Il domatore di leoni, l'influenza di Guardiola sulla nazionale inglese
di Paolo Condò , di Paolo CondòNel momento chiave della seconda semifinale, quello in cui gli inglesi ottengono il rigore decisivo - che è fasullo, ma segna comunque l'apice di un'offensiva totale contro la porta danese - sono in campo quattro giocatori del Manchester City. Southgate infatti ha appena immesso Foden al posto di Mount, mentre stanno giocando dall'inizio Walker, Stones e Sterling. È possibile che fra qualche settimana se ne aggiunga un quinto, Harry Kane, il centravanti perfetto per il gioco di Pep Guardiola: ma costa molto, e a differenza del Psg che ha già ingaggiato la qualunque, il City quest'anno non sembra immune da vincoli di spesa. Vada come vada il mercato, mezza Inghilterra si muove al ritmo sostenuto dei vincitori dell'ultima Premier, la terza delle cinque stagioni in cui Guardiola ha allenato a Carrington. Questo non basta per dire che l'Inghilterra di Southgate giochi come il City: non ci sono le continue rotazioni offensive dell'ultima ver…
Nel momento chiave della seconda semifinale, quello in cui gli inglesi ottengono il rigore decisivo - che è fasullo, ma segna comunque l'apice di un'offensiva totale contro la porta danese - sono in campo quattro giocatori del Manchester City. Southgate infatti ha appena immesso Foden al posto di Mount, mentre stanno giocando dall'inizio Walker, Stones e Sterling. È possibile che fra qualche settimana se ne aggiunga un quinto, Harry Kane, il centravanti perfetto per il gioco di Pep Guardiola: ma costa molto, e a differenza del Psg che ha già ingaggiato la qualunque, il City quest'anno non sembra immune da vincoli di spesa. Vada come vada il mercato, mezza Inghilterra si muove al ritmo sostenuto dei vincitori dell'ultima Premier, la terza delle cinque stagioni in cui Guardiola ha allenato a Carrington. Questo non basta per dire che l'Inghilterra di Southgate giochi come il City: non ci sono le continue rotazioni offensive dell'ultima versione, per esempio, e dei due uomini davanti alla difesa (Phillips e Rice) il tecnico catalano ne utilizzerebbe al massimo uno. Però il primo gol all'Ucraina - il taglio di Kane a ricevere la palla perfetta di Sterling dalla trequarti - è stato davvero molto City, e le stesse due reti ai danesi, in realtà un autogol e il rigore che sapete, nascono dalla "solita" azionissima guardioliana, ovvero la penetrazione lungo la linea di fondo, e poi al centro chi c'è c'è.
Decidete voi se questi indizi siano sufficienti per riproporre il concetto che il Pep sia l'equivalente calcistico del monolite di 2001, Odissea nello Spazio, la cui comparsa coincideva con i momenti evolutivi della razza umana. Quando assume la guida del Barcellona (2008) la Spagna ha appena vinto con Luis Aragonés il suo primo Europeo, e dunque il materiale di partenza è ottimo: Vicente Del Bosque, che succede ad Aragonés, non ci mette molto a capire che è il caso di mutuare in nazionale il tiqui-taca catalano, e applicando quasi in toto gli analoghi principi trionfa al Mondiale e a un secondo Europeo. Guardiola si sposta al Bayern nel 2013 e un anno dopo Joachim Löw vince il Mondiale con la Germania, godendo per sua stessa ammissione di numerose innovazioni proposte in Baviera dal Pep, la più nota delle quali è il movimento fuori/dentro dell'ex-terzino Lahm. Al massacro di Belo Horizonte, il 7-1 inflitto dalla Germania al Brasile in semifinale, partecipano da protagonisti sei giocatori del Bayern.
Guardiola arriva in Premier nel 2016, subito dopo il terribile flop di Roy Hodgson all'Europeo - Inghilterra eliminata agli ottavi dall'Islanda - e della squadra di quel giorno gli unici superstiti sono Walker, Sterling e Kane: i primi due se li è portati al City, col terzo ci sta provando. Nel giro di due anni Southgate migliora la squadra al punto da portarla alla semifinale mondiale, ma se vogliamo cercare i tratti combacianti fra la nazionale e il City è più al torneo in corso che dobbiamo guardare, anche perché cinque stagioni di Guardiola ormai si fanno sentire anche dal punto di vista culturale. Molti elementi del suo gioco, a partire dal contropressing per il recupero alto del pallone, sono diventati patrimonio comune.
Ma come se l'è cavata all'Europeo il resto del Manchester City? La domanda non è innocente e per onestà intellettuale ci autodenunciamo, perché il luogo comune che accompagna ogni ko di Guardiola in Champions, al di là delle formazioni strane che s'inventa nelle gare decisive - gli inglesi lo accusano di overthinking, pensarci troppo - è che la sua rosa sia colma di tesori come la caverna di Alì Babà, mentre le cose non stanno esattamente così. Presi singolarmente i giocatori del City sono costosissimi, perché tanto paga lo sceicco, ma non fortissimi, a parte alcune eccezioni. La più evidente riguarda Kevin De Bruyne, quello che più ci ha impaurito nel quarto di finale, e a cui soltanto una parata spaziale di Donnarumma ha strozzato in gola l'urlo del vantaggio. Un altro campione accertato è il difensore portoghese Rubén Dias, mvp della stagione di Premier, ma nemmeno lui ci ha capito qualcosa dell'attacco della Germania nella partita che è costata una sonora sconfitta (4-2) e il terzo posto nel girone, con ripescaggio suicida contro il Belgio. Se il rendimento complessivo di Dias è stato comunque sufficiente, non così si può dire di Bernardo Silva, molle e assente nel centrocampo portoghese come per tutta la stagione di Premier.
L'altra nazionale a usufruire di quattro giocatori del City è la Spagna, ma le loro posizioni sono diverse. Un solo titolare fisso, il difensore centrale Laporte (riserva nel club) che è andato benone, tre uomini da rotazione per Luis Enrique: Rodri è uscito di scena appena è tornato disponibile Busquets, Ferran Torres ha segnato un gol in entrambe le gare ad alto rendimento (5-0 alla Slovacchia, 5-3 alla Croazia) ma contro l'Italia è stato il peggiore, Eric Garcia - peraltro già restituito al Barcellona - è partito due volte dal primo minuto, senza infamia e senza lode. Chi invece pur essendo una stella nel club in nazionale ha fallito è Ilkay Gündogan, sostituito da Goretzka durante il drammatico inseguimento all'Ungheria e da lì fisso in panchina. È andato molto male anche l'ucraino Oleksandr Zinchenko che, venendo dal City, pareva brutto limitare al ruolo di terzino sinistro: spostato a centrocampo, però, non ha combinato niente (il gol alla Svezia l'ha segnato nell'unica gara al suo posto). L'olandese Aké è subentrato due volte, e la prima è stato anche decisivo perché sul suo lungo traversone Dumfries ha segnato il 3-2 agli ucraini: ma poi De Boer se l'è dimenticato in panchina. Copa America, infine: Ederson è tornato titolare nella fase a eliminazione diretta dopo essersi alternato con Alisson, Gabriel Jesus è già tornato a casa. Un'entrata assassina sul cileno Mena nei quarti - ma assassina veramente, roba che in Europa non si vede - gli è costata due gare di squalifica e la fine anticipata del torneo.