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“Mio padre, Totò Schillaci e i suoi occhi delle notti magiche quando mi accompagnò all’altare”

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Jessica, la figlia del campione scomparso di recente, racconta la sua vita con l’uomo che fece sognare l’Italia. A cominciare dal giorno in cui toccò a lei intervistarlo
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“Amore tieniti forte”. La frase riassume forse tutta la vita e i sentimenti tra Jessica e suo papà, il destinatario della scritta su un muro del Cep, suo quartiere di nascita a Palermo: “Dio è grande, ma Schillaci mancu cugghiunia”. L’accostamento divino doveva le sue ragioni ai gol che il bomber palermitano stava timbrando durante il mondiale del ‘90 in Italia. Il racconto di Jessica è proprio incentrato su una vita vissuta vertiginosamente tra curve e lontananze ma senza mai perdersi davvero di vista.

Ma che papà era Totò? “Era un papà umano in tutte le sue sfaccettature e come tutti gli esseri umani belli lo era anche lui. È difficile usare l’imperfetto adesso che non c’è più ma “era” un papà che amava divertirsi, vestirsi bene e rimanere giovane. Il papà che tutte vorrebbero esibire davanti alle amiche. A me piaceva anche quando restava solo con noi, nei suoi lati meno conosciuti agli occhi degli altri. Era comico, …

“Amore tieniti forte”. La frase riassume forse tutta la vita e i sentimenti tra Jessica e suo papà, il destinatario della scritta su un muro del Cep, suo quartiere di nascita a Palermo: “Dio è grande, ma Schillaci mancu cugghiunia”. L’accostamento divino doveva le sue ragioni ai gol che il bomber palermitano stava timbrando durante il mondiale del ‘90 in Italia. Il racconto di Jessica è proprio incentrato su una vita vissuta vertiginosamente tra curve e lontananze ma senza mai perdersi davvero di vista.

Ma che papà era Totò? “Era un papà umano in tutte le sue sfaccettature e come tutti gli esseri umani belli lo era anche lui. È difficile usare l’imperfetto adesso che non c’è più ma “era” un papà che amava divertirsi, vestirsi bene e rimanere giovane. Il papà che tutte vorrebbero esibire davanti alle amiche. A me piaceva anche quando restava solo con noi, nei suoi lati meno conosciuti agli occhi degli altri. Era comico, divertente e di poche parole, come sempre del resto. Sembrava timido, quasi come se non si sentisse all’altezza di averci creato, avuto come figli suoi. Altre volte, invece, come tutti i genitori sembrava affaticato dai pensieri che la vita ti prospetta. Lui affrontava tutto con leggerezza. Lo ammiravo per questo. A volte ci capivamo con lo sguardo, soprattutto quando a fine vita interpretavo i suoi bisogni. Papà è sempre stato un uomo di poche parole, a differenza mia. Ci compensavamo a vicenda. Dove taceva lui, arrivavo io".

Jessica ha una vita che ne contiene molte. Palermo è nel suo cuore anche se adesso lavora a Verona come operatrice socio-sanitaria, una scelta presa coraggiosamente nel periodo del covid. La città da dove partì il percorso verso Italia ‘90 di suo papà: dopo un Verona - Juve 1-4. Fece il paio con la prematura morte di Gaetano Scirea avvenuta proprio quel giorno. Tra le varie vite, Jessica è stata pure giornalista e un giorno si è trovata a intervistare suo papà. "Mai avremmo pensato che le nostre passioni di lavoro così lontane potessero congiungersi sul quotidiano per cui scrivevo. Lui era ancora molto famoso, io iniziavo a fare la giornalista. Ricordo quella strana mattina e quando il redattore dello sport mi disse che dovevo occuparmi di calcio. Io non sapevo nulla . Mi fecero una sorpresa. Decisero all’istante che lo avrei intervistato. Io e lui dentro una redazione. Non sapevo nemmeno da dove cominciare. Più lo guardavo più non ci credevo. Fotografati insieme al lavoro in un scatto per la vita.Nonostante le vicissitudini umane, Jessica ha sempre capito e decifrato l’amore di suo papà verso di lei. Non si lasciava proteggere dai figli. Era lui a proteggerci. Finché non ho saputo della sua malattia. Anche in quel momento, però, papà avrebbe voluto tenere lontani me e i miei fratelli dal dolore che tutto quello che successe in seguito ha causato, oltre a preoccupazioni, malesseri e strazio. Quando poi, però, a fine vita, le forze stavano per mancargli, per dei giorni, pochi in confronto ad una vita intera, sono stata io a proteggere lui. E di nuovo, il mio lavoro mi ha aiutato. Mi sentivo la sua infermiera personale. Non è stato facile ma la forza fisica ed emotiva ereditata da lui mi ha permesso di farlo”.

