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La lezione di Vialli, un leader silenzioso e il destino da scrivere

Vialli e Mancini con la Coppa 

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Ha guidato i giocatori senza invadere il campo. Quella foto con la coppa e Mancini attesa dal '92
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"Dopo questa tragedia non diventeremo migliori, diventeremo quello che siamo". Erano i giorni più cupi del Covid. Intervistammo Luca Vialli in uno di quei pomeriggi di infinito silenzio, la sua voce al telefono era calma, increspata appena da un sospiro, e non rinunciava alle solite battute perché Luca è un uomo spiritosissimo. "Mi raccomando, fammi sembrare più intelligente di quello che sono". Sentiva questa vittoria: "Sapevo che i ragazzi sono forti e che il gruppo è formidabile. Merito di Roberto".

E davvero Luca Vialli è diventato quello che era, quello che sarà. Convalescente come troppi tra noi, dunque a tanti di…

"Dopo questa tragedia non diventeremo migliori, diventeremo quello che siamo". Erano i giorni più cupi del Covid. Intervistammo Luca Vialli in uno di quei pomeriggi di infinito silenzio, la sua voce al telefono era calma, increspata appena da un sospiro, e non rinunciava alle solite battute perché Luca è un uomo spiritosissimo. "Mi raccomando, fammi sembrare più intelligente di quello che sono". Sentiva questa vittoria: "Sapevo che i ragazzi sono forti e che il gruppo è formidabile. Merito di Roberto".

E davvero Luca Vialli è diventato quello che era, quello che sarà. Convalescente come troppi tra noi, dunque a tanti di noi così simile. Il suo male, e il male di tutti. "Vorrei che le persone mi dicessero: grazie a te non ho mollato". Il commovente abbraccio a Mancini, anche quello in qualche modo è stato l'abbraccio di tutti. Lacrime, quando la testa si reclina sulla spalla del fratello e la mano accarezza la schiena come si fa con la donna più amata, con l'uomo della tua vita. Vialli e Mancini, da quarant'anni insieme. "Lui era un discreto numero 10, io un centravanti straordinario". Giocare al gioco di esistere, e riderne.

Scolpito da una magrezza quasi lignea, ma con le forme che di nuovo e lentamente si arrotondano sul suo corpo formidabile, Vialli adesso è tutto occhi. Ridevano, all'inizio dell'Europeo, nei selfie sul pullman della squadra. Cantavano, liquidi, nella sera dei primi poderosi abbraccio a Mancio dopo i gol di Italia-Austria. Brillavano di pioggia domenica, le dita a indicare il cielo, le labbra a baciare un'anfora d'argento che forse conteneva tutti i venti e che la Nazionale aveva appena scoperchiato, e adesso quei venti chi li tiene più. 

"Grazie, ma preferisco dare una mano senza fare troppo rumore" ci disse quando gli chiedemmo di raccontarsi come capo delegazione dell'Italia. Non certo un ruolo decorativo. Vialli "non fa Vialli", adagiato su un cognome che è storia, ma si addentra nei meccanismi emotivi e tecnici dei ragazzi, li consiglia senza sovrapporsi a nessuno, con la discrezione di chi conosce allo stesso modo la quiete e la tempesta e non giudica. E poi c'è il rito di Luca dimenticato dal pullman, vero la prima volta, scaramantico le altre. "Lui ci dimostra ogni giorno come si deve vivere, e io voglio dedicargli questa vittoria" ha detto Florenzi, catturando uno stato d'animo colto anche dal presidente Mattarella: "Gianluca Vialli ha espresso i sentimenti e l'emotività che tutti noi avvertivamo".

A Wembley, stadio per loro anticamente fatale, Luca ha stretto forte Roberto trent'anni esatti dopo quello scudetto con la Samp. Tra i molti simboli che la vittoria azzurra ci consegna, la storia di Vialli va davvero oltre quel campo. Del suo cancro non parla con la retorica del combattente: "Non posso battermi perché vincerebbe lui, che è molto più forte. Il male è un compagno indesiderato che a un certo punto è salito sul treno insieme a me, spero si stanchi prima, ci sono ancora molte cose che voglio fare".

Quel giorno, con Luca parlammo anche di libri. Ne scegliemmo tre: di Fenoglio, John Irving e Saramago. Adesso si va avanti così, tre alla volta e belli lunghi, perché abbiamo deciso che il tempo dev'essere smisurato.