Zeman, quando accendere le emozioni a volte è più importante che alzare coppe
di MARCO LODOLINei nostri occhi e nella memoria abbiamo ancora la sua Lazio, e quelle domeniche strepitose in cui ogni malinconia veniva dimenticata grazie alla bellezza del gioco
LA LAZIO di Zeman fu la gioia di chiunque ama il calcio, sembrò davvero di tornare nel cortile dove giocavamo da bambini: tutti avanti e gol a valanghe, senza stare a badare troppo alla difesa. Zemanlandia fu la riconquista del piacere del gioco, cercando di fare almeno una rete più degli avversari. E questa giostra scintillante avveniva sotto lo sguardo sornione e affumicato di quel boemo di poche parole, capace di trasformare una squadra prudente in una nave pirata sempre all’assalto.
Abitava vicino a casa mia, Zeman, a volte lo incrociavo la sera e avrei voluto ringraziarlo per quanto ci faceva divertire, ma la sua maschera impassibile mi metteva soggezione e non gli dissi mai niente. Era la Lazio di Beppe Signori, “segna sempre lui”, piccolo torello dal sinistro incrociato ed esplosivo che mi ricordava le rasoiate di Giggiriva. A centrocampo giocavano Winter, Di Matteo e Fuser, nessun campione, ma tutti e tre intelligenti e capaci di ribaltare il g…
Abitava vicino a casa mia, Zeman, a volte lo incrociavo la sera e avrei voluto ringraziarlo per quanto ci faceva divertire, ma la sua maschera impassibile mi metteva soggezione e non gli dissi mai niente. Era la Lazio di Beppe Signori, “segna sempre lui”, piccolo torello dal sinistro incrociato ed esplosivo che mi ricordava le rasoiate di Giggiriva. A centrocampo giocavano Winter, Di Matteo e Fuser, nessun campione, ma tutti e tre intelligenti e capaci di ribaltare il g…
LA LAZIO di Zeman fu la gioia di chiunque ama il calcio, sembrò davvero di tornare nel cortile dove giocavamo da bambini: tutti avanti e gol a valanghe, senza stare a badare troppo alla difesa. Zemanlandia fu la riconquista del piacere del gioco, cercando di fare almeno una rete più degli avversari. E questa giostra scintillante avveniva sotto lo sguardo sornione e affumicato di quel boemo di poche parole, capace di trasformare una squadra prudente in una nave pirata sempre all’assalto.
Abitava vicino a casa mia, Zeman, a volte lo incrociavo la sera e avrei voluto ringraziarlo per quanto ci faceva divertire, ma la sua maschera impassibile mi metteva soggezione e non gli dissi mai niente. Era la Lazio di Beppe Signori, “segna sempre lui”, piccolo torello dal sinistro incrociato ed esplosivo che mi ricordava le rasoiate di Giggiriva. A centrocampo giocavano Winter, Di Matteo e Fuser, nessun campione, ma tutti e tre intelligenti e capaci di ribaltare il gioco in un attimo.
Un anno arrivammo secondi e un anno terzi, senza mai davvero avvicinarci alla vetta del campionato, ma in fondo non era importante il piazzamento finale, quello che contava davvero era l’energia sposata alla geometria, corsa e righello, entusiasmo e schemi che sembravano derivare dal volo preciso degli uccelli. Dietro a tutto ciò c’erano i famosi gradoni, allenamenti sfiancanti, ripetute violente, sudore e sudore: e in campo questa immensa fatica si trasformava in leggerezza, il piombo diventava oro, il sudore produceva un profumo inebriante.
Zeman è stato spesso rimproverato di non aver mai vinto nulla, addirittura di essere un perdente cronico: ma accendere le emozioni a volte è più importante che alzare coppe, e quella Lazio emozionava come un film d’avventura di corsari e mari verdi, rischiosi, allegri. Poi, si sa, Zeman finì alla Roma, ma la gratitudine per il fumante boemo non si è mai capovolta in risentimento e inimicizia. Nei nostri occhi e nella memoria abbiamo ancora la sua Lazio, e quelle domeniche strepitose in cui ogni malinconia veniva dimenticata grazie alla bellezza del gioco, a quelle folate offensive che sembravano vento che scompiglia, che trascina, che porta via lontano da ogni tristezza.
Abitava vicino a casa mia, Zeman, a volte lo incrociavo la sera e avrei voluto ringraziarlo per quanto ci faceva divertire, ma la sua maschera impassibile mi metteva soggezione e non gli dissi mai niente. Era la Lazio di Beppe Signori, “segna sempre lui”, piccolo torello dal sinistro incrociato ed esplosivo che mi ricordava le rasoiate di Giggiriva. A centrocampo giocavano Winter, Di Matteo e Fuser, nessun campione, ma tutti e tre intelligenti e capaci di ribaltare il gioco in un attimo.
Un anno arrivammo secondi e un anno terzi, senza mai davvero avvicinarci alla vetta del campionato, ma in fondo non era importante il piazzamento finale, quello che contava davvero era l’energia sposata alla geometria, corsa e righello, entusiasmo e schemi che sembravano derivare dal volo preciso degli uccelli. Dietro a tutto ciò c’erano i famosi gradoni, allenamenti sfiancanti, ripetute violente, sudore e sudore: e in campo questa immensa fatica si trasformava in leggerezza, il piombo diventava oro, il sudore produceva un profumo inebriante.
Zeman è stato spesso rimproverato di non aver mai vinto nulla, addirittura di essere un perdente cronico: ma accendere le emozioni a volte è più importante che alzare coppe, e quella Lazio emozionava come un film d’avventura di corsari e mari verdi, rischiosi, allegri. Poi, si sa, Zeman finì alla Roma, ma la gratitudine per il fumante boemo non si è mai capovolta in risentimento e inimicizia. Nei nostri occhi e nella memoria abbiamo ancora la sua Lazio, e quelle domeniche strepitose in cui ogni malinconia veniva dimenticata grazie alla bellezza del gioco, a quelle folate offensive che sembravano vento che scompiglia, che trascina, che porta via lontano da ogni tristezza.