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Festa Italia con la Coppa in trionfo tra la folla

Il pullman scoperto con gli azzurri in via del Corso circondato dalla folla in festa (ansa)

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Il successo ha bisogno dell'oggetto che lo fa passare dall'astratto al concreto. Il viaggio del trofeo da Londra alle strade di Roma
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Una sera nelle mani di 26 ragazzi . Una notte con due "fratelli". A colazione con cornetto, cappuccino e difensore. In aereo, guardata a vista come un latitante ripreso dopo decenni di caccia. Portata oltre la soglia più alta come una sposa. Offerta ai presidenti. Dedicata agli assenti. In ostensione al popolo, che crede, certo, ma se vede non guasta, perché possa convincersi oltre ogni irragionevole dubbio che il suo piccolo grande sogno d'inizio estate si è avverato. Ecco la prova. Ecco la coppa. In remissione di qualche peccato e lenimento di passate sofferenze. In questo segno hanno vinto. Il successo ha bisogno del simbolo, dell'oggetto che lo fa passare da astratto a concreto attraverso una rappresentazione convenzionale: la fusione di aspirazione e realizzazione, desiderio e metallo, impossibile e già trascorso. 

Una sera nelle mani di 26 ragazzi . Una notte con due "fratelli". A colazione con cornetto, cappuccino e difensore. In aereo, guardata a vista come un latitante ripreso dopo decenni di caccia. Portata oltre la soglia più alta come una sposa. Offerta ai presidenti. Dedicata agli assenti. In ostensione al popolo, che crede, certo, ma se vede non guasta, perché possa convincersi oltre ogni irragionevole dubbio che il suo piccolo grande sogno d'inizio estate si è avverato. Ecco la prova. Ecco la coppa. In remissione di qualche peccato e lenimento di passate sofferenze. In questo segno hanno vinto. Il successo ha bisogno del simbolo, dell'oggetto che lo fa passare da astratto a concreto attraverso una rappresentazione convenzionale: la fusione di aspirazione e realizzazione, desiderio e metallo, impossibile e già trascorso. 

"Alza la coppa!" perché quello è il gesto rituale, che porta al cielo non la supplica ma il compimento, che si concede a migliaia di scatti e milioni di condivisioni o semplicemente sguardi che possono seguire la traiettoria e scavalcare l'oltre. Non bastano le braccia, non bastano le dita a V: ci vuole la coppa. La medaglia è per uno, che la tiene al collo; la coppa è per tutti gli altri, per quelli che la possono toccare ma anche soltanto vedere. È il feticcio del dominio transitorio, ma proprio per questo più amato: prendiamo oggi una vertigine di passaggio. La bacheca è la sua prigione. La sventura spesso il suo finale destino: la rompono, la rubano, la sciolgono, la vendono. Anch'essa vive di luce effimera e le ultime ore sono state la sua marcia trionfale. 

Aspettava sul prato di Wembley, dove tutti i più grandi trofei del calcio dovrebbero mettersi in fila, giacché ogni altrove non evoca allo stesso modo. Attendeva il suo capitano. A lui si porge, dopo la vittoria. Pochissime le eccezioni. La sensibilità di Guardiola mandò Eric Abidal, sfuggito alla morte, a prendere quella con le orecchie nel 2011. Roberto Mancini ci è andato vicino, spedendo l'infortunato Spinazzola a ritirare la prima medaglia. Ma la coppa, quella era per Chiellini, che se l'era conquistata sul campo: calcioni e sorrisi in tv. Poi, l'inevitabile passaggio di mano. Solo i vincitori possono toccarla, agli altri, tutti gli altri, l'obbligo dei guanti, il distanziamento cautelare: nello sport sono gli sconfitti ad avere le stimmate. Una masnada di bambini aspettava il momento per disporre del gioco nuovo. Lorenzino (Insigne), il più piccolo, guardava insù invocando il suo turno e temendo che avrebbe continuato a passargli sulla testa, che gli avrebbero fatto il torello con quell'oggetto, un po' anche suo: quando l'ha infine afferrata l'ha tenuta stretta come una bambina appena consegnata dalle infermiere dopo la sala parto. 

