Attilio Lombardo: “La leggerezza dell’Italia, il segreto di Mancini”
di Matteo Pinci , di Matteo PinciROMA - È stato il primo ad abbracciare Roberto Mancini, il primo a sussurrargli qualcosa all'orecchio, mentre Wembley ammutoliva, domenica sera, battuta l'Inghilterra. "Gli ho detto semplicemente: Robi, cosa hai fatto, cosa hai fatto Robi". Attilo Lombardo era stato lì, su quello stesso prato, ventinove anni prima con la Samp. In quell'abbraccio a tre, con Roberto Mancini e Luca Vialli, era l'unico con fiato abbastanza da riuscire a parlare.
Lombardo, ne avevate parlato? Tornare a Wembley, ventinove anni dopo, tutti e tre insieme...
"Prima di entrare in campo, nel riscaldamento, sono andato da Mancini e gli ho detto: "Questo stadio ci ha portato via qualcosa di enorme. Ma lo sai che qui non c'è stato solo quel giorno? Qui abbiamo vinto la Fa Cup e il Community Shield col City". Solo che quella volta avevamo metà stadio per noi e metà dei nostri avversari, stavolta c'erano 60 mila inglesi e s…
ROMA - È stato il primo ad abbracciare Roberto Mancini, il primo a sussurrargli qualcosa all'orecchio, mentre Wembley ammutoliva, domenica sera, battuta l'Inghilterra. "Gli ho detto semplicemente: Robi, cosa hai fatto, cosa hai fatto Robi". Attilo Lombardo era stato lì, su quello stesso prato, ventinove anni prima con la Samp. In quell'abbraccio a tre, con Roberto Mancini e Luca Vialli, era l'unico con fiato abbastanza da riuscire a parlare.
Lombardo, ne avevate parlato? Tornare a Wembley, ventinove anni dopo, tutti e tre insieme...
"Prima di entrare in campo, nel riscaldamento, sono andato da Mancini e gli ho detto: "Questo stadio ci ha portato via qualcosa di enorme. Ma lo sai che qui non c'è stato solo quel giorno? Qui abbiamo vinto la Fa Cup e il Community Shield col City". Solo che quella volta avevamo metà stadio per noi e metà dei nostri avversari, stavolta c'erano 60 mila inglesi e sei o settemila italiani. Prima della partita erano rumorosissimi, è vero che qualcuno ha fischiato l'inno, ma non erano in tanti, molti altri applaudivano. Ma non so se applaudivano noi o chi ci fischiava (ride")".
Quindi tornarci non vi ha fatto un grosso effetto?
"Invece sì, perché era la prima volta che tornavamo tutti insieme io, Mancio e Luca Vialli. Abbiamo iniziato a raccontarcelo. Alla vigilia della partita contro l'Austria, la prima volta che ci trovavamo tutti lì da quel 1992: ci siamo detti che quello è stato il momento più brutto di quella incredibile permanenza alla Samp. Ma abbiamo anche portato la Samp dove non avremmo mai immaginato, a una finale di Coppa Campioni. Non è lo stesso stadio, lo hanno rifatto, ma è lo stesso campo. Potevamo solo riscattarci".
Quando avete capito che ce l'avreste fatta?
"La verità? Qualche istante prima della parata di Donnarumma. Tutti eravamo convinti che Jorginho avrebbe segnato. Quando Pickford ha parato il rigore ho guardato il tabellone ho detto: "Se segnano andiamo a oltranza. Ma se Gigio parasse... Vai, che glielo para". E così è stato, anche se lui non se ne era nemmeno accorto".
Qual è stato il segreto di questa squadra?
"Facile: Mancini. La squadra ha un'identità pazzesca e gliel'ha data lui. È stato bravissimo perché ha ricostruito un entusiasmo dopo la mancata qualificazione ai Mondiali: in quel momento ha capito che doveva esserci un cambio totale, gente che non avesse vissuto quel lutto. Ha puntato sui giovani, alcuni all'inizio del ciclo non avevano mai fatto una partita in Europa. E nei momenti chiave ha saputo allentare la tensione: prima della finale, quando nella riunione tecnica ha inserito Spinazzola tra i titolari, si è sciolto il clima teso che si respirava".
Tutti raccontano invece che è lei la persona che sa abbassare la tensione quando serve.
"Bisogna essere se stessi. È vero, cerco di portare buonumore. Come? Convivendo con loro, come si fa tra compagni. Io ho origini della zona di Napoli e mi mettevo a cantare in napoletano con Insigne, Donnarumma, Immobile. Poi si aggiungeva anche Salsano. Dopo un po' tutta la squadra non solo cantava, ma parlava anche in napoletano".
Vi facevate anche scherzi?
"Non proprio. Anche se a dire il vero ne hanno fatto uno a me: sul mio badge per entrare allo stadio, hanno dipinto una capigliatura intorno alla foto. Quando siamo arrivati a Wembley, l'inserviente mi ha guardato il badge, poi ha preso il passaporto, poi ha guardato me ed è rimasto lì, a fissarmi interdetto. Ho dovuto spostare la foto per convincerlo che ero io, che non c'era stata una trasformazione. E tutto questo un'ora e mezza prima della finale".
Il clima è stato sempre così lieve? Non ci sono stati momenti di nervosismo, qualche scontento?
"Zero. Un altro merito di Mancini è aver tenuto tutti sulla stessa sintonia: ventisei persone per quarantacinque giorni, non è facile eh. Invece anche Castrovilli, Raspadori, sono stati fondamentali: malgrado sapessero che la partita dopo sarebbero andati in tribuna, si allenavano alla grande, sono stati fantastici".
Chi l'ha colpita di più?
"Non è un modo di dire: davvero tutti. I senatori, Bonucci e Chiellini, si sono caricati sulle spalle la responsabilità di un gruppo di ragazzi di ventidue o ventiré anni. Bernardeschi, che ha tirato due rigori pesantissimi. Florenzi, partito per giocare, costretto a fermarsi dopo 45 minuti contro la Turchia e poi rientrato alla grande nell'ultima. Emerson che aveva giocato pochissimo al Chelsea è stato favoloso, purtroppo 4 ore dopo la finale aveva il volo per il Brasile e non ha potuto festeggiare con noi".
Un clima alleggerito dalle grigliate di Coverciano.
"Una cosa nata casualmente, ma dopo la prima scaramanticamente abbiamo continuato a farle, perché così condividevamo insieme il piacere di vedere all'aperto gli avversari che avremmo trovato".
Anche le scelte alla vigilia dell'Europeo sono state fatte per conservare questa armonia?
"Tutto. È stato tutto perfetto, un'altra grande intuizione è stata il ritiro in Sardegna: il mister lo ha voluto molto, ha fatto venire i giocatori con le famiglie, così la mattina ci si allenava un po' e la sera si stava liberi. Utilissimo a ricaricare le batterie".
Il momento chiave è stato Italia-Belgio? Lì si è capito che potevate farcela.
"Lì è stato importante Chiellini: avevamo paura non ce la facesse, volevamo recuperarlo perché sapevamo che Luaku contro di lui ha sempre avuto vita difficile. In realtà le abbiamo dominate tutte, tranne quella con la Spagna. Ma una partita su sette, ci sta. Anche in finale, dopo lo svantaggio, l'abbiamo recuperata in modo intelligente, con calma e consapevolezza. Loro ci gufavano, cavolo se ci gufavano. Ma noi siamo stati più forti. Più forti di tutto".