Alessandro Barbero: "Tifare Torino è una condizione dello spirito, ma giocare ai wargames insegna la storia"
di Valentina Desalvo , di Valentina DesalvoAlessandro Barbero, storico, noto appassionato del Torino. Da quando ha cominciato a tifare per i granata?
"Ho cominciato da bambino, con il mio primo album di figurine, quello della stagione 1966/1967. In realtà non ho la più pallida idea di perché scelsi il Torino, tra l'altro mio padre era della Juve. Non so se inconsapevolmente questo abbia avuto un peso, ci vorrebbe il Dottor Freud per capirlo, ma non credo. A sette anni leggevo le cronache della "Gazzetta del Popolo" e in quei racconti c'era sempre una parola che mi piaceva tantissimo".
Quale?
"La parola 'granata'. All'epoca - avevo sette anni - non sapevo che fosse un colore. Io leggevo 'attacco granata' e pensavo fosse un modo particolare di attaccare. Quando ho capito che si riferiva alle maglie del Torino, sono rimasto impressionato da quella tonalità. C'era la tv in bianco e nero, ma sulle figurine a colori mi sembrava una m…
Alessandro Barbero, storico, noto appassionato del Torino. Da quando ha cominciato a tifare per i granata?
"Ho cominciato da bambino, con il mio primo album di figurine, quello della stagione 1966/1967. In realtà non ho la più pallida idea di perché scelsi il Torino, tra l'altro mio padre era della Juve. Non so se inconsapevolmente questo abbia avuto un peso, ci vorrebbe il Dottor Freud per capirlo, ma non credo. A sette anni leggevo le cronache della "Gazzetta del Popolo" e in quei racconti c'era sempre una parola che mi piaceva tantissimo".
Quale?
"La parola 'granata'. All'epoca - avevo sette anni - non sapevo che fosse un colore. Io leggevo 'attacco granata' e pensavo fosse un modo particolare di attaccare. Quando ho capito che si riferiva alle maglie del Torino, sono rimasto impressionato da quella tonalità. C'era la tv in bianco e nero, ma sulle figurine a colori mi sembrava una meraviglia. E continua a piacermi anche oggi".
Lei che è molto di sinistra lo preferisce al rosso?
"I due colori possono benissimo convivere: mi sono sempre detto che il granata è una forma di rosso. E quindi non c'è mai stata incoerenza cromatica...".
Chi sono i suoi giocatori simbolo?
"Quelli del primo album: Vieri, Poletti, Fossati, Moschino. E, ovviamente, Gigi Meroni. Ricordo il giorno in cui mi dissero dell'incidente e della sua morte. Poi ci sono quelli del 1976: ero al liceo, andammo in piazza a festeggiare. A me piacevano Pulici, Sala, Castellini. Li ricordo meno, rispetto a quelli del 1966, ma fu una gioia quel titolo, perché arrivava dopo 27 stagioni dai tempi del Grande Torino. Certo, ora che ci penso, mi rendo conto che adesso sono passati 45 anni anni dal nostro ultimo scudetto...".
Andava allo stadio?
"No, pochissimo, anche perché mio papà non ci andava. Ricordo un maestro delle elementari che ci portò a vedere la Juventus, in una partita di coppa contro l'Eintracht".
Oggi che tifoso è?
"Tifare Torino è una condizione spirituale, ha a che fare con il Grande Torino e con tutte quelle cose che gli appassionati granata dicono spesso. Tutti cediamo volentieri a dei terribili luoghi comuni, quando parliamo di calcio. E va benissimo così. Non è che uno gode a stare dalla parte dei più deboli, però questa è la nostra storia. Sono altri quelli che vincono tanti scudetti di fila".
Ma segue il campionato?
"No, per me essere tifoso del Toro non ha a che fare con il presente, con i campionati di oggi. Non saprei citare un giocatore della squadra attuale. Se sento che il Torino ha vinto mi rallegro, ecco. Devo confessare però che, certe volte, anche quando vince la Juve mi fa piacere, perché posso far contento mio padre che a 90 anni ci tiene ancora... La scelta della squadra per cui tifi è davvero una scelta gratuita, forse l'unica davvero gratuita della nostra vita".
