Il calcio di Gianni Brera

Gianni Brera, "Lettere dalla Repubblica"

Signor Brera, non Le sembra che le squadre italiane in questi ultimi anni tendano a liberarsi facilmente di calciatori che avrebbero potuto ancora dare il meglio, vedi Tardelli, Antognoni e tanti altri. Hamrin, Altafini, Boninsegna, Clerici, Canè, Sormani e tanti altri hanno terminato la carriera a 36-37 anni giocando a buoni livelli. Vorrei ricordare Silvio Piola, convocato in nazionale per Italia-Inghilterra a 39 anni

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Ella è ingenuo, signore. Più resta in una squadra, e più un giocatore viene a logorare i propri rapporti con dirigenti, tecnici e tifosi. I casi che Lei cita sono eloquenti; quello di Piola è addirittura straordinario. Il lomellino-pavese Piola è cresciuto calcisticamente a Vercelli, è stato sottratto all’ Inter dai pariolini fascisti, ha vinto di prepotenza la guerra con i brasiliani della Lazio, è andato alla Juventus e, ceduto per limiti di età, è finito secondo Meazza ad imparare il calcio in quella che per secoli era stata la capitale della Lomellina: Novara.

Meazza viveva nel culto di se medesimo e detestava Piola che, rozzo di piede, segnava gol strabilianti entrando là dove lui non osava. A Novara, Silvione era rallentato dagli anni e dal fango: nessuno trattava la palla come lui. E quel grande sentimentale di Carlino Beretta finì per convocarlo in azzurro a 39 anni. Piola avrebbe anche segnato, a Firenze, con gli inglesi, se non avesse colpito Cappello sulla capa: il patavin-bolognese transitava in quei pressi, smarrito e tutto fuori dagli schemi. Il caso ed Eupalla fecero sì che al grande Silvio venisse meno l’ ultima soddisfazione, sicuramente meritata, anzi meritatissima.