Belgio-Portogallo, il 'derby' di Oliveira: "Decide Lukaku. L'Italia? Che coraggio Mancini"

Lukaku e Ronaldo (afp)
L'ex attaccante, nato in Brasile, ha giocato con i Diavoli Rossi: "I lusitani dipendono quasi esclusivamente da Ronaldo. Spero che Romelu possa trascinare la squadra alla conquista di un titolo". E fa i complimenti al ct azzurro
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Luis Oliveira, nato nel 1969 nella favela di Sao Luis nello stato brasiliano del Maranao, quando ha potuto scegliere in che nazionale giocare ha deciso per quella belga. "Al tempo ero un giocatore dell'Anderlecht. Mio padre non la prese bene, mi sognava in verdeoro, non mi parlò per molto tempo. Il vice di Falcao, che allenava il Brasile, mi chiamò per convocarmi proprio mentre stavo completando le pratiche per diventare un giocatore del Belgio. Ero molto giovane, ma non mi pento di nulla".
 
Domani sera guarderà la partita contro il Portogallo?
"Certo! Tiferò due volte: da belga e da brasiliano. Per chi nasce in Brasile, la sfida col Portogallo è un derby. Coi portoghesi ci prendiamo in giro. Dicono che il nostro modo di parlare sembra una cantilena. La verità è che sono loro a parlare con la bocca chiusa, non si capisce niente. Più facile parlare coi belgi".
 
Chi vede favorito fra Belgio e Por…

Luis Oliveira, nato nel 1969 nella favela di Sao Luis nello stato brasiliano del Maranao, quando ha potuto scegliere in che nazionale giocare ha deciso per quella belga. "Al tempo ero un giocatore dell'Anderlecht. Mio padre non la prese bene, mi sognava in verdeoro, non mi parlò per molto tempo. Il vice di Falcao, che allenava il Brasile, mi chiamò per convocarmi proprio mentre stavo completando le pratiche per diventare un giocatore del Belgio. Ero molto giovane, ma non mi pento di nulla".
 
Domani sera guarderà la partita contro il Portogallo?
"Certo! Tiferò due volte: da belga e da brasiliano. Per chi nasce in Brasile, la sfida col Portogallo è un derby. Coi portoghesi ci prendiamo in giro. Dicono che il nostro modo di parlare sembra una cantilena. La verità è che sono loro a parlare con la bocca chiusa, non si capisce niente. Più facile parlare coi belgi".
 
Chi vede favorito fra Belgio e Portogallo?
"Sono di parte: giocai nel Belgio a Francia '98. Facemmo tre pareggi con Olanda, Messico e Corea. Segnai anche una tripletta alla Turchia nelle qualificazioni. Ma davvero penso che il Belgio possa essere più forte. Ha giocatori di maggior talento. Il Portogallo si basa sulla difesa e sullo schema della palla a Ronaldo. Se non segna lui, non hanno opzioni. Certo, nel calcio ci sono sempre imprevisti, ma penso che il Belgio possa passare il turno, pur soffrendo".
 
Pensa sarà più decisivo Ronaldo o Lukaku?
"Da ex attaccante, prima che da tifoso, dico Lukaku. Ha la capacità incredibile di far salire tutta la squadra. Lo fa in nazionale come l'ha fatto all'Inter. Spero che possa trascinare la squadra a vincere finalmente un titolo. Ci è arrivato vicino nel Mondiale del 2018, superando ai quarti il Brasile".
 
In quella partita per chi batteva il suo cuore?
"Ero come sempre diviso fra due amori. Quando il Brasile perde non riesco mai a gioire: lì ho le mie radici e so quanto soffrano i brasiliani per le sconfitte ai Mondiali. Ci sono padri di famiglia che buttano in terra il televisore. Bambini che non parlano per giorni. Se almeno il Belgio avesse poi vinto, ne sarebbe forse valsa la pena. Invece è arrivata la sconfitta con la Francia".
 
Lei in campo ha conosciuto il Roberto Mancini giocatore. Cosa pensa della sua Italia di oggi?
"È una squadra straordinaria e la tifo. Vivo qui da tantissimi anni. Prima stavo in Sardegna, ora in Veneto dove ho fatto l'allenatore. Sono felice di vedere che gruppo ha costruito Mancini. Ha avuto coraggio. Di solito le nazionali italiane sono costruite su blocchi di giocatori presi dai grandi club, soprattutto Juve e Milan. Invece ha avuto il coraggio di pescare giocatori in club meno vincenti. E si vede che ha un bel rapporto con i suoi giocatori, è sensibile".
 
Con lei Mazzone lo fu un po' meno. È vero che le disse che si vestiva come un pagliaccio?
"Ci siamo spesso scontrati. Era un colonnello. Voleva comandare e comandava. La verità è che le maglie colorate che indossavo negli anni Novanta oggi vanno di moda, ci avevo visto giusto. Mazzone era troppo rigido. Io ero lì per giocare, come mi vestivo erano fatti miei. E comunque davvero, sono stato un precursore. Sono stato fra i primi a mettere scarpini colorati. L'allenatore diceva che era una scemenza e che servivano solo a farmi vedere di più dagli avversari. Ora li portano tutti".  
 
In caso di una sfida fra Belgio e Italia, chi tiferebbe?
"Per tutte e due le squadre! E verrei come sempre preso in giro da tutti, tanto dai miei amici italiani quanto dai belgi. E di sicuro direbbero la loro anche i brasiliani. È la storia della mia vita".