Le scelte politiche e delle cause per cui battersi "gratuite" non lo sono mai state?
"Anche se esistevano, ovviamente, vicende e percorsi casuali per cui uno diventava rosso o nero, per cui uno combatteva da una parte o dall'altra, poi alla fine c'era quasi sempre una scelta ideologica, magari declinata a posteriori. Al contrario, quasi per tutti, essere bianconeri o granata è proprio una cosa gratuita, il più delle volte legata a quando eravamo piccoli".
Una volta c'erano le squadre, oggi ci sono i calciatori.
"Qui facciamo la solita parte dei nostalgici, però è così. Il calcio, o meglio lo sport in generale, è diventato il luogo della costruzione dell'idolo. Il mercato è sempre aperto e questo favorisce i passaggi da una squadra all'altra, senza radicamento. Poi è vero che Gabetto veniva dalla Juve, ma una volta ci si spostava molto meno. Questo dava un'immagine più romantica alle squadre. Ora la stella decide tutto".
Nel Medioevo si giocava a calcio?
"No, c'erano altre forme di gioco. Nel Rinascimento si sa che a Firenze c'erano giochi con la palla, che possono esser stati gli antenati del calcio di oggi. Mi ricordo un film di epoca fascista, "Il re d'Inghilterra non paga", che raccontava come la monarchia avesse fatto fallire i banchieri toscani non restituendo i prestiti avuti. Qui ci sono gli inglesi che vedendo giocare a pallone i fiorentini dicono: interessante questo gioco... Insomma, secondo questo film il calcio l'avevamo inventato noi e loro ce l'hanno copiato".
Ha detto che Maradona è stato come Achille, un eroe epico.
"L'impatto che ha avuto nell'immaginario è stato quello. Epico. E lo dico io che sono della generazione di Pelé, per noi era lui il Re. C'è un punto importante: i grandi del calcio sono tali per quello che gli vediamo fare in campo. Fanno cose che non riescono a nessuno. Quelle doti che ammiriamo sono uniche e ci impressionano: è un tipo di genio che possiamo vedere in azione. Per questo si crea l'epica. Poi si può dire, con rimpianto, che una volta c'erano i poeti e oggi ci sono i poeti del gol, però la ragione ultima è proprio la loro eccezionalità a disposizione di tutti".
Dunque non è esagerato parlare di epica.
"Gianni Brera ci ha insegnato che esiste l'epica dello sport. Dopo di lui, tutti l'hanno capito. Anche prima dicevamo che Coppi era come Achille ma per molti era, appunto, un'esagerazione. C'è stato anche molto moralismo rispetto a questo. Oggi, per altro, quasi solo nello sport possiamo parlare di epica. Una volta sembrava una forzatura perché venivamo da grandi tragedie collettive, ed epici erano gli alpini. Poi - e non me ne sto lamentando, ovviamente - non c'è più stato bisogno di eroi. E li abbiamo trovati nello sport".
Lei non segue, ma il Torino potrebbe rischiare...
"Spero di no, ma è già successo e me ne farei una ragione. Si entra in una sorta di pace dei sensi, quando stai con una squadra che non vince da 45 anni. I supercampioni non fanno per noi, lasciamoli alla Juve".
Ma lei fa qualche sport?
"No, ma sono un giocatore di wargames. In realtà quelli che faccio io, si chiamano boardgames: sono giochi da tavolo, a tema storico, dove si simulano battaglie realmente accadute, con una mappa, delle pedine, con sfide che possono durare dei mesi. Ora stiamo facendo la campagna d'Africa (1940/41), io sto con gli italiani, il mio amico ha gli inglesi. L'importante è avere un tavolo dove puoi lasciare tutto steso per il tempo che serve. Ho cominciato a fare questi giochi quando avevo vent'anni: se ho scritto un libro sulla battaglia di Waterloo è anche perché l'ho giocata migliaia di volte, in mille formati diversi. In generale penso che i boardgames siano stati importanti anche per sfogare la mia aggressività. La metto tutta lì".