. In realtà qualsiasi gesto, qualsiasi pratica viene ripetuta ossessivamente se si vince: anche il menù prepartita o della sera prima.

* Siccome prima di una partita vinta a Roma il pullmann della squadra passò inavvertitamente col rosso all’incrocio delle Belle Arti, si dice che Lorenzo costringesse l’autista a fare sempre la stessa strada e a passare col rosso al semaforo delle Belle Arti.

* Aveva la scaramanzia del numero 8: in albergo voleva solo camere con quel numero (108, 218, 328 etc), viaggiava in scompartimenti di treno con l’8, idem per il numero di posto. Si dice che alla vigilia di un partita, in ritiro costrinse un tale a cambiare stanza, perché non se ne trovava un’altra col numero 8.

* Era ossessionato dalle “spie”, le vedeva ovunque, nei campi d’allenamento e negli alberghi. Oddi racconta che un giorno fu costretto a parlare con un tizio che allo sguardo non convinceva Lorenzo e che lui guardava sospettoso nell’hall del ritiro a Fregene. Voleva insomma che lo facesse andar via. “Ma io sono il proprietario dell’albergo, sono io che caccio voi!”

* Si rifiutò di far cominciare un allenamento a porte aperte con i tifosi già sulle tribune del Flaminio, tutti furono mandati via. Disse che arrivando al campo aveva visto un tizio con la macchina targata Brescia e la domenica successiva la Lazio doveva giocare proprio col Brescia. Per sicurezza comunque in casi del genere usava mettere terzini a centravanti e viceversa.

* Costrinse il terzino Zanetti, ma forse anche altri giocatori, a inseguire e prendere una gallina in un recinto a Tor di Quinto per migliorare riflessi e scatto. E’ pittoresco e assurdo, ma non così unico: in Rocky II (1979), il vecchio allenatore interpretato da Burgess Meredith costringe anche Stallone/Balboa a farlo, affermando come “ai suoi tempi” il “Chicken Chase” (inseguimento alla gallina) fosse una pratica di allenamento comune nello sport. 

* Nel novembre 84 (terza esperienza laziale, richiamato da Chinaglia presidente americano) affronta il derby con la Roma, accogliendo nei corridoi dell’Olimpico i giocatori giallorossi con pantaloni ascellari, camicia scura con colletto dalle punte enormi, cinta altissima, tacco altissimo, capelli imbrillantinati, un calice di spumante in mano rivolto agli avversari, e un mangianastri che suona un tango a tutto volume. I giocatori della Roma rimangono esterrefatti.

* Prima di un Samp-Lazio (dicembre 84) costringe il terzino Filisetti (76 chili) a perdere cinque chili in una settimana perché deve marcare Francis (71). Altri dicono che i chili da perdere erano solo tre. Ovviamente Filisetti non si regge in piedi, la Samp va avanti di due gol. Lorenzo sostituisce Filisetti, negli spogliatoi fa bruciare le maglie, e pareggia 2-2 con Calisti e Batista.

* Ricordando un gol fatto su punizione mentre Ghio e Ferruccio Mazzola litigavano furibondamente distraendo gli altri, pretese che sulle punizioni si operassero manovre di disturbo. A Giordano arrivò a chiedere “Invece di tirare punizione, devi metterti vicino a barriera e dire: hijo de mignota, mortaci tui” per seminare confusione nella squadra avversaria. Con Giordano non si prese mai, era convinto gli facesse la guerra, lo mise fuori squadra.

* Si dice che ai giocatori chiedesse di cospargersi le mani con una crema urticante e poi toccare e irritare gli occhi degli avversari. Oppure ai difensori (Spinozzi, Filisetti, Storgato), di mettere nei calzettoni foto delle mogli di Virdis, Altobelli, Zico per farli arrabbiare, reagire e dunque farli espellere.

* Al portiere Orsi ordirò di cambiare la maglia rossa perché “attirava” i tiri degli altri.

* Altre storie: spargere il sale sul campo (lo facevano anche Anconetani al Pisa e Rozzi all’Ascoli), entrare sul campo col piede sinistro: ma questo nel calcio è comunissimo.

