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Khalil El Harraz, Arabetto di Roma: “L’immigrazione ha migliorato il mio quartiere, ma in Italia il razzismo esiste ancora”

Il pugile della popolare zona di Bastogi, papà marocchino e mamma italiana, parla dell’integrazione, della boxe e di come ancora ci sia da lavorare per eliminare certi stereotipi. Venerdì a Milano contro Christian Mazzon, in palio l’internazionale Wbc dei Superwelter
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‘Lassate ogni speranza o voi k’entrate’. Recita una scritta all’ingresso di Bastogi, quartiere nella periferia a nord di Roma, dimenticato fino a quando il popolarissimo film ‘Come un gatto in tangenziale’ lo ha disegnato nell’immaginario collettivo. “Ma quale lasciare ogni speranza. Un giorno mi sono svegliato e ho visto quella scritta, neanche so chi l’ha fatta. In realtà la speranza c’è, è quella della gente che si dà da fare”. Khalil El Harraz fa il pugile e in quel quartiere c’è cresciuto: “È una realtà dura ma non durissima, un classico agglomerato popolare. Parecchi anni fa era peggiore. C’erano il tossico, il rapinatore, però io non ho mai avuto mezzo problema con nessuno”. Poi la situazione è andata via via calmandosi: “È stato un processo graduale, ma quando sono arrivati gli immigrati la situazione si è tranquillizzata del tutto. La maggior parte esce la mattina presto per lavorare e torna la sera tardi, non ha tempo per fare casino…”.

Papà marocchino, mamma italiana

E anche Khalil, lo dicono il nome e l’alias molto romano, ‘Arabetto’, è figlio dell’immigrazione: “Mio padre è marocchino, è venuto in Italia per turismo. Poi si è fermato un po’, e ancora un po’ fino a che a conosciuto mia madre, che è italiana. E siamo nati io e mia sorella”. Un anno a Rimini, poi una vita a Roma. Il pugilato come passione e non come voglia di riscatto: “A 12 anni pesavo 81 kg, sono andato nella palestra sotto casa per dimagrire. Poi mi è iniziato a piacere al punto tale che questo sport è diventato il mio splendido vizio”. Trenta anni, ha già combattuto tanto. È stato campione italiano, le uniche sconfitte le ha accusate all’estero e con verdetti non particolarmente lineari: “In trasferta per i soldi? Non proprio anche se le borse sono migliori. Non bisogna andare oltre i propri limiti, anche perché se prendi una lezione troppo dura poi i soldi non te li godi”.

I principi dell’Islam e il razzismo in Italia

Comunque in Italia di boxe non si vive: “E infatti io faccio il meccanico. Ho un mio spazio, sono il padrone di me stesso. E poi la gente mi vuole bene e vengo chiamato spesso”. Anche se in Italia, sarà in trasferta anche venerdì sera, protagonista del main event di una interessante riunione all’Allianz Cloud di Milano (diretta su Dazn). Opposto a Christian Mazzon, in palio l’internazionale Wbc dei Superwelter. Padre di una bambina (“Sono separato dalla madre, ora ho un’altra compagna”), una vita serena che a volte si rabbuia sul tema razzismo: “Esiste, proprio nell’atteggiamento. Sono musulmano, e uno dei principi dell’Islam è l’elemosina verso il prossimo. In osservanza di questo principio, stavo portando delle buste per i poveri alla stazione Termini. Mi hanno fermato e chiesto documenti e permesso di soggiorno, e ci può stare. Ma quando ho fatto notare di essere italiano ho colto una divertita ironia…”. E ancora: “Ero alla guida della macchina di mio cognato. Alle 2 di notte mi hanno fermato per un controllo, dopo pochi minuti c’erano dieci volanti. Hanno svegliato mio cognato in piena notte dicendogli che un arabo aveva la sua macchina…”.

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