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Massimo Recalcati: "Conte per noi interisti era un oggetto tabù. Ma lo scudetto è suo, è l’uomo del desiderio"

Massimo Recalcati 
Lo psiconalista, noto tifoso nerazzurro: "La sostituzione di Lukaku con Icardi traduce al meglio il programma e lo stile di Conte. Dal broncio adolescenziale del narcisismo individuale da vedette dell'argentino al grande cuore e alla forza altruistica del gigante belga"
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Massimo Recalcati, psicoanalista, noto tifoso interista. Lei aveva previsto lo scudetto. Quando l'ha sentito?
"Dall'inizio dell'anno. Un'intuizione. A volte mi succede. Raramente però nello sport. Ma la squadra era solida, i nuovi acquisti giusti, in particolare Hakimi e Darmian che ho sempre stimato. L'anno precedente Conte aveva già seminato bene. La certezza ha conciso con l'eliminazione dalla Champions. Non c'erano più alibi. La vittoria dello scudetto era proprio l'ultima spiaggia. E quando ci si trova in queste situazioni, l'Inter solitamente dà il meglio. È una sua caratteristica. Deve toccare il fondo per risalire. Ma il fondo deve essere proprio il fondo...".

Ora, da interista, prova il celebre godimento lacaniano per questa vittoria?
"Il godimento ha, tra le sue espressioni, la gioia. È una gioia eccessiva. Questa gioia nel calcio è particolare. È individuale e collett…

Massimo Recalcati, psicoanalista, noto tifoso interista. Lei aveva previsto lo scudetto. Quando l'ha sentito?
"Dall'inizio dell'anno. Un'intuizione. A volte mi succede. Raramente però nello sport. Ma la squadra era solida, i nuovi acquisti giusti, in particolare Hakimi e Darmian che ho sempre stimato. L'anno precedente Conte aveva già seminato bene. La certezza ha conciso con l'eliminazione dalla Champions. Non c'erano più alibi. La vittoria dello scudetto era proprio l'ultima spiaggia. E quando ci si trova in queste situazioni, l'Inter solitamente dà il meglio. È una sua caratteristica. Deve toccare il fondo per risalire. Ma il fondo deve essere proprio il fondo...".

Ora, da interista, prova il celebre godimento lacaniano per questa vittoria?
"Il godimento ha, tra le sue espressioni, la gioia. È una gioia eccessiva. Questa gioia nel calcio è particolare. È individuale e collettiva insieme. Strana cosa. Perché il godimento, a rigore, è solo soggettivo, isola, separa, non unisce. Nello sport, come nella politica, il godimento implica invece un'esultanza collettiva. Una comunità di solitudini che si ritrova. Soprattutto in questo tempo dominato dalla pandemia. Qualcuno aveva descritto il gioco del calcio così: una solitudine divisa per ventidue. Si può dire che il tempo della rinuncia e della frustrazione per noi è durato a lungo. Con l'aggiunta di un dominio juventino incontrastato. Dunque viviamo adesso una gioia che non può che essere eccessiva".

Chi l'ha vinto questo scudetto? Lukaku? Conte?
"Conte innanzitutto. È il sogno di Conte. Non è facile riconoscerlo. Per gli interisti Conte è un oggetto tabù. Un concentrato di potenti pulsioni ambivalenti. L'odio sportivo si è capovolto in amore. Succede anche nella vita. Conosciamo bene questi ribaltamenti dei sentimenti nel loro contrario. Conte, diversamente da quello che si può pensare, non ha disciplinato, non ha normalizzato l'Inter, ma l'ha esaltata. Conte è un uomo del desiderio. Vive di passioni. Non è Herrera, né Invernizzi, né Bersellini. Se assomiglia a qualcuno è a Trapattoni. C'è una componente comune di esaltazione e di iperattivismo. Conte ha estratto il meglio da ciascuno e dal collettivo. Il meglio mentale innanzitutto: dedizione, concentrazione, senso di appartenenza. Il meglio muscolare: applicazione costante, capacità di spendersi senza risparmiarsi. La sostituzione di Lukaku con Icardi traduce al meglio il programma e lo stile di Conte. Dal broncio adolescenziale del narcisismo individuale da vedette dell'argentino al grande cuore e alla forza altruistica del gigante belga. Questa sostituzione è la prima marca dell'impresa di Conte. Non si tratta solo di una sostituzione di due attaccanti ma di una concezione diversa del narcisismo. Da un narcisismo individuale ad un narcisismo di squadra. Strutturare un vero e proprio narcisismo di squadra è stata la sua impresa psicologica più importante".

