Dal Vicenza di Paolo Rossi al Sassuolo di Locatelli e Berardi, quei gioielli azzurri pescati lontano dalle capitali del calcio

Domenico Berardi contro la Svizzera (afp)
I due protagonisti contro la Svizzera sono soltanto l'ultimo esempio: la storia della nazionale è piena di giocatori di primo piano non arrivati dal triangolo Milano-Torino-Roma
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Italia, provincia di. L'ItalSassuolo che trascinata dai neroverdi Locatelli e Berardi batte la Svizzera ripercorre il solco di una Nazionale che nella sua storia - al netto degli zoccoli duri delle squadre vincenti in campionato - ha sempre pescato in provincia, nei club di fascia media, fuori dall'asse Milano-Torino-Roma. E ha sempre pescato bene. Perle preziose, campioncini in erba, talenti maturi.



Prendete Bulgarelli. È stato una bandiera di una nobile provinciale - il Bologna - che arrivò persino a vincere lo scudetto nel 1964. Negli anni 60 Giacomino giocò per 29 volte in maglia azzurra, segnando - tra l'altro - una doppietta al debutto contro la Svizzera, al Mondiale del 1962. Locatelli ha preso nota e si è messo i…

Italia, provincia di. L'ItalSassuolo che trascinata dai neroverdi Locatelli e Berardi batte la Svizzera ripercorre il solco di una Nazionale che nella sua storia - al netto degli zoccoli duri delle squadre vincenti in campionato - ha sempre pescato in provincia, nei club di fascia media, fuori dall'asse Milano-Torino-Roma. E ha sempre pescato bene. Perle preziose, campioncini in erba, talenti maturi.



Prendete Bulgarelli. È stato una bandiera di una nobile provinciale - il Bologna - che arrivò persino a vincere lo scudetto nel 1964. Negli anni 60 Giacomino giocò per 29 volte in maglia azzurra, segnando - tra l'altro - una doppietta al debutto contro la Svizzera, al Mondiale del 1962. Locatelli ha preso nota e si è messo in scia. L'esempio più luminoso del campione provinciale che conquista l'azzurro è quello di Paolo Rossi, che in Argentina nel '78 divenne Pablito. Quando si imbarcò con la comitiva azzurra era reduce dal suo primo campionato da titolare in Serie A con il Lanerossi Vicenza: 24 gol in 30 presenza convinsero Bearzot che quel ragazzo meritava. Per restare in tema Europeo: nel 1968 Pietruzzo Anastasi aveva vent'anni, la fame di chi parte da molto lontano, la dinamite tra i piedi. A spingerlo verso la gloria - fu suo il gol del vantaggio nella finale contro la Jugoslavia - era stata la rivoluzione che - in quell'anno così iconico - aveva messo in atto da solo, da centravanti del Varese. Giusto per ricordarlo: l'altro gol lo segnò Gigi Riva, cioè Cagliari, periferia dell'Impero Pallonaro.



Ma anche il percorso azzurro di Totò Di Natale si è snodato in provincia, tra Empoli - dove ha comunicato - e Udine, dove ha chiuso la carriera. Ciò non gli ha impedito di togliersi le sue soddisfazioni azzurre. Perché ogni tanto è dalla provincia che si prende l'abbrivio verso il trionfo. Vedi alla voce Fabio Grosso, terzino del Palermo, immortalato per sempre in quella lunghissima rincorsa per battere il calcio di rigore che ci fece felici, il 9 luglio del 2006. L'Italia Campione del Mondo di Lippi era un bel mosaico: comprendeva altri tre giocatori del Palermo (Barzagli, Zaccardo, Barone) e lì davanti sgomitava un centravanti (Iaquinta) che aveva conquistato l'azzurro partendo da Udine e che faceva la riserva a un collega (Toni) che si era affermato a suon di gol a Firenze. Nell'Italia di Bearzot del 1982 lil gruppo predominante era quello della Juventus, eppure il gioco passava tra i piedi di Antognoni (idolo di una Firenze che in quegli anni lottava comunque tra le grandi) e tra i 22 trovò spazio Spadino Selvaggi, centravanti del Cagliari. La squadra a fornire più azzurri all'Italia di Sacchi nel 1994 fu - insieme al Milan - il Parma, con ben 7 giocatori, praticamente uno su tre. Il plotone comprendeva Bucci, Apolloni, Minotti, Mussi, Benarrivo, Dino Baggio e Zola.

Da Bologna sono arrivati in Nazionale Bellugi (Anni 70) e più di recente Diamanti, Nando De Napoli approdò al Mondiale del 1986 grazie alle sue prestazioni nell'Avellino così come Doni guadagnò la fiducia del Trap e il posto tra i 23 di Giappone-Corea 2002 giocando nell'Atalanta (come è successo ora a Pessina e Toloi), Galderisi, Di Gennaro, Tricella e Fanna negli anni 80 conquistarono l'Italia partendo da Verona, Beppino Signori folleggiò nel Foggia e meritò l'azzurro, Vierchowod giocava nel Como quando venne convocato per la prima volta.

E andando ancora un po' più in là nel tempo: Gino Colaussi fu il mattatore dell'Italia di Pozzo che nel 1938 vinse il suo secondo titolo mondiale. Segnò ai quarti contro la Francia, in semifinale contro il Brasile e in finale - addirittura una doppietta - contro l'Ungheria. Ebbene: Colaussi giocava in una squadra di medio cabotaggio, la Triestina, che in quegli anni arrivava sempre a metà classifica. Figlio di agricoltori friulani, cresciuto nella povertà, Gino aveva guadagnato le prime lire da ragazzo, lavorando come ciabattino. Il suo compito era quello di riparare le scarpe. Aveva imparato che dentro le scarpe riposano i sogni, e anche se si parte da molto lontano basta mettersi in viaggio per provare a realizzarli.