Cadere fa parte del gioco: this is karate I like (questo è il karate che mi piace). Con il suo motto Davide Benetello, campione del mondo nel 1994 e attuale presidente del settore karate della Fijlkam, accompagna i sogni dei giovani che mettono piede sul tatami per la prima volta. E i risultati si vedono: l’Italia ha chiuso seconda nel medagliere degli Europei di Yerevan.
Benetello, com’è stato il rientro da Yerevan?
“Sono molto felice, anche perché la federazione armena ha organizzato uno splendido torneo, a partire dalla futuristica cerimonia d’apertura, con droni che sollevavano oggetti da terra. Un vero spettacolo”.
Risposte positive sono arrivate pure dal tatami.
“Esatto, abbiamo sfiorato il primo posto nel medagliere. Ormai siamo il colosso di questa disciplina”.
Vi siete abituati subito al cibo locale?
“Mangiavamo in un ottimo ristorante italiano a due passi dal nostro hotel: pasta e pizza ci hanno fatto sentire a casa”.
Gli atleti della Nazionale come hanno vissuto questa trasferta?
“Senza stress, con la voglia di dare il massimo. E così è stato. Sono una squadra molto compatta, serena e armoniosa”.
Un movimento in crescita.
“In netta crescita. Sono aumentati gli iscritti alle qualificazioni regionali, segno dell’ottima salute del karate”.
Quando rivedremo il karate alle Olimpiadi?
“Faccio parte della commissione dalla Federazione mondiale incaricata di portare il karate a Brisbane 2032. Siamo in contatto con gli organizzatori dei giochi. Serve una grande pressione politica”.
Cosa manca al karate per tornare a essere uno sport olimpico?
“Al karate non manca nulla, ci sono tutti i requisiti. Questo sport merita i Giochi”.
Come si colma il gap con gli sport più seguiti?
“Rispetto al calcio e al tennis, il karate è uno sport più complesso nella comprensione delle regole e nell’iscrizione alle gare (in un torneo di un weekend partecipano circa 2000 atleti). Vogliamo concentrare le finali più importanti in uno slot orario preciso, breve e definito. In questo modo sarebbe anche più facile seguirle. Insomma, dobbiamo essere più accattivanti e andare incontro al pubblico”.
I social possono aiutare?
“Ci stiamo lavorando. Lo staff mi ha detto che negli ultimi giorni abbiamo ottenuto migliaia di like. Queste piattaforme aiutano a rendere lo sport più spettacolare, ma non bisogna esagerare”.
C’è ancora un pregiudizio nei confronti di questa disciplina?
“Alcuni genitori associano il nome della disciplina a qualcosa di violento. In realtà non esiste sport più educativo del karate. Allenarsi a piedi nudi sul tatami genera una sensazione che mette i giovani in armonia con il proprio corpo”.
Sport come il tennis, prima in secondo piano, hanno conquistato il cuore del pubblico italiano. Pensa che anche il karate potrà vivere il suo “effetto Sinner”?
“Vorrei che il karate diventi l’immagine dello sport nazionale. È un lavoro che richiede tanti anni. Sicuramente la carica inclusiva di questa disciplina può aiutare”.
In che modo?
“Abbiamo fatto passi da gigante in termini di inclusione. Basti pensare al parakarate. L’educazione sportiva è al centro. Nei palazzetti non c’è il genitore che insulta l’avversario, né il coach che urla contro i suoi atleti. La serenità viene prima di tutto”.
Il karate costruisce ponti.
“Esatto, tra coetanei e generazioni diverse tra loro. Sul tatami ci si stacca dal mondo esterno. Ad esempio, quando ci si allena il telefonino resta per un’ora e mezza dentro alla borsa. Questo facilita il dialogo e l’interazione”.
Cadere fa parte del gioco.
“Il mio motto è This is karate I like. Questo è il karate che mi piace: sereno e sano. Le medaglie vengono in secondo piano rispetto a questi valori”.