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Zeman, quando accendere le emozioni a volte è più importante che alzare coppe

Nei nostri occhi e nella memoria abbiamo ancora la sua Lazio, e quelle domeniche strepitose in cui ogni malinconia veniva dimenticata grazie alla bellezza del gioco
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LA LAZIO di Zeman fu la gioia di chiunque ama il calcio, sembrò davvero di tornare nel cortile dove giocavamo da bambini: tutti avanti e gol a valanghe, senza stare a badare troppo alla difesa. Zemanlandia fu la riconquista del piacere del gioco, cercando di fare almeno una rete più degli avversari. E questa giostra scintillante avveniva sotto lo sguardo sornione e affumicato di quel boemo di poche parole, capace di trasformare una squadra prudente in una nave pirata sempre all’assalto.

Abitava vicino a casa mia, Zeman, a volte lo incrociavo la sera e avrei voluto ringraziarlo per quanto ci faceva divertire, ma la sua maschera impassibile mi metteva soggezione e non gli dissi mai niente. Era la Lazio di Beppe Signori, “segna sempre lui”, piccolo torello dal sinistro incrociato ed esplosivo che mi ricordava le rasoiate di Giggiriva. A centrocampo giocavano Winter, Di Matteo e Fuser, nessun campione, ma tutti e tre intelligenti e capaci di ribaltare il g…
LA LAZIO di Zeman fu la gioia di chiunque ama il calcio, sembrò davvero di tornare nel cortile dove giocavamo da bambini: tutti avanti e gol a valanghe, senza stare a badare troppo alla difesa. Zemanlandia fu la riconquista del piacere del gioco, cercando di fare almeno una rete più degli avversari. E questa giostra scintillante avveniva sotto lo sguardo sornione e affumicato di quel boemo di poche parole, capace di trasformare una squadra prudente in una nave pirata sempre all’assalto.

Abitava vicino a casa mia, Zeman, a volte lo incrociavo la sera e avrei voluto ringraziarlo per quanto ci faceva divertire, ma la sua maschera impassibile mi metteva soggezione e non gli dissi mai niente. Era la Lazio di Beppe Signori, “segna sempre lui”, piccolo torello dal sinistro incrociato ed esplosivo che mi ricordava le rasoiate di Giggiriva. A centrocampo giocavano Winter, Di Matteo e Fuser, nessun campione, ma tutti e tre intelligenti e capaci di ribaltare il gioco in un attimo.

Un anno arrivammo secondi e un anno terzi, senza mai davvero avvicinarci alla vetta del campionato, ma in fondo non era importante il piazzamento finale, quello che contava davvero era l’energia sposata alla geometria, corsa e righello, entusiasmo e schemi che sembravano derivare dal volo preciso degli uccelli. Dietro a tutto ciò c’erano i famosi gradoni, allenamenti sfiancanti, ripetute violente, sudore e sudore: e in campo questa immensa fatica si trasformava in leggerezza, il piombo diventava oro, il sudore produceva un profumo inebriante.

Zeman è stato spesso rimproverato di non aver mai vinto nulla, addirittura di essere un perdente cronico: ma accendere le emozioni a volte è più importante che alzare coppe, e quella Lazio emozionava come un film d’avventura di corsari e mari verdi, rischiosi, allegri. Poi, si sa, Zeman finì alla Roma, ma la gratitudine per il fumante boemo non si è mai capovolta in risentimento e inimicizia. Nei nostri occhi e nella memoria abbiamo ancora la sua Lazio, e quelle domeniche strepitose in cui ogni malinconia veniva dimenticata grazie alla bellezza del gioco, a quelle folate offensive che sembravano vento che scompiglia, che trascina, che porta via lontano da ogni tristezza.