Roma – E’ possibile definire i derby romani un classico nella boxe italiana. Perché, al di la del valore più o meno elevato dei pugili, è la rivalità tra i vari quartieri di appartenenza a fare da contorno irrinunciabile. Anche dal punto di vista tecnico comunque, il progetto di Davide Buccioni, storico organizzatore romano, è particolarmente stuzzicante. L’idea è di far incontrare al Palazzetto dello Sport di Viale Tiziano, con il titolo italiano in palio, due tra i più interessanti pesi massimi del panorama nazionale: uno è Antonio Carlesimo, l’altro è Mirko Carbotti. Entrambi sono romani, hanno sempre vinto i loro match PRO, hanno una percentuale di ko elevatissima.
“Con Mirko c’è confidenza. Abbiamo fatto tante volte sparring, abbiamo combattuto da dilettanti, siamo amici. Ma se Davide riesce a organizzare questo evento al Palazzetto dello Sport perché no?”. Antonio Carlesimo apre alla sfida, ma pone anche dei paletti. “E’ un match di cui si parla molto sui social. Leggo però anche di blogger che parlano di pugili che magari evitano questo o quel match. Devono anche capire che esiste un lato economico. Io Carbotti lo affronterei anche domani, ma con una borsa adeguata”.
Carlesimo, è così difficile combinare incontri importanti in Italia?
“Non è difficile, ma serve supporto economico. A volte vai a rischiare la carriera, persino la salute, e preciso che non mi sto riferendo a Carbotti. Poi noi siamo massimi, magari basta un solo colpo per chiudere il match. E quel colpo fa male…”.
Lei è pugile per vocazione?
“Non proprio. Nasco come rugbista. A 5 anni mio padre mi ha portato in campo, mi è anche capitato di fare qualche scazzottata. La curiosità del pugilato è stata una conseguenza. A 19 anni ho esordito in A nel Primavera Rugby Roma, che a dispetto del nome non era una squadra giovanile. Lo scontro fisico con questi uomini così grossi mi ha fatto venir voglia di entrare in una palestra. Così ho iniziato con il maestro Costantini a Labaro. Ho iniziato con la prepugilistica, poi piano piano la boxe è diventata una dipendenza. Andavo tutti i giorni, i primi guanti, andavo bene. Ed eccomi qua…”.
Insomma, una storia lineare, senza eccessi.
“Vengo da famiglia benestante, mai avuto problemi economici. Ma non per questo ho meno grinta di altri”.
Lei trasmette una bella immagine, un po’ nello stile del nostro miglior peso massimo, Guido Vianello.
“Lui ha fatto una gavetta importante da dilettante, ora sta facendo benissimo negli Stati Uniti da professionista. Io devo crescere in Italia, poi si vedrà. Intanto spero di regalare un titolo importante come quello italiano alla mia città”.
Lei vive di boxe o ha anche un lavoro?
“Ho in piccolo studio in cui alleno le persone privatamente. Inoltre ho una agenzia di sicurezza privata e mi occupo dell’organizzazione di eventi gastronomici. La vita me la sono creata per la boxe, avessi fatto vita d’ufficio, avrei già smesso”.
E nella vita privata che tipo e?
“Sono fidanzato, non ho figli, ma nel futuro mi piacerebbe averne. Sento di avere empatia con i bimbi e se vorranno fare la boxe non glielo vieterò, sempre che vengano seguiti correttamente. Il ring non è un campo di calcio. Se lì perdi 3-0 pazienza, ma se perdi nella boxe ti puoi far male”