Come lotta, l’Italia versione baby. Impegnati a Caorle per gli Europei under 15 e under 20, gli azzurrini hanno una forza gigante. Ma quella, da sola, non basta. “Questa disciplina insegna pure l’autocontrollo”, racconta il presidente Alessandro Saglietti, numero uno del settore lotta nazionale della Fijlkam.
Saglietti, come stanno andando gli Europei degli under?
“Siamo ancora in corsa per tutte le medaglie. La nostra squadra è al completo”.
Chi, tra gli azzurrini, può arrivare sul tetto d’Europa?
“Raul Caso e Fabiana Rinella hanno buone possibilità. La squadra under 20 è ben affermata”.
Quali sono i Paesi da temere in questa competizione?
“Il livello è altissimo, perché all’estero cominciano a specializzarsi prima di noi. Paesi come Azerbaigian, Armenia, Georgia, Russia, Bielorussia, Turchia, Ungheria e Ucraina hanno un numero di praticanti superiore rispetto al nostro”.
È anche un fattore culturale?
“Sì, in molti Paesi la lotta viene praticata anche a scuola. In Turchia, ad esempio, è sport nazionale”.
I genitori pensano sia uno sport troppo violento?
“No, credo che ormai questa mentalità sia superata. Penso sia più una questione di numeri”.
In passato ha lottato anche lei. Com’è nata questa passione?
“Avevo 8 anni e ho iniziato per caso. Sono cresciuto nel quartiere Mirafiori di Torino, una zona difficile. Nella bacheca della scuola media di mio fratello era appeso un cartello che invitava a partecipare ai corsi di lotta pomeridiani. Più avanti, sono stato selezionato per la Nazionale”.
Perché ha smesso?
“A 25 anni un infortunio mi ha costretto a stoppare la carriera da professionista. Poi ho avviato una palestra a Torino, nel quartiere Mirafiori, insieme a mio fratello Massimiliano, ora tecnico della Nazionale senior”.
Quali sono i valori che ispirano la sua presidenza?
“Voglio rifondare il settore giovanile, incrementare il numero di praticanti e migliorare la formazione dei tecnici”.
Per aumentare il numero di praticanti cosa ha in mente?
“Abbiamo lanciato il Progetto sviluppo, che ha contribuito alla creazione di nove accademie sparse per l’Italia”.
E per la promozione sul territorio?
“C’è il Progetto scuole. Vogliamo coinvolgere tanti bambini”.
Nelle scuole italiane la lotta potrebbe diventare un modello educativo?
“Impossibile, perché in Italia lo sport a scuola viene sottovalutato. Sono pochi i dirigenti e gli insegnanti che spronano i propri alunni a praticare una disciplina. Per molti di loro è una perdita di tempo. Non si rendono conto di quanto sia importante lo sport, non solo quello professionistico, ma anche la semplice attività motoria. Si parla del benessere delle future generazioni. Ne gioverebbe anche la sanità nazionale, perché fare sport è un investimento sulla nostra salute”.
Cosa può insegnare la lotta?
“La lotta insegna l’autocontrollo, l’autostima, il rispetto dell’avversario. Gli atleti imparano ad accettare chi hanno davanti. È questo il merito degli sport di contatto: sono dei ponti con cui superare le barriere, il razzismo e i conflitti. Basti pensare che iraniani e americani, quando finiscono di lottare, si abbracciano. È uno sport che unisce il mondo, dove tutti diventano amici”.
Ci sono altre novità in arrivo sul fronte istituzionale?
“Quest’anno è stato particolare, perché abbiamo dovuto rimodulare il budget federale. Sport e Salute ha infatti modificato i contributi. Dal prossimo, vorremmo incrementare il progetto sviluppo con la creazione di un ufficio tecnico centralizzato a Roma, che gli allenatori locali potranno contattare per elaborare dei programmi specifici per far crescere l’attività sul territorio”.
I social possono aiutare a rendere questo mondo più conosciuto tra i giovani?
“A Caorle il nostro media team sta lavorando molto. Penso sia il modo migliore per interagire con i giovani. Ci stiamo provando”.