La partita della vita

Milito e quella Champions che spazzò via l'incubo Gresko

22 maggio 2010, Inter-Bayern finale di Champions. La paura che finisse come il 5 maggio all'Olimpico in quella drammatica ultima giornata di campionato. Due gol dell'attaccante argentino, la notte di festa al Bernabeu, fino al ritorno silenzioso il giorno dopo davanti alla stadio. "...Poco dopo le dieci, la quiete e il silenzio di una pigra Madrid erano rotti dai rimbalzi di un pallone calciato da quattro superstiti di una notte brava Uno dei quattro ero io, poi altri due colleghi. Il quarto aggregato era Fiorello. Si, proprio Fiorello, cuore nerazzurro. Vivace e loquace anche col pallone ai piedi, tecnica approssimativa come d’altronde tutti gli altri della spontanea pattuglia. Senza offesa, meglio in tv che in campo..."

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Gresko, chi era costui?. Me lo chiedevo sull’aereo che il 22 maggio 2010 mi portava a Madrid per la finale di Champions League tra l’Inter, la mia Inter, e il Bayern Monaco. Vratislav Gresko, slovacco, terzino sinistro. Era il 5 maggio 2002 e l’Inter doveva solo allungare una mano e prendersi uno scudetto che aspettava da anni. Gresko era in campo, quel 5 maggio all’Olimpico contro la Lazio, e a causa di due suoi sciagurati errori la squadra di Hector Cuper franò, consegnando lo scudetto alla Juve. Partita persa per 4-2, mentre la Juve passa a Udine. Facce terree, Ronaldo piange. E anch’io non è che stessi proprio bene.

Mi chiedevo, otto anni dopo, chi fosse Gresko quasi come don Abbondio nei Promessi Sposi si chiedeva chi fosse Carneade. Slovacco, terzino sinistro, due errori, uno scudetto buttato. Non mi veniva in mente altro di Gresko. Non era lì, ne sapevo poco ma di Gresko avvertivo la presenza, come quella di un folletto maligno e dispettoso, pronto a guastarti la festa, a farti pensare al peggio, e a far si che le autoprofezie negative poi si avverino. Gresko è stato al mio fianco fino alle 22,45 del 22 maggio, quando l’arbitro Howard Webb ha fischiato la fine della finale. Quando mi sono girato non c’era più, lo aveva spazzato via la coppa alzata da capitan Zanetti nel cielo.

E non è tornato nemmeno il giorno dopo, quando poco dopo le 10, stavolta fuori le porte di un Santiago Bernabeu finalmente silenzioso come un vulcano dopo un’eruzione, la quiete e il silenzio di una pigra Madrid erano rotti dai rimbalzi di un pallone calciato da quattro superstiti di una notte brava. La notte in cui l’Inter, con una doppietta di Diego Milito aveva trafitto il Bayern e portato a casa quella Champions League che mancava dal 1965. Quando si chiamava ancora Coppa dei Campioni. Quando si arrivava in fondo superando appena quattro confronti diretti. Quando la tv era in bianco e nero ed in campo in campo c’erano Mazzola, Corso, Suarez e Facchetti. Uno dei quattro ero io, poi altri due colleghi. Il quarto aggregato era Fiorello. Si, proprio Fiorello, cuore nerazzurro. Vivace e loquace anche col pallone ai piedi, tecnica approssimativa come d’altronde tutti gli altri della spontanea pattuglia. Senza offesa, meglio in tv che in campo. Eravamo ancora pieni di adrenalina, perché la sera prima la macchina messa in campo da Josè Mourinho aveva funzionato alla perfezione. Julio Cesar, Samuel, Zanetti, la diga. Snejider ed Etò la fionda che aveva lanciato Milito: due colpi, al 35’ e al 70’, e le bandiere tedesche si erano rattrappite: qualcuna resterà a terra, ai bordi della strada, durante la lenta e triste ritirata verso Monaco.

Quella domenica mattina pensavo ai tedeschi e mi tornavano alla mente le lezioni di storia sulla fine della prima guerra mondiale, il proclama con il quale il generale Armando Diaz annunciava la fine del conflitto e la sconfitta delle truppe dell’impero. Il Bollettino della Vittoria diceva: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Già, perché il giorno prima le colonne di tifosi che si muovevano verso il Santiago Bernabeu avevano due umori differenti. Gioiosi e rumorosi i tedeschi, carichi della baldanza che è d’uso tra chi da anni in Europa gioca al vertice. Teso e pensieroso il popolo nerazzurro, consapevole che quella notte può concludersi con una festa o bruciare le speranze di riscatto tanto a lungo coltivate.

I tifosi interisti erano arrivati a Madrid con ogni mezzo e impreparati alla logistica di una finale: chi dava per scontato che in semifinale l’Inter avrebbe resistito al Barcellona nella bolgia del Camp Nou? E quindi per tanti niente alloggio e niente aereo, passaggi di fortuna e notti in strada. Marciavano però con la storia sulle spalle, per esorcizzare la paura. Per esorcizzare Gresko. Sfilava la maglia di Recoba, e la memoria andava ad un gol straordinario da 60 metri all’Empoli. Poi la maglia di Djorkaeff, gol in rovesciata alla Roma a San Siro, i piedi in aria in una verticale che sfidava le leggi di gravità. E poi Ronaldo, quello slalom a Parigi che ubriaca Marchegiani e spalanca la porta della Lazio al gol che suggella l’Europa League. Qualcuno addirittura aveva portato con se la maglia di Emre, centrocampista turco, spacciato per il Maradona del Bosforo. C’erano quasi tutti, per esorcizzare le paure. Ne ho guardate tante passare. No, sono sicuro, non c’era quella di Gresko. Gresko, chi era costui…?