Europei, il tedesco Löw e la serenità di un destino già scritto
dal nostro inviato Emanuele Gamba , dal nostro inviato Emanuele GambaMONACO DI BAVIERA — Löw è un ct dall’aria stanca, di una nazionale dall’aria stanca: quindici anni assieme sono lunghi, forse sono stati troppi e il vecchio Joghi, che nel 2006 era un ragazzo col ciuffo (quello è sopravvissuto) che aveva dentro di sé ogni genere di novità, ha capito tardi di essere stufo di questo mestiere e dev’essersi pentito di non aver mollato prima, magari dopo il Mondiale del 2014, che chiuse un cerchio mai più riaperto.
La stanchezza è evidente, ma Löw l’accompagna stavolta con una rilassatezza che da anni non mostrava. Si nota anche dalle pose che assume quando parla: quasi si adagia su un fianco, con scioltezza, come si fosse liberato di un peso e soprattutto delle rigidità nervosa degli ultimi bienni. "Stamattina quando ho messo piede sul pullman per Monaco mi sono detto: finalmente si comincia. C’è gioia e c’è tensione, ma dentro sono ser…
MONACO DI BAVIERA — Löw è un ct dall’aria stanca, di una nazionale dall’aria stanca: quindici anni assieme sono lunghi, forse sono stati troppi e il vecchio Joghi, che nel 2006 era un ragazzo col ciuffo (quello è sopravvissuto) che aveva dentro di sé ogni genere di novità, ha capito tardi di essere stufo di questo mestiere e dev’essersi pentito di non aver mollato prima, magari dopo il Mondiale del 2014, che chiuse un cerchio mai più riaperto.
La stanchezza è evidente, ma Löw l’accompagna stavolta con una rilassatezza che da anni non mostrava. Si nota anche dalle pose che assume quando parla: quasi si adagia su un fianco, con scioltezza, come si fosse liberato di un peso e soprattutto delle rigidità nervosa degli ultimi bienni. "Stamattina quando ho messo piede sul pullman per Monaco mi sono detto: finalmente si comincia. C’è gioia e c’è tensione, ma dentro sono sereno, pacato: in queste due settimane abbiamo parlato tanto, discusso e ora so di poter dormire tranquillo. La tristezza forse arriverà dopo: ho ancora troppo da fare per farmela già venire".
Dopo l’Euro, Löw lascerà la panchina ad Hansi Flick, il suo vice fino al Brasile, quello che ha svelato che le cose non accadono per coincidenza: lui al Bayern ha vinto tutto, Löw è rimasto solo e non ha vinto più niente. Difficile sia un caso. Joghi ha cambiato il calcio tedesco, gli ha dato uno stile nuovo, ha riposto i panzer e introdotto il tiki taken e il gegenpressing, che in certi momenti hanno dato degli esiti sensazionali, in termini di efficacia e di bellezza. Però ha pure finito per raccogliere meno di quanto avrebbe potuto, con troppi inciampi in vista del traguardo: due semifinali e una finale (persa) in Europa, un primo e un terzo posto nel Mondo prima della Corea di Russia che ha chiuso un’epoca, ma anche smantellato un sistema. Tutto questo mentre tre allenatori tedeschi, Klopp, Flick e Tuchel, hanno vinto le ultime tre Champions.
Cosa sia oggi la Germania è un mistero per i tedeschi stessi: è quella che ha preso sei sberle dalla Spagna e ha perso con la Macedonia o quella che continua a sfornare talenti freschi come Havertz e Musiala? È quella che ha dovuto ripescare Hummels e Müller dopo tre anni o che ha formato l’ossatura del Bayern, il club più forte di questi anni? Löw dice solo che "se ci comportiamo da squadra, possiamo battere chiunque" a cominciare dalla Francia.
Ecco cosa dev’essere mancato: un po’ di quel senso collettivo che all’inizio degli anni Dieci saldò un gruppo formidabile. Non è un caso che Rüdiger abbia detto una cosa che da tempo non si sentiva: "Non è che dobbiamo sempre essere gentili, gentili, gentili. Qualche volta bisogna anche giocare sporco. Contro attaccanti forti come quelli francesi bisogna mandare subito un certo tipo di messaggi". Mbappé, per niente in pena per le sue caviglie, gli ha risposto con sprezzo: "Se le loro armi sono queste... Noi ne abbiamo altre". Il fatto è che alla Germania manca qualcosa di intangibile, una specie di essenza che Rüdiger ha definito a modo suo. Si sarà persa nella stanchezza?