Come definirebbe il rapporto Conte-Eriksen e quando si è sbloccato?
"Si è sbloccato chiaramente con il gol con il Milan. Era la sola cosa che non capivo nelle scelte di Conte. Io, Eriksen l'avrei fatto giocare sempre sin dall'anno scorso. Conte e Eriksen sono effettivamente due caratteri opposti. Polo Nord e polo Sud. Ma collocare lo spirito di geometria di Eriksen al centro è stata un'altra scelta tattica decisiva di Conte. Mi sono chiesto come ha fatto Eriksen a sopportare l'esclusione sino a quel momento e poi a rispondere alla chiamata del suo allenatore così positivamente. È lo spirito del Nord. Grande prova soggettiva di tenuta psichica. Sentirsi considerato inessenziale per poi trovarsi ad occupare un ruolo essenziale. Non è per nulla facile. Io credo che il potenziale di Eriksen sia molto superiore a quello che abbiamo visto sinora e spero che Conte lo valorizzi ancora di più".

Ma Conte non è troppo invasato? Che direbbe il suo super io?
"Ama vincere. Considera vincere un imperativo categorico. Non sopporta la sconfitta. Non la tollera fisicamente. Non è proprio un interista da questo punto di vista...Per lui la sconfitta è sempre contronatura. Prosciuga le sue squadre chiedendo tutto. Le spreme come limoni. Non si risparmia mai e non risparmia nemmeno i suoi uomini. È una figura di padre-fratello passionale che esige sempre il massimo. La sua postura non è filosofica. Non ama la pausa, l'autoriflessione, l'autocritica, il dialogo. Per certi versi è un corpo estraneo alla psicologia dell'interista che è una psicologia amletica, dubbiosa, tormentata. Desidera, spinge la sua squadra con la forza del suo desiderio. Sa trasmettere questa forza non con le parole ma con i gesti, con la testimonianza di questa stessa forza".

Da quanto tifa inter?
"Da quando ho saputo che esisteva il calcio. Io vengo da una famiglia di interisti. Mio padre mi ha trasmesso la passione per la grande Inter. Ricordo la sua commozione di fronte alla vittorie. Non era frequente vederlo commuoversi. Ancora oggi quando sogno l'Inter, so che sto sognando la bandiera paterna, il padre della commozione. Per me l'Inter è equivalente a questo volto del padre. È stata una sua passione. Essendo un uomo dedito integralmente al lavoro, quella passione lo rendeva ai miei occhi più umano, lo riportava sulla terra, vicino a me. Ho amato l'Inter attraverso l'amore che provavo per lui".

Andava allo stadio? La sua prima volta?
"Mio padre mi fece una sorpresa e una domenica decise di portarmi a San Siro nell'anno in cui abbiamo vinto lo scudetto con una rimonta storica sul Milan. Era l'Inter di Invernizzi e Fraizzoli. In squadra c'erano Facchetti, Mazzola, Corso, Burgnich, Bertini, Boninsegna...Quella partita era un Inter-Vicenza o Verona, credo. Finì uno a zero con gol di Boninsegna. Pioveva a dirotto. Allora si stava nei popolari per tutta la partita con gli ombrelli aperti. Il giorno dopo avevo la febbre e non sono andato a scuola".

