Italia campione d'Europa: l'eredità morale di un gruppo costruito per stupire ancora
di Paolo Condò , di Paolo CondòGli abbiamo sfilato la coppa da sotto il naso, non se la prenderanno se ci portiamo a casa anche una delle molte parole perfette della lingua inglese - legacy - che vuol dire eredità, ma evoca un concetto più ampio e profondo del puro lascito materiale, diciamo un'eredità morale (e vedete che in italiano di parole dobbiamo usarne due).
La Nazionale trionfante di Wembley ci consegna un sequel a breve scadenza, perché stavolta il Mondiale dista appena sedici mesi, e nelle nostre vite ritmate dal succedersi delle serie tv mai seconda stagione sarà più attesa. Ma la vera legacy di un mese così esagerato oltrepassa i risultati del momento per indicare un metodo di lavoro in grado di perpetuarli. Una delle parole chiave di questo periodo tremendo è stato ristoro, inteso come tampone - dove ti volti incespichi nel lessico del 2020-21 - ai problemi economici montanti. Anche il ristoro ha la sua versione psicologica, e in tutta evide…
Gli abbiamo sfilato la coppa da sotto il naso, non se la prenderanno se ci portiamo a casa anche una delle molte parole perfette della lingua inglese - legacy - che vuol dire eredità, ma evoca un concetto più ampio e profondo del puro lascito materiale, diciamo un'eredità morale (e vedete che in italiano di parole dobbiamo usarne due).
La Nazionale trionfante di Wembley ci consegna un sequel a breve scadenza, perché stavolta il Mondiale dista appena sedici mesi, e nelle nostre vite ritmate dal succedersi delle serie tv mai seconda stagione sarà più attesa. Ma la vera legacy di un mese così esagerato oltrepassa i risultati del momento per indicare un metodo di lavoro in grado di perpetuarli. Una delle parole chiave di questo periodo tremendo è stato ristoro, inteso come tampone - dove ti volti incespichi nel lessico del 2020-21 - ai problemi economici montanti. Anche il ristoro ha la sua versione psicologica, e in tutta evidenza è di quello che stiamo godendo nel vedere il capitano Chiellini alzare la coppa: ma qui, come nel portafogli, il ristoro può essere anche un investimento.
Quando Roberto Mancini ricorda con orgoglio che soltanto tre anni fa nessuno credeva più ai calciatori italiani, e che i primi tempi la sua fiducia veniva scambiata per pazzia, ci dice che i campioni d'Europa di questi giorni meravigliosi erano sotto gli occhi di tutti, un po' come i centimetri del famoso discorso di Al Pacino. Bastava cercarli, e soprattutto aspettarli. Matteo Pinci ha raccontato ieri in queste pagine la lunga teoria di rifiuti, rimandi e sottovalutazioni che ha coinvolto quasi tutti gli azzurri: si può dire che Donnarumma sia stato l'unico predestinato riconosciuto fin da quando era in fasce, gli altri hanno dovuto percorrere numerose vie traverse - e questo li ha certamente fortificati - prima di godersi in molti casi una rivincita.
Non c'è vivaio di grande club esente da questa Spoon River, perché il Milan non ha capito cosa fosse Locatelli, l'Inter ha sacrificato subito Bonucci (oltre a Zaniolo) e la Juve non ha mai dato una chance a Immobile: quando gli errori di valutazione si verificano ovunque vuol dire che è sbagliato il sistema, è sbagliata la cultura che ha fatto della Serie A il cimitero degli elefanti d'Europa, e che adesso i ragazzi rifiutati o non abbastanza aspettati hanno reso il campionato dei campioni d'Europa. Che se poi la strategia di cercare all'estero il vecchio campione avesse prodotto nel tempo marce trionfali, o almeno decenti, dei nostri club nelle coppe, si potrebbe discutere in serenità se il gioco valga la candela: ma sono tre anni che in Champions arriviamo al massimo ai quarti di finale, e dunque c'è poco da discutere. Abbiamo la Nazionale campione d'Europa e l'ultima coppa europea è datata 2010. Sarebbe il caso di ispirarsi alla legacy di Mancini, che dite?
Venendo al lascito a breve scadenza, quello rivolto al Mondiale del Qatar (al quale ci dobbiamo ancora qualificare), è ovvio che una squadra così brillante meriterebbe la conferma in blocco. Peccato, quindi, che tre ordini di questioni disegnino un quadro differente. Il primo è il dubbio sul numero dei convocati, difficilmente 26 a meno che la pandemia - e certo non ce lo auguriamo - non comprima nuovamente la stagione affastellando partite com'è successo tra 2020 e 2021.
In una situazione normalizzata l'elenco tornerà a riguardare 23 giocatori, il che vuol dire tagli. La seconda questione chiama in causa i grandi infortunati come Zaniolo e Pellegrini, certamente a bordo nella prossima occasione, e qualcuno che riesca a sfruttare anche un tempo così ridotto per imporsi (Scamacca? Cragno? Tonali?): e pure questi nomi implicano tagli. Infine, l'opportunità di prolungare la carriera azzurra di un grande vecchio come Chiellini fino al Mondiale: l'usura fisica è purtroppo evidente sia nella Juve che in Nazionale, e da settembre Mancini dovrà dare grande spazio a Bastoni per aggiungere spessore al suo talento cristallino. Ma le venti partite a stagione che verosimilmente restano nei polpacci del capitano azzurro sono grandi partite, situazioni in cui la sua personalità pesa come nessun'altra: Jordi Alba, che pure non è l'ultimo arrivato, saprebbe spiegare perché. Un anno e un pezzetto ancora, capitano: perché al prossimo Mondiale l'importante non sarà partecipare.