Tra mamma, mercato e ring. Stephanie Silva negli Usa alla caccia del Mondiale
di Luigi Panella“Ho lasciato mamma a lavorare sola al mercato per un mese e mezzo”. Stephanie Silva vende capi di abbigliamento, gestisce un banco a conduzione familiare a Piazza San Giovanni di Dio, quartiere Monteverde a Roma. Una presenza fissa, almeno fino a un giorno di settembre… “Sono partita per gli Stati Uniti dove sto vivendo una esperienza stupenda. E’ tutto così diverso, e non mi riferisco solo alla boxe. E’ come se fossi entrata in un sogno dal quale non voglio svegliarmi”. Sogno o incubo, dipenderà da lei e da Irma Garcia, messicana, grande esperienza nell’area pugilistica americana: appuntamento nella notte tra sabato e domenica a Long Beach, in California. In palio il titolo del mondo dei supermosca.
Arale, l’alias che non piace agli americani: “Per loro sono Pocket Rocket”
“Lei è una tosta, è più alta di me, è mancina. Verrà avanti per tutti e 10 round, la sua boxe mi si adatta. Però anche lei mi conosce”. Già, perché Stephanie si è fatta largo bruciando le tappe: campionessa d’Europa (match trasmesso live streaming da Repubblica), difesa del titolo e ora la grande chance. Dovesse farcela, sarebbe la quarta italiana conquistare il mondiale da professionista dopo Simona Galassi, Stefania Bianchini ed Emanuela Pantani. Ma basta dire Stati Uniti per etichettare l’impresa come complicata. Senza fare paragoni improponibili, la storia dice che solo tre miti della boxe italiana sono andati a prendersi il mondiale negli Usa: Primo Carnera, Nino Benvenuti e Gianfranco Rosi. Intanto va risolto il problema più frivolo dell’alias. Garcia è Torbellino, il vortice. “Il mio è Arale. Me lo ha dato il mio maestro Simone D’Alessandri, gli ricordavo la bambina robot del cartone giapponese degli anni Ottanta. Solo che in America Arale non sanno proprio chi sia, e allora mi sono trasformata in Pocket Rocket, il razzo tascabile”.
Stephanie l’antidiva
Lo ha coniato Ebanie Bridges, campionessa del ring che fa discutere con i suoi atteggiamenti provocanti: “E’ diversa da come appare, quando mi sono allenata con lei in Inghilterra siamo uscite insieme, è una persona umile e disponibile. E non è per niente diva”. Stephanie è essenziale, antidiva, anche quando parla dei social: “E’ come se avessi la sensazione di togliere del tempo a quello che ho da fare, ma ormai fanno parte della vita quotidiana, anche dell’atleta, e sono quasi costretta a starci”. Essenziale soprattutto quando parla della violenza sulle donne, tema sul quale sono scese in campo tante colleghe: “Una piaga, non è semplice da affrontare in poche parole. Esiste la violenza fisica e psicologica, penso sia necessario lavorare partendo dalle basi, dalla cultura della società. Magari bastasse solo un pugno per difendersi…”.
Per ora solo la boxe. Intanto mamma è arrivata negli Usa
Nel futuro si immagina madre di famiglia: “Ma c’è tempo, ora sono single sennò mica potevo venire qui per tutto sto tempo. E poi la vita della pugile è dura, non consente distrazioni”. In attesa del fidanzato, in California servono basi solide. E infatti è arrivata mamma: “Se sono qui il merito, oltre che del maestro e del mio manager Rolando Frascaro, è suo. Lei insegna pugilato e kickboxing, mi ha spinto lei ad entrare in palestra, mi ha seguito nel mio percorso tra i dilettanti. Prima avevo provato anche con il calcio. Con i maschietti come succede quando si è piccoli, poi con la Lazio femminile. Ma tifo per la Roma, nella settimana del derby è meglio specificarlo…”