* Lorenzo non è solo un allenatore, è un “manager” ante litteram. Alla Lazio si ricorda il cosiddetto piano MILOR 1964 (Miceli-Lorenzo): è sua l’idea, mutuata dal Boca Juniors, in tempi di crisi economica nella sua prima Lazio, di una vendita di abbonamenti pluriennali per tifosi Doc. 200.000 lire l’uno per arrivare a 600.000.000, e garantire campagna acquisti e pagamento degli  stipendi ai giocatori. L’anno dopo però Lorenzo passò clamorosamente alla Roma (alla notizia venne letteralmente cacciato in malo modo da Tor di Quinto dal dirigente notaio Nanni Gilardoni), e fu sua l’idea della “Colletta del Sistina” (1965) - presidente Marini Dettina -  con la squadra radunata al teatro per chiedere i soldi per la trasferta di Vicenza e il pagamento degli stipendi. Giacomino Losi bassò col bussolotto tra le file della gente. Forse la scena più umiliante e beffarda della storia della Roma e del calcio intero. 

L’aneddotica tracimante ha schiacciato e travolto Juan Carlos Lorenzo: siamo in piena commedia all’italiana. Ma l’allenatore resta comunque un grande tecnico, un precursore dell’allenatore come leader protagonista, che storicamente si ritiene un traguardo raggiunto e tagliato da Helenio Herrera. Lorenzo resta l’uomo delle promozioni della Lazio, quando la B non era un campionato spazzato via dal calcio estero, ma un torneo seguito e popolare. E’ l’allenatore che spinge all’ingaggio di Wilson e Chinaglia dall’Internapoli, convinto dai rapporti degli osservatori. E’ lui che sgrezza tecnicamente Chinaglia lo sottopone a dieta ferrea, gli vieta l’alcol e perfino l’ascensore. Long John manterrà un ottimo rapporto con lui.
  Lorenzo pratica un calcio moderno, spiega il “tourbillon” ai giocatori in ritiro muovendo monete da 50 e 100 lire su un tavolo, come un prestigiatore. I suoi erano germi di calcio totale. Nonostante la retrocessione del 71, l’esonero e l’ingaggio di Maestrelli, a Roma sorgerà un movimento di tifosi - “La Coscienza della Lazio” - che critica e contesta pesantemente squadra e società all’inizio della nuova stagione. Si è sempre sospettato che a dirigere e indirizzare “La Coscienza della Lazio” ci fosse Lorenzo stesso. Insomma siamo a qualcosa di sideralmente distante dal calcio di oggi.
  Il suo ritorno alla Lazio nel 1984 fu un disastro concluso, con la retrocessione in B della squadra di Giordano, D’Amico, Manfredonia e Laudrup. E’ stato scritto persino che al primo allenamento avesse letto un biglietto di auguri che diceva essergli stato mandato da Alcide De Gasperi, morto però trenta anni prima. O forse chissà che De Gasperi fosse… Poi fece marcare Maradona al giovane Calisti, e l’argentino ne fece tre. Fu la fine: esonerato se ne andò senza salutare nessuno, nemmeno Chinaglia, ritirandosi tra Miami e Buenos Aires. Ma lasciando di se stesso la più stramba, buffa, paradossale leggenda del calcio italiano.
  Personaggio da cinecommedia o letterario da libro di Osvaldo Soriano, a Tor di Quinto dove un tempo si allenava la squadra, la Lazio un giorno dovrà innalzare la statua di un uomo dal sorriso beffardo, il corpo tozzo, il nasone schiacciato, le gambe arcuate, e la coppola appoggiata sui capelli imbrillantinati. Nessun laziale rinuncerebbe a un solo minuto di quella storia.
  Juan Carlos Lorenzo, nato a Buenos Aires il 20 ottobre 1922, morto  sempre a Buenos Aires il 14 novembre 2001. La maggioranza delle fonti sostengono che le sue ceneri siano state sparse dietro una porta alla Bombonera, nello stadio del Boca. Ma anche questo è leggenda. La volontà della moglie e un numero identificativo della sua lapide ci dicono che i suoi resti sono sepolti al cimitero “Jardin de Paz” a Belgrano.