Il calcio di Gianni Brera

Gianni Brera, "Lettere dalla Repubblica"

Caro Brera, la fama di Nereo Rocco fu pari alle sue reali capacità di allenatore di calcio? Oggi un tecnico come lui sarebbe ancora in auge?

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Queste domande sono perfettamente lecite in un giovane che non abbia mai avuto occasione di vederlo e conoscerlo. In effetti il povero Nereo si era andato via via costituendo una personalità di notevolissimo piglio. Aveva l’ aspetto rude e burbero ma il suo umorismo toccava punte di sorprendente efficacia: e non v’ è nulla più dell’ humour che testimonii la qualità d’ una intelligenza. Teneva i piedi posati per terra e, se faceva sogni, se li godeva per conto suo, senza mai abbassarsi a confessarli pubblicamente. Aveva il genio delle public relations e delle relations di spogliatoio. Dopo ogni incontro prendeva anche lui la doccia perchè non gli scappasse nulla degli umori – buoni e cattivi – manifestati dai suoi calciatori. Dalle accuse reciproche e dalle argomentazioni portate a difesa si rendeva perfettamente conto di quanto bollisse in pentola, adottava comportamenti e provvedimenti quasi sempre dettati dal buon senso e dall’ interesse proprio della squadra, anzi della società. Era giunto al cosiddetto catenaccio evolvendo il metodo a W, che già contemplava due terzini d’ area ma non le marcature a uomo.

Nessun critico se ne accorse allora per la quasi generale impreparazione dei critici. La sua Triestina si classificò seconda impiegando Blason in seconda battuta (l’ attuale libero), ma l’ Inter comprò Blason come numero 2 e quindi lo mandò a fare il terzino d’ ala. Pare incredibile, ma anche Vittorio Pozzo fece qualcosa di simile con Malinverni. Il Modena applicava il metodo (con Braglia secondo terzino) e nessuno se ne accorse. Malinverni giocava sull’ ala come i terzini del WM: ma portando il numero 4, venne impiegato quale centrocampista nella nazionale, che ne prese 5 al Prater dalla mrtodista Austria. E sfido! Rocco era convinto delle proprie teorie tattiche (che erano anche le mie): vinto lo scudetto col Milan nel ’62, dovette subire prima i siluri nascosti e poi le aperte contestazioni di Viani, che per mero opportunismo si diceva contrario – adesso – al “caccatenaccio”. Rientrando insieme da Udine, Rocco ed io, Viani ci invitò a Nervesa e sull’ auto non fece altro che scongiurarci di rinunciare alla nostra intransigenza difensivista. Rocco ed io lo sbugiardammo quasi con insolenza e il poveruomo desistette.

Evidentemente era geloso del trionfo anche ideologico di Rocco. Il quale poi dovette emigrare dal Milan (Viani aveva lavorato da par suo Rizzoli) ma vi tornò per vincere uno degli scudetti più belli, nel ’68. Fu allora che inventò la Maginot: due punte, un’ ala destra di sostegno, un perno centrale (Rivera), una linea di 5; un libero; il portiere Cudicini. La palla riconquistata dalla Maginot veniva appoggiata a Rivera, che poteva aprirla sulla destra (Hamrin) oppure lanciarla a una delle due punte (Prati e Sormani). Se avessimo gli uomini adatti, quel modulo potrebbe portare molto lontano anche la nazionale di Vicini. Questo Le dica quanto anche oggi sarebbe attuale e à la page il mio indimenticabile amico Nereo Rocco da Trieste.