Si sono incontrati lontani, per quanto possibile, dai riflettori della grande festa. Quella dei Chiefs, capaci di risalire la corrente avversa del primo tempo e di ribaltare risultato e Eagles per conquistare il Super Bowl. Il vincitore, Patrick Mahomes, era ancora con la divisa da gioco e le protezioni, ma senza casco, sostituito da un cappellino all'incontrario, quello appena consegnatogli dallo staff, da campione del mondo. Lo sconfitto, Jalen Hurts, invece, aveva già fatto la doccia e si era cambiato, t shirt bianca, pantaloni scuri, sneakers.
PLAYBOOK/ Le pagelle del Super Bowl
In campo, complice il finale-thrilling e l'esplosione della festa di Kansas City, non c'era stato il tradizionale scambio di saluti tra i quarterback, i leader dei due team. E già si rumoreggiava e malignava. Ma nel tunnel dello stadio di Glendale, il fenomenale numero 15 ci ha tenuto a congratularsi con il suo collega-avversario, poche parole, sentite, senza convenevoli, come si fa tra sportivi abituati a battersi e a rispettarsi: "Che diavolo di partita è stata. Che match infernale". Un modo di rendere onore agli sconfitti e al loro uomo simbolo, e di dirgli, in faccia, quanto è stata dura l'impresa portata a termine. Un riconoscimento. Bello. Autentico.
E' il retroscena, cavalleresco, di una finale da cardiopalmna conclusa a otto secondo dalla fine e con il punteggio complessivo più alto. Una gara di cui si parlerà a lungo. Destinata a rimanere nella storia di questa disciplina. Un match che ha consacrato Mahomes come l'erede di Tom Brady e ha riacceso, è il suo destino, l'eterna discussione sul vero livello di Jalen Hurts, un giocatore inseguito dai dubbi della critica dal college alla Nfl. Uno scetticismo solo in parte mitigato dalla straordinaria annata del numero 1 verde.
Pesa, dannatamente quel fumble costato 7 punti, assolutamente decisivi per l'esito dell'incontro. Un errore, quella palla inspiegabilmente scivolata dalle mani, rimbalzata su una sua gamba per indirizzarsi poi perfettamente verso il difensore dei Chiefs. Bolton,che in un amen l'ha raccolta e trascinata di corsa in end zone per un touchdown che avrebbe fatto, alla fine, tutta la differenza del mondo tra vittoria e sconfitta.
Un fumble,come si chiama nel gergo del football, e sembra di sentire ancora il suono beffardo della palla impazzita che fugge via dalla presa del quarterback e in un attimo cancella una prestazione pazzesca per qualità e quantità. Ingiusto. Ma reale.
Jalen Hurts ha reagito con grande spirito e dignità davanti a tutto questo. Sia prima, in campo, con una prestazione super. Che dopo, quando tutto era finito. Ai suoi compagni, nel chiuso degli spogliatoi, ha chiesto, schiettamente e semplicemente scusa per l'errore compiuto. "Non lo faccio per piacere a qualcuno, alla critica, alla gente o ai media, lo faccio per i miei compagni", ha spiegato in seguito con quella faccia un po' così -con un'espressione che sembra non tradire emozioni- con la quale si presenta e risponde alla stampa durante le frequenti e obbligatorie conferenze prima e dopo le partite. Qualcuno aveva saputo del suo gesto e voleva conoscerne i dettagli. "Tutto qui, è solo per loro", la replica. Secca. E mentre Mahomes, a una domanda precisa rispondeva: "Tutti hanno visto il gran livello di Jalen" e il suo coach Sirianni lo elogiava: "Non l'ho mai visto giocare così bene da quando lo alleno". Lui raccoglieva tutte le energie possibili dalla Grande Delusione della sua vita sportiva per fissare l'obiettivo: tornare su quel palcoscenico e vincere.
Lo attende una estensione di contratto che lo renderà uno dei Re Mida del football. Ma lui fa spallucce. E ai cronisti che lo inseguono con la domanda che riguarda il suo prossimo futuro risponde con l'agilità di quelle sue corse che seminano gli avversari come birilli: "A me interessa vincere i campionati. Interessa vincere. Non è il momento di parlare di questo. Non ora". Nella notte di Glendale, carica per lui di rimpianti e dolore ("So che sta soffrendo ma so che reagirà", si è detto convinto coach Sirianni che lo stima senza se e senza ma), Jalen Hurts assicura di avere "imparato dall'evento negativo". Perché, aggiunge, ognuno reagisce a modo suo alle angosce di una sconfitta. E lui ha scelto come ripartire: facendo tesoro di quello che non è andato per il verso giusto. Affinchè non si ripeta. Mai più. JH lo ha giurato a se stesso. La Eagles Nation ci crede. Il campo, come sempre, sarà il supremo giudice di ogni intenzione. Hurts vuol correre ancora, verso una sola direzione: la vittoria.