Europei, Germania: Loew non 'riesce' a dire addio. A Wembley un altro giro di giostra
dal nostro inviato Maurizio Crosetti , dal nostro inviato Maurizio CrosettiMONACO DI BAVIERA – Chissà a quale punto di sé stesso può arrivare o tornare il vecchio Joachim Loew, vecchio per modo di dire (c’è da una vita, ma è solo del 1960), l’allenatore ai saluti, l’esautorato, il triste solitario e finale. Il destino gli regala invece un ultimo giro di giostra che potrebbero anche essere quattro, dagli ottavi in su oppure in giù. Vincere, o tornare sulla soglia degli inferi dove la Germania del calcio è rimasta a lungo, mercoledì sera, mentre l’Ungheria la stava riducendo a brandelli.
Quell'ombra di Flick sempre più ingombrante
Infradiciato dal diluvio che si stava supponendo universale, il …
MONACO DI BAVIERA – Chissà a quale punto di sé stesso può arrivare o tornare il vecchio Joachim Loew, vecchio per modo di dire (c’è da una vita, ma è solo del 1960), l’allenatore ai saluti, l’esautorato, il triste solitario e finale. Il destino gli regala invece un ultimo giro di giostra che potrebbero anche essere quattro, dagli ottavi in su oppure in giù. Vincere, o tornare sulla soglia degli inferi dove la Germania del calcio è rimasta a lungo, mercoledì sera, mentre l’Ungheria la stava riducendo a brandelli.
Quell'ombra di Flick sempre più ingombrante
Infradiciato dal diluvio che si stava supponendo universale, il più classico portatore di camicie scure del calcio mondiale ha trovato ancora un destino, e il filo del discorso. Già gli stavano facendo il funerale sportivo, tenendo conto che tre allenatori tedeschi si sono appena presi altrettante Champions e lui invece no, ormai è lontana la sua gloria, ancora freschissima invece l’onta dell’eliminazione mondiale al primo turno, nel 2018. Uno dei suoi storici vice, Hans-Dieter Flick, è colui che ha stretto tra le dita una delle ultime tre Champions (gli altri, Klopp e Tuchel): e una volta lasciata la Nazionale, ecco che il suo capo Loew ha cominciato a perdere. Era dunque quell’altro, il bravo davvero? Lo sapremo presto, visto che proprio a Flick sarà consegnata la Germania. Ma non senza l’ultima recita di Loew, il più longevo di tutti, ormai, un classico vero, una continua citazione di sé. Però in una versione diventata opaca, sbiadita.
Goretzka e quei giorni di luce in più
Gli anni lo hanno reso ancora più smunto, quasi filiforme. Un Giacometti della panchina. Quando il signore nero si è messo addosso una mantellina bianca, nell’uragano dell’Allianz, non pareva neppure più lui. Scuoteva la testa, incredulo di fronte a tutta quella insensata caduta. La Mannschaft era quasi fuori dall’Europeo, per di più in casa propria e contro l’Ungheria, non proprio un colosso del football a meno di risalire all’epoca di Puskas. Poi ci ha pensato un mezzo polacco, Leon Goretzka, a salvare la baracca, il compagno Goretzka impegnato nella battaglia civile contro le destre, immortalato in una fotografia con in mano una bandiera contro il fascismo, promotore di una raccolta di fondi anti-Covid a sostegno delle fasce più deboli. Leon Goretzka, figlio di un operaio della Opel a Bochum, la città degli antichi minatori di carbone. E’ stato lui, partito come riserva, a salvare il classico Joachim, regalandogli ancora qualche giorno di luce: quanti saranno, è impossibile dirlo. Così com’è complicato valutare davvero la Germania, il suo peso attuale se non il suo valore. Sconfitta dalla Francia, spaventata dal Portogallo poi sommerso di gol, infine quasi fuori contro l’Ungheria acchiappata per i capelli.
Quanta strada potranno fare i tedeschi senza “il bue”, privi cioè di un centravanti vero, costretti ad inventare le reti dei guastatori (o del mezzo polacco) e allo stesso tempo incapaci di non farsi sempre infilzare? Già successo cinque volte in tre partite, troppe per andare lontano. Ma è proprio lì che i tedeschi del pallone vanno quasi sempre. Prossima fermata, l’Inghilterra. Ma fermata per chi? Se non fosse Loew?