I suoi giocatori del cuore?
"Tanti. Troppi per nominarli tutti. Ho avuto un rapporto di vero innamoramento con diversi giocatori. Se dovessi nominarne solo alcuni direi che Boninsegna è forse il mio giocatore preferito in assoluto. Qualche anno fa mi sono emozionato incontrandolo al Festival della Letteratura di Mantova. Non ho resistito a fare un selfie con lui. Poi Burgnich, Beccalossi, Zenga, Zanetti, Maicon. Nella squadra attuale Barella, Bastoni, Lukaku e Lautaro".

Mourinho resta ancora lo Special One per voi interisti?
"Sì, soprattutto per mia moglie...scherzo. Ma come fai a dimenticarlo? Mancini-Mourinho è stato un tandem eccezionale. Ma Mourinho è stato l'apoteosi. Una specie di evento mistico. Una visione".

Ha qualche maglia?
"Mia figlia si era innamorata di Icardi e le ho procurato una maglia. Io ho la maglia di Zanetti che mi è stata regalata, con dedica affettuosa, per i miei sessant'anni. Devo dire che ho anche la maglia di Totti per il quale ho grande stima calcistica e umana".

Come ha vissuto questi lunghi anni di sconfitte e rimpianti con decine di allenatori e giocatori passati e triturati, con la Juve sempre davanti?
"La psicologia dell'interista implica chiari tratti masochisti. La vittoria non è l'essenziale. È una passione che come accade per tutti i grandi amori non esclude il tormento. Sai che noia sarebbe essere juventino... I tratti masochistici si miscelano ad una cosiddetta nevrosi di destino, come direbbe Freud. Una sorta di coazione incomprensibile allo scacco. L'idea che qualcosa si metta sempre di traverso all'ultimo e ti faccia naufragare. È il nucleo della tragedia greca. Più si prova a liberarsi dal proprio destino infelice, più ci si trova incatenati. Al tempo stesso però, come ogni eroe tragico, anche il tifoso interista rinnova costantemente la sua speranza, la sua fede che possa prima o poi cambiare. E quando accade, come ora, per l'undicesima volta, è una gioia eccessiva...".

L'Inter ha qualcosa di diverso davvero? Non ve la tirate troppo?
"È come una malattia. Una dipendenza patologica. Non so come dire. Non c'è niente di nobile. È non riuscire a farne a meno. Poi c'è una eleganza che è difficile a spiegare a chi non è interista...".

Ha seguito un decalogo terapeutico per sopportare la pazza Inter?
"L'amore non ha limiti. Non esclude la sofferenza. Non ci si innamora mai della bella immagine ma del difetto, dell'imperfezione, della follia dell'amata. Nessuna terapia. Tutti i grandi amori sono fatti così".

Barella è il miglior giocatore italiano? Vorrebbe conoscerlo?
"Io lo adoro. È una sorta di sintesi straordinaria tra Oriali, Berti e Beccalossi. Energia, visione e formidabile talento tecnico. Veramente una rarità. Non c'è dubbio che sia uno dei centrocampisti migliori al mondo".

Se i suoi figli fossero milanisti?
"È una probabilità che non esiste. Hanno sentito parlare di una sola squadra da quando erano piccolissimi. Tazze, bicchieri, anche pigiami rigorosamente nerazzurri".

La sofferenza più grande da interista?
"Indelebile. Aver stappato con degli amici lo champagne di fronte a Lazio-Inter del 5 maggio 2002 dopo il primo gol di Vieri. Un incubo. A proposito di tratti masochistici...".

C'è un gruppo facebook di interisti esistenzialisti. È quella la filosofia giusta o ne sceglierebbe un'altra di scuola. Epicurea, stoica...
"Mi iscriverò...".

La gioia più grande della stagione?
"Il lancio di Bastoni a Barella per il 2 a 0 contro la Juventus e il gol di Eriksen al Milan in Coppa Italia".

Come festeggerà e per quanto?
"Spero di andare allo stadio prima della fine del campionato. Indosserò la maglia del capitano. Porterò i miei figli con me. O, meglio, vorrei fossero i miei figli - forse, spero - a portarmi con loro".