SAN PIETROBURGO - La Spagna viene da sette anni di crisi, da una collezione di fallimenti che parte dal Mondiale del 2014, da un tipo di gioco che ha trasmesso un senso di noia, addirittura di nausea. Poi è arrivato Luis Enrique, cambiando tutto senza cambiare niente: ha fatto piazza pulita degli uomini (dei "titolati" restano solo Busquets e Jordi Alba) ma non delle idee, quelle le ha rianimate quando erano date ormai per superate. Può vincere il torneo o uscire con la Svizzera, che al contrario sono anni che raggiunge il traguardo che si pone ("Però stavolta i quarti non ci bastano", si lancia Petkovic), ma qualunque cosa capiti a San Pietroburgo la Spagna sa che tornerà diversa da com'era partita, più adulta, con delle idee in testa precise e un gruppo che si è saldato su logiche nuove rispetto al passato, quando i blocchi di Real e Barça si alleavano sulla base dell'interesse comune ma senza nessuna connivenza emotiva. Ora non ci sono stelle né leader, se non il pacatissimo Busquets. La guida del gruppo, il capo riconosciuto, è Luis Enrique, probabilmente entusiasta delle molte difficoltà sulle quali la nazionale ha rischiato di inciampare e a cui è invece sopravvissuta, ogni volta più rafforzata.