Settanta anni, tanti quanti i punti con i quali gli suturarono la faccia nella notte in cui divenne icona di coraggio e sofferenza. Vito Antuofermo li compie oggi: i primi 15 fatti a Palo de Colle, in provincia di Foggia, il resto negli Stati Uniti. Sul ring però sempre da italiano, il che spiega il rimpianto di non aver potuto rappresentare l’Italia alle Olimpiadi - a Monaco 72 - come invece aveva fatto il suo grande idolo, Nino Benvenuti. Le carte in regola ce le aveva, aveva vinto il Golden Gloves, ma nella separazione allora feroce tra sport dilettantistico e quello dei quattrini lo aveva fregato un peccato di ingenuità. Aveva intascato 300 dollari per un match nel Queens diventando, praticamente senza volerlo, un professionista. E pensare che il pugilato nemmeno doveva farlo. Ma un giorno successe che "Are you a fighter? Ok, come!". Glielo disse uno dei poliziotti che lo avevano fermato dopo una rissa tra gente tosta in un locale di Brooklyn. Lo invitò nella palestra della polizia, dove uno già scafato con la boxe lo aveva riempito di cazzotti. Il giorno dopo però lui si era ripresentato: significava che c’era stoffa. In Italia ce lo portò Rodolfo Sabatini, l’organizzatore romano dal fiuto infallibile, non a caso metteva in piedi riunioni mondiali con gente del calibro di Carlos Monzon. Vito ci aveva messo del suo, battendo un Emile Griffith che non era più quello della trilogia con Benvenuti ma restava comunque una leggenda.
Il coraggio e la sofferenza iniziò a mostrarli a Roma, la Palazzo dello Sport: quindici round tremendi contro Maurice Hope che gli costarono la perdita del titolo europeo che si era preso in Germania contro Dagge. “Antuofermo tende a parare i pugni con la faccia”, ebbe a dire di lui Gianni Brera parlando alla Domenica Sportiva con malcelato scetticismo. “In realtà ne prendevo meno di quel che sembrava, ero bravo nelle schivate”. Il giudizio risentiva della drammaticità scenica dei suo match, da fighter impavido, dove il sangue non mancava mai. Bastava poco perché le arcate sopraccigliari andassero in frantumi.
Un grosso problema che divenne un incubo nel match più ricordato della sua carriera, contro Marvin Hagler a Las Vegas. Era in palio il mondiale di medi: Antuofermo lo aveva conquistato battendo a Montecarlo Hugo Corro, uno sul quale pesava come un macigno l’etichetta – raramente così impropria – di erede di Monzon. Di fronte aveva un pugile meraviglioso, e qui l’etichetta era tremendamente appropriata. Marvin Marvelous Hagler salì sul quel ring con la rabbia di uno che sa di essere un grandissimo ma non si sente gratificato dal mondo. Uno stato di frustrazione, quello del calvo del di Brockton, acuito dal fatto che quella stessa notte salisse sul ring l’altro, il predestinato. La faccia e il sorriso che piaceva a tutta l’America e che l’anno dopo sarebbe diventato il cocchetto del nuovo presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan: Ray Sugar Leonard.
Hagler iniziò come una furia, Antuofermo aveva i postumi di una bronchite e, come se non bastasse, non poteva neanche far ricorso a un vecchio trucco che ci spiegò in occasione dei 40 anni da quel match: “All’inizio della carriera sulle ferite ci mettevo lo smalto che le donne usano per le unghie e la pelle teneva un po’ di più. Ma poi non me lo hanno più permesso...”. Nei primi round sembrò non esserci storia, poi lentamente Antuofermo trascino Hagler nella sua giungla, e l’incontro divenne una sfida selvaggia. Settanta punti di sutura, i giudici riconobbero quello stoicismo e assegnarono il pari. Il titolo restò al detentore: “L’ho difeso col sangue”, disse. Fu il punto massimo della sua carriera, anche perché nell’incontro successivo il titolo andò in Inghilterra, nelle mani di un uomo dagli occhi di ghiaccio e dal sorriso inesistente, Alan Minter: “Un giudice venezuelano aveva due punti per me, ma gli alti erano filoinglesi e lo misero in minoranza. Fu un furto”. Seguirono altri due tentativi mondiali, ma ormai le arcate sopraccigliari non sopportavano più lo stress.
Sceso da ring, fece una vita più tranquilla: non c'era più gente determinata ad abbatterlo, ma non c'erano più neanche i riflettori. L’apertura di una pizzeria, la distribuzione della Coca Cola, quindi un lavoro al porto. Provò a riguadagnare antichi fasti con qualche incontro di rientro a metà anni ottanta (“Non fu una buona idea”), riguadagnò invece i riflettori, ma stavolta senza bisogno di mettersi in faccia lo smalto per le unghie. Nel cinema non serve. Una parte nell’ultima apparizione di Vittorio Gasmann (‘’La bomba”) e soprattutto il ruolo di Anthony Squigliaro, la guardia del corpo di Joey Zasa, uno dei personaggi meno raccomandabili del Padrino parte III. “Mi scelse Al Pacino. Quando girammo a Cinecittà, la sera andavamo a cena insieme”. E scusate se è poco.