"Coprite la bambina", il messaggio di Cannavaro vedendo la coppa sul letto, quella di un lungo viaggio, posata tra Bonucci e Chiellini, che citavano un gesto del "maestro" nel 2006. Chissà se anche il trofeo non abbia avuto la sensazione di un déjà vu. Domenica sera quando i due ammettevano che fosse "la notte più bella della loro vita" è passata una sensazione: "Ma come, l'altra volta non c'erano?" E quella prima ancora? C'erano prima di mio padre, prima del padre di mio padre, più in là del tempo non andrei, ma se sono sicuro che abbiano giocato con Buffon, fors'anche con Lorenzo Buffon, negli Anni Cinquanta. Già campioni. 

E ci hanno fatto la colazione dei campioni, con la coppa: la mattina la vogliono lì, sul tavolo. Poche ore prima l'avevano imbarcata sull'aereo e chissà se ci sono regole specifiche al controllo bagagli, se deve passare sul nastro, sotto il metal detector, se le hostess fanno cenno all'opportunità di riporla negli appositi alloggiamenti. Probabilmente uno degli ultimi voli Alitalia, uno di quelli con la fotografia che entra nella storia e nelle lounge, il tricolore che sventola dalla cabina, la bandiera di compagnia. C'è una curiosa somiglianza tra la foto della coppa che scende tenuta per i "gomiti" dal capitano e dal commissario in occhiali scuri e quella di Tomaso Buscetta nello stesso aeroporto, nell'84, agganciato a due poliziotti. Manca soltanto la coperta, la coppa è libera di risplendere nel sole di luglio: ha appuntamento con le massime autorità dello Stato. 

All'hotel Parco dei Principi non poteva che rientrare accompagnata da un uomo con la corona in testa, ma per il presidente della Repubblica doveva tornare democratica, concedersi. Il muro dei fotografi davanti al Quirinale è lei che ha invocato, perché era lei la diva sul tappeto rosso. Non ha gridato il nome del mister o quello del portiere miracolante. Ancora una volta: "Alza la coppa!". E ancora il capitano a farsene carico. L'ha portata in braccio come una moglie oltre la soglia di un appartamento che custodirà il segreto della vita futura, con lo stesso spirito di un giorno di nozze: ora tutto è bellissimo, l'avvenire è una scommessa da fare con leggerezza, ce lo chiederemo poi se non poteva durare, dateci almeno tre anni prima di mandarci dal consulente. 

L'effetto coppa è stato un disgelo continuo: ci si è specchiato un Mattarella inedito, sorridente, perfino con le spalle a riposo. E si è lasciato andare Draghi, anche lui destinatario di una maglia azzurra numero 10 (siamo un popolo di fantasisti), anche lui indotto a posare con il presidente della Federcalcio Gravina, tenendo un manico a testa, come due massaie che tornano dal mercato con una sporta troppo pesante e si spartiscono l'onere prendendosi l'onore. 

L'ultima apparizione pubblica è stata sull'autobus, preso al volo. Alla partenza da via del Corso era tra l'onnipresente Bonucci e il cerimoniere Bernardeschi, Oscar come migliore attore non protagonista, pochi minuti e due rigori dentro, nei secoli fedele e già incaricato di mostrare il trofeo al popolo nello stadio, figurarsi a quello nelle strade di casa. È stata la coppa di tutti, se la sono portata casa nelle retine degli occhi e dei cellulari, abbacinati da quel riflesso che è la gloria indiretta. È stata una proiezione. Appartiene veramente a chi se l'è andata a prendere, in nome e per conto. Ma i nomi che contano sono quelli dei 26 giocatori, più Mancini & Friends. È di chi c'era, anche se ha ha appena sfiorato il campo come il secondo portiere o l'ha soltanto visto come il terzo. Solo a chi c'era spetta il diritto di invocare altri nomi da iscrivere a referto sul metallo. È bello che abbiano fatto quello di Davide Astori, perché è nella felicità che ti accorgi di chi manca, è quando afferri un manico e poi ti tocca prendere anche l'altro per alzare la coppa e sancire che non tutto può essere riparato, ma tutti vivranno al riparo della memoria e del rispetto.