Anche le leggende hanno brividi e sbeccature umane e Jessica questa dicotomia l’ha vissuta da sempre. "A volte eravamo per strada e la gente lo fermava. Per me alcune volte era motivo di vanto. Ma più spesso non lo capivo. Sono possessiva, molte volte lo avrei voluto e tenuto solo per me. Papà però sapeva spiegarmi bene perché fosse così cercato. Sono cresciuta con l’idea di essere la figlia di un personaggio famoso e durante la mia vita ne sono stata sempre consapevole. Certo è che il giorno del suo funerale la certezza è diventata incredulità. Guardavo la gente cantare e urlare per lui e tra le lacrime di quelle persone e le mie mi chiedevo se si trattasse davvero del mio papà. Ancora stento a crederci. Il bene che gli hanno voluto è da pelle d'oca. lo ricordo come l’uomo che mi ha donato la vita. E per questo forse non l’ho mai ringraziato abbastanza. Il modo in cui tutti lo stanno ricordando ha superato ampiamente le mie aspettative e per questo sarò eternamente grata. Prima di andare via mi ha detto che mi amava. Amare i figli e chiedere il loro perdono è il ricordo più bello che mi ha donato. Vorrei che gli altri lo sapessero”.

Totò verrà sempre ricordato per il suo sguardo a metà tra lo stupore e la gioia, quel suo strabuzzare gli occhi nelle “notti magiche” dei mondiali, un'espressione che per Jessica ha un che di familiare. "Io sono la prima figlia, mamma mi racconta che ogni volta che mi teneva tra le braccia e si svegliava di notte per i miei pianti aveva gli stessi occhi: stupiti e innamorati. Io però ho ascoltato solo il racconto del ricordo di un papà che diventa genitore per la prima volta. Ed era stupendo. Da grande poi, l’ho visto gioire ed emozionarsi quando mi ha visto discutere davanti alla commissione dell’esame di Stato e poi di laurea. Sono state le volte in cui si è preso il merito dicendo a tutti “lei è mia figlia”. Il 15 luglio del 2017 ha sgranato gli occhi nello stesso modo, però è rimasto senza parole. Mi aspettava, piangendo, davanti alla macchina da cui scendevo vestita di bianco e rosa. Mi prese a braccetto mentre andavo a sposarmi. E non credeva che con il tacco dodici quasi lo superavo. So che le mie espressioni somigliano più a quelle di mamma ma tutti quelli che mi vogliono bene dicono che ho lo stesso modo di stupirmi. E poi siamo sempre stati due mangioni. Il cibo ci ha sempre emozionato. Mi mancherà per sempre mangiare con lui accanto”.

Jessica vorrebbe prima o poi raccontare in un libro cosa era suo padre per lei, ha già ben chiaro tutto. "Sto lavorando prima a un progetto che ho in mente da tempo su un tema ampiamente discusso: la violenza sulle donne. Vorrei mostrare la prospettiva di una vittima con i suoi pensieri più intimi. Dopo vorrei dedicarmi a scrivere dei miei genitori, papà per primo. Ho in mente di raccontarlo sotto un profilo del tutto nuovo. Fuori dal campo. Nella vita di tutti i giorni. Spero di riuscirci”. Una vita che dall’interno è sembrata troppo di corsa. Ma a Jessica rimangono tutti i fotogrammi di questo viaggio insieme ben nitidi. Delle foto esistenziali che lei mette sempre in fila. E ricorda quello che Schillaci era prima di essere “Salvatore Schillaci” delle figurine o “Totò” eroe di Italia ‘90. Un papà che ha cercato di esserci con amore, nonostante tutto. “Mi ricordo che c’era una cosa che non sopportava all’uscita da scuola: la pesantezza del mio zaino pieno di libri e quaderni. “È un chiummu”, mi diceva sempre sorridendo, “studi troppo”. Ricordo anche quando giocava in Giappone; facevamo lunghe telefonate. Mi diceva che gli mancavo. Mancava più a me però. Mi è sempre mancato. Vorrei aver trascorso più tempo con lui ma il tempo vola e la vita sembra “un vapore che appare per un po’ e poi scompare” citando la Bibbia. Mi diceva sempre di aspettarlo e di stringere i denti che sarebbe arrivata l’estate e mi avrebbe portato al mare. Adesso ricordo l'odore, il calore e la consistenza della sua pelle. Noi due in moto in giro a Palermo con la sua guida pazza, io che avevo paura e lui che mi diceva: “amore, tieniti forte!”.

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