Odisseo Gigi Riva e i suoi fratelli, quando il calcio ha il volto dell’epica
di Maurizio CrosettiLe facce di questi antichi guerrieri raccontano una storia lontana, eppure vicinissima. I visi solcati, rugosi, spigolosi, come intagliati nel legno o scolpiti sulla roccia, dei cavalieri che fecero l’impresa, i campioni d’Italia del Cagliari 1970: i compagni fedeli di Gigi Riva, il più grande Odisseo del calcio italiano. Possiamo vederli, anzi ripercorrerli, perché ogni volto è un viaggio della memoria, nel magnifico documentario Sky di Riccardo Milani: “Nel nostro cielo un rombo di tuono”.
Dedicato, appunto, alla tempesta sportiva ed esistenziale che fu Gigi Riva, per il quale la metafora creata da Gianni Brera resiste più che mai. Quei lampi e quei boati ancora risuonano dentro di noi come un irresistibile richiamo. Bisogna certamente iniziare dal viso di Ulisse. Gigi ha ancora la fossetta sul mento e quel…
Le facce di questi antichi guerrieri raccontano una storia lontana, eppure vicinissima. I visi solcati, rugosi, spigolosi, come intagliati nel legno o scolpiti sulla roccia, dei cavalieri che fecero l’impresa, i campioni d’Italia del Cagliari 1970: i compagni fedeli di Gigi Riva, il più grande Odisseo del calcio italiano. Possiamo vederli, anzi ripercorrerli, perché ogni volto è un viaggio della memoria, nel magnifico documentario Sky di Riccardo Milani: “Nel nostro cielo un rombo di tuono”.
Dedicato, appunto, alla tempesta sportiva ed esistenziale che fu Gigi Riva, per il quale la metafora creata da Gianni Brera resiste più che mai. Quei lampi e quei boati ancora risuonano dentro di noi come un irresistibile richiamo. Bisogna certamente iniziare dal viso di Ulisse. Gigi ha ancora la fossetta sul mento e quello sguardo da attore francese, e negli occhi brilla la pagliuzza dell’ironia e della realtà («Sono un calciatore, ero bravo e abbastanza fortunato») pur essendo stato, Riva, quasi un personaggio di fantasia, un eroe letterario, un simbolo identitario, un uomo nel quale riconoscersi. Un padre per chi – come noi – in quegli anni irripetibili era un bambino, e in quel rombo sentiva forte il richiamo del sangue. La faccia di Gigi Riva, adesso, è quella di una persona che ha sofferto ma ha resistito. La depressione, un nemico spaventoso. «Ci sono ancora» dice infatti lui nell’ultima inquadratura, e chi conosce la storia sa che vuol dire “sono ancora vivo”. Passeggia sulla spiaggia del Poetto, Riva, e guarda il mare misterioso quanto lui. Il mare-padre di ogni nostra avventura e paura. E poi quelle altre facce degli antichi ragazzi che accanto al guerriero indomito trovarono la loro Itaca e si chiamava Cagliari, ed era la Sardegna. Da non abbandonare mai, pensò Gigi Riva, per nessun motivo al mondo: non per i denari, non per le lusinghe o le probabili vittorie altrove. Nessuna di queste, e Gigi lo sapeva, sarebbe stata neppure in minima parte simile al trionfo di una terra intera, al riscatto di quella gente, di quei “pecorai”, come i tifosi sardi venivano chiamati dagli avversari nelle trasferte dentro gli stadi del Nord. E Gigi Riva da Leggiuno, lombardo senza pregiudizi, decise che sarebbe stato per sempre un pecoraio pure lui.