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Odisseo Gigi Riva e i suoi fratelli, quando il calcio ha il volto dell’epica

Quel Cagliari indimenticabile, simbolo di un passato migliore e uno sport ancora autentico
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Le facce di questi antichi guerrieri raccontano una storia lontana, eppure vicinissima. I visi solcati, rugosi, spigolosi, come intagliati nel legno o scolpiti sulla roccia, dei cavalieri che fecero l’impresa, i campioni d’Italia del Cagliari 1970: i compagni fedeli di Gigi Riva, il più grande Odisseo del calcio italiano. Possiamo vederli, anzi ripercorrerli, perché ogni volto è un viaggio della memoria, nel magnifico documentario Sky di Riccardo Milani: “Nel nostro cielo un rombo di tuono”.

Dedicato, appunto, alla tempesta sportiva ed esistenziale che fu Gigi Riva, per il quale la metafora creata da Gianni Brera resiste più che mai. Quei lampi e quei boati ancora risuonano dentro di noi come un irresistibile richiamo. Bisogna certamente iniziare dal viso di Ulisse. Gigi ha ancora la fossetta sul mento e quel…

Le facce di questi antichi guerrieri raccontano una storia lontana, eppure vicinissima. I visi solcati, rugosi, spigolosi, come intagliati nel legno o scolpiti sulla roccia, dei cavalieri che fecero l’impresa, i campioni d’Italia del Cagliari 1970: i compagni fedeli di Gigi Riva, il più grande Odisseo del calcio italiano. Possiamo vederli, anzi ripercorrerli, perché ogni volto è un viaggio della memoria, nel magnifico documentario Sky di Riccardo Milani: “Nel nostro cielo un rombo di tuono”.

Dedicato, appunto, alla tempesta sportiva ed esistenziale che fu Gigi Riva, per il quale la metafora creata da Gianni Brera resiste più che mai. Quei lampi e quei boati ancora risuonano dentro di noi come un irresistibile richiamo. Bisogna certamente iniziare dal viso di Ulisse. Gigi ha ancora la fossetta sul mento e quello sguardo da attore francese, e negli occhi brilla la pagliuzza dell’ironia e della realtà («Sono un calciatore, ero bravo e abbastanza fortunato») pur essendo stato, Riva, quasi un personaggio di fantasia, un eroe letterario, un simbolo identitario, un uomo nel quale riconoscersi. Un padre per chi – come noi – in quegli anni irripetibili era un bambino, e in quel rombo sentiva forte il richiamo del sangue. La faccia di Gigi Riva, adesso, è quella di una persona che ha sofferto ma ha resistito. La depressione, un nemico spaventoso. «Ci sono ancora» dice infatti lui nell’ultima inquadratura, e chi conosce la storia sa che vuol dire “sono ancora vivo”. Passeggia sulla spiaggia del Poetto, Riva, e guarda il mare misterioso quanto lui. Il mare-padre di ogni nostra avventura e paura. E poi quelle altre facce degli antichi ragazzi che accanto al guerriero indomito trovarono la loro Itaca e si chiamava Cagliari, ed era la Sardegna. Da non abbandonare mai, pensò Gigi Riva, per nessun motivo al mondo: non per i denari, non per le lusinghe o le probabili vittorie altrove. Nessuna di queste, e Gigi lo sapeva, sarebbe stata neppure in minima parte simile al trionfo di una terra intera, al riscatto di quella gente, di quei “pecorai”, come i tifosi sardi venivano chiamati dagli avversari nelle trasferte dentro gli stadi del Nord. E Gigi Riva da Leggiuno, lombardo senza pregiudizi, decise che sarebbe stato per sempre un pecoraio pure lui.

Guardatele bene queste facce, nel documentario che sembra parlare del Cagliari leggendario e invece dice di ognuno di noi, della nostra gioventù, di quel sogno di bellezza. Il volto picaresco di Ricky Albertosi il portiere, anche lui strapazzato non poco dalla vita ma invincibile come il suo re. I visi di Gori e Tomasini, Domenghini e Cera, e poi di Comunardo Niccolai con quel nome così strano da incollare sull’album delle figurine: Comunardo che segnava le autoreti. La faccia di Cera, il libero, pilastro anche della nazionale di Messico ’70 nell’indimenticabile Italia-Germania 4-3 e poi nella finale contro il Brasile forse più grande di ogni tempo. Quegli uomini sembravano vecchi già da giovani, e ora sembrano identici per sempre, come quadri di una galleria. Erano degli zii capitati quasi per caso su un campo di calcio. Cera come zio Beppe o zio Valdo, Domenghini come zio Ezio, mentre Gigi Riva era indiscutibilmente papà. E qui non si tratta di nostalgia da invecchiamento, ma di profonda bellezza e assoluto senso: era meglio, sì, ma non perché eravamo giovani oppure piccoli. Era meglio perché era meglio. Troppo impietoso il confronto con i calciatori di oggi, non ne vale la pena. La presenza asettica di ragazzi plastificati da questo tempo “social”, una sventura collettiva. La clamorosa distanza dell’atleta dal pubblico e da chi lo dovrebbe raccontare. La mediazione di agenti, “social media manager” e addetti stampa che diventa filtro fasullo, dove ogni immagine si appiattisce e assomiglia ad un’altra senza distinzione, senza che dal fondo della scena emerga in rilievo qualche tratto. Non è colpa di nessuno, è semplicemente andata così. Il documentario è bello perché parla di tante cose: come dev’essere per lo sport più vero che è sempre un veicolo per dire altro, per dire di più. La potenza simbolica di quel Cagliari è la didascalia di un’epoca, l’inizio degli anni Settanta ma anche la coda estrema dei Sessanta delle rivolte e rivoluzioni, alcune resistono ancora, altre sono finite per sempre. I Settanta che avrebbero portato alla stagione dell’austerity e a quella del terrorismo, con l’Italia che cambiava per sempre e con lei il calcio, quel sentimento popolare che affida a undici persone in maglietta e calzoncini la rappresentanza anche emotiva di una moltitudine. È stato molto bello crescere con quel rombo di tuono nel cuore, così come lo è ascoltarlo ancora, laggiù in fondo, nel buio più lucente di ognuno.

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