✕

Zemanlandia, da Signori a Rambaudi un modello unico di gioco all'attacco

Sfrontata e bellissima, la squadra disegnata dal tecnico boemo rivoluzionò il modo di interpretare le partite: "Il calcio è sempre lo stesso - diceva l'allenatore boemo - sia in una piccola che in una grande città il campo ha sempre le stesse misure e la preparazione è sempre la stessa”
2 minuti di lettura
L’INTUIZIONE di Cragnotti conteneva il germe della follia: trasformare la Lazio in “Zemanlandia”. Che voleva dire caricare su di un imprecisato numero di Tir baracca e burattini dalla lontana Foggia: le montagne russe, la ruota, l’autoscontro, i palchi della Donna Cannone e di Ursus, le bancarelle del tiro a segno, senza lasciare appiedato nessuno, neppure i rivenditori di popcorn e zucchero filato. Si leggeva Foggia, ma ad un certo punto si cominciò a scrivere Lazio. Il parco cambiava casa. Zeman a Roma, Flaiano ci sarebbe andato a nozze: un altro marziano a Roma. Come poteva andare? Malissimo in teoria. E invece l’innesto del luna park che portava i giocatori non soltanto a segnare ma in certi casi addirittura a finire direttamente col pallone dentro la porta funzionò, trasformando per sempre il calcio italiano. Metamorfosi iniziata in rossonero però, laggiù dove sembrava impossibile esportare ad un più alto livello ta…
L’INTUIZIONE di Cragnotti conteneva il germe della follia: trasformare la Lazio in “Zemanlandia”. Che voleva dire caricare su di un imprecisato numero di Tir baracca e burattini dalla lontana Foggia: le montagne russe, la ruota, l’autoscontro, i palchi della Donna Cannone e di Ursus, le bancarelle del tiro a segno, senza lasciare appiedato nessuno, neppure i rivenditori di popcorn e zucchero filato. Si leggeva Foggia, ma ad un certo punto si cominciò a scrivere Lazio. Il parco cambiava casa. Zeman a Roma, Flaiano ci sarebbe andato a nozze: un altro marziano a Roma. Come poteva andare? Malissimo in teoria. E invece l’innesto del luna park che portava i giocatori non soltanto a segnare ma in certi casi addirittura a finire direttamente col pallone dentro la porta funzionò, trasformando per sempre il calcio italiano. Metamorfosi iniziata in rossonero però, laggiù dove sembrava impossibile esportare ad un più alto livello tanta sfrontata bellezza.
 
La carovana stravagante arrivò a Roma nell’estate del 1994. La regola del parco giochi era semplice, tre numeri (4-3-3) e un massimo incalcolabile di talento e sfrontatezza uniti come lo erano Bonnie & Clyde, Stanlio & Ollio, Ric & Gian. Se non ci fosse stata la sfrontatezza sarebbe stato un talento (individuale e di gruppo) come ce ne sono tanti. E invece. I rischi divennero subito tradizione. Il pubblico era estasiato e non si preoccupava di sapere se quella meraviglia fosse solo frutto di grandi scelte tattiche (forse addirittura esistenziali) e non anche il risultato di una spaventosa mole di lavoro in allenamento, di “wash out”, di gradoni. Insomma di sacrifici. Nell’era del 4-4-2 di Sacchi, di colpo, arrivava uno schiaffone modernista, un vento di cambiamento. Era come avvistare e poi sbarcare in una nuova terra in cui la legge non era più difendersi perché dietro c’erano Baresi, Galli, Maldini, Tassotti, ma attaccare continuamente e per di più con una predisposizione così maniacale al “bello” che il “redditizio”, ossia la sua diretta conseguenza, paradossalmente finiva in una specie di paradisiaco secondo piano.
Una foto recente di Zeman e Alessandro Nesta 
Zeman portò con sé i più significativi interpreti del suo vangelo: Signori e Rambaudi. Baiano finì alla Fiorentina. Di Biagio restò ancora un anno in Puglia e poi si sarebbe ricongiunto con Zeman alla Roma. Alla Lazio Zeman sgretolò il mito di Gascoigne, il calciatore e la persona meno indicati per entrare in quegli schemi, splendidi ma anche costosi. Zeman era convinto di riuscire: “Il calcio è sempre lo stesso, sia in una piccola che in una grande città, il campo ha sempre le stesse misure e la preparazione è sempre la stessa”. La storia in parte gli avrebbe poi dato torto. Ma dopo. La Lazio di Zeman era una macchina. Con Boksic, Winter, Di Matteo, eseguiva uno spartito che si apriva a continue soluzioni armoniche esaltando ogni membro dell’orchestra: in cui tutti, per incanto, diventavano maestri. La Lazio battè il Foggia 7-1, senza pietà, la Fiorentina 8-2, travolse Inter, Milan, Juve. In quel primo girone d’andata, “Zemanlandia” fu fermata soltanto, e per un peccato di momentanea presunzione, dalla Roma di Mazzone (0-3).

Zeman parlava poco e fumava molto. Ricorderete. La Lazio finì seconda appaiata al Parma dietro la Juventus, staccata di 10 punti. Ovviamente era il miglior risultato dopo lo scudetto del ’74.  L’anno dopo sembrava destino che la Lazio andasse ancora più su e la vittoria sulla Juve (uno storico 4-0) faceva quasi toccare con mano il sogno, benché fossimo appena all’inizio della stagione. Zeman giocava il miglior calcio possibile. Nessuno aveva mai visto niente di simile, tanto che quel modello sembrava appartenere un po’ a tutti, che tutti potessero e dovessero goderne. La Lazio tuttavia inciampò, coinvolta in una serie di intoppi: qualche giocatore rifiatò e Marchegiani si ruppe i legamenti. Come ogni cosa preziosa, la storia della seconda “Zemanlandia” (la terza con la Roma) durò meno del previsto e del desiderato. Nemmeno troppo velatamente, alcuni giocatori e molta della dirigenza comiciarono ad accusare il tecnico di esagerare con la durezza, etica e fisica. Più lui chiedeva, meno facevano. Un giorno, a Tenerife per la Coppa Uefa, Zeman abbandonò l’allenamento. Forse a malincuore, forse no, Cragnotti lo esonerò il 27 gennaio del ’97, dopo la sconfitta interna col Bologna. Erano nati intanto Nesta e Nedved. E i germi del futuro scudetto stavano lì, in quell’addio forzato del maestro.