La rappresentazione di Maradona ai Quartieri Spagnoli. (ansa)
Maradona, l'artista del popolo per gli artisti del popolo
di
Enrico Sisti
Nella cultura popolare Diego è sempre stato, sotto qualunque forma di arte, attraverso questo o quel dialetto, la rappresentazione dell’appartenenza, il venire dal basso
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Se l’anima fosse un muro qualcuno già vi avrebbe dipinto sopra Maradona. Se il cuore fosse una canzone state pur tranquilli che parlerebbe di lui. Se il cinema fosse riassumibile in un volto sarebbe anche e soprattutto quello di Diego. Non solo Napoli o Argentina, Vomero o Boca. Bensì il mondo intero. Nella cultura popolare, ad ogni latitudine, sotto qualunque forma, attraverso questo o quel dialetto, Maradona ha rappresentato l’appartenenza, il venire dal basso, una provenienza lontana e mai smentita, una dichiarazione di intenti, uno schierarsi per ragioni genetiche dalla parte di chi sta sempre là in fondo. Maradona non ha mai rinnegato le proprie origini. Anzi, più andava avanti e più provvedeva a rammentare che lui era sempre lo stesso, l’amico di sinistra, nemico dei potenti, di quelli che fanno così tanto rumore da non sentire nemmeno le proprie parole: un uomo fragile ma intenso.
Più del suo talento, i cantori di Diego ne hanno sempre ritratto, magari inconsapevolmente, qualcosa di più profondo e di riassuntivo: l’identità che ha sempre trasmesso a chi come lui emergeva dai mondi sommersi, agli ultimi che non hanno mai neppure avuto voglia di diventare i primi, ai poveri fuori, ai ricchi dentro. Il murales di via Emanuele De Deo, ai quartieri spagnoli, riportato al suo antico splendore quattro anni fa da Salvatore Iodice e Francisco Bosoletti (era stato concepito nel 1990 da Mario Filardi grazie a una colletta), è una specie di rivestimento emotivo, di buccia sentimentale all’interno della quale s’annida la polpa più vera della città. E così il volto di Diego nel “Bronx” di San Giovanni a Teduccio. Se esiste una dolcezza, se ancora esiste un legame tra periferia e amore, fra ragazzi e pallone ideale, ebbene è lì che potete trovarli. Se Napul’è, Maradon’è.
E’ venuto da Lanus, un avamposto di “misera normalità” nel pieno centro della “greater Buenos Aires”, a miracol mostrare. E c’è riuscito, penetrando nel tessuto sociale come se fosse nato a pochi metri da Eduardo, Troisi o Pino Daniele, come se ne avesse idealmente raccolto l’eredità, pur rappresentando di fatto l’altro mondo. Il suo sangue continua a sciogliersi, anche a distanza di anni, anche quando nessuno guarda, anche se il messaggio potrebbe essersi nel frattempo attenuato (ma forse così non è). “Santa Maradona”, come recitava il titolo del film di Ponti, resta una testimonianza del “basso”, del rosso napoletano, della strada, del riscatto, di nobile miseria ma non di miserabile nobiltà. Con uno sfondo di laica religiosità.
Ultimamente Maradona ha però avuto a che ridire con chi lo insiste nel metterlo in mezzo. A luglio scorso se l’è presa con Paolo Sorrentino e con Netflix perché avevano a suo giudizio fatto un uso improprio della sua immagine in “E’ stata la mano di Dio”, che dovrebbe uscire sulla piattaforma nei prossimi mesi (è stato ritardato). Non è la prima volta che Maradona tira il freno: più invecchia e più cerca avvocati, come se non avesse più tutta questa voglia di vedersi interpretato. Forse gli dà fastidio persino riammirarsi in foto, magari si sente schiacciato dalla sua attuale fisicità, come tutti sanno non più irreprensibile. Ma certo non gli conviene adontarsi per il passato (a che servirebbe?), così disseminato di dolci tributi alla sua persona. Una volta non avrebbe mai fatto causa a chi lo cantava, da Manu Chao (“Si yo fuero Maradona, viviría como el, porque el mundo es una bola, que se vive a flor de piel”) ai suoi precedenti amici di Mano Negra, dai tifosi del Napoli a quelli dei Boca Juniors. E non passerebbe un solo minuto a protestare con Thegiornalisti o ad opporsi alla pittoresca romanità trap di Dark Polo Gang. Così come non avrebbe più senso discutere con i tanti registi che si sono davanti a lui inchinati, Risi, Kusturica, Vazquez, per arrivare a Kapadia, in un gesto di complicità e insieme di devozione.
Maradona è l’uomo delle rimonte umane, a volte è stato il simbolo del peggio e del meglio mescolati. Quante volte ha sfiorato l’abisso per poi risalire, restando accanto ai propri limiti umani che il campione in campo spesso faceva dimenticare? Era questo il suo bello: della sua umanità borderline non ha mai nascosto niente. Era tronfio in modo animalesco. Con altrettanta spontaneità si schierava con i più deboli. Quando parlava di sé in terza persona, come Mennea, nascondeva la paura di non farcela. Quando non gli andava di allenarsi, e a sentire i suoi tecnici accadeva spesso, diceva: “Eee…aaa…Maradona no hay volia…!”. Non gli andava. Punto e basta. Deragliava, si rimetteva in asse. E nello squilibrio esercitava il massimo dell’attrazione. Più era in sofferenza, più trovava estimatori, compagni di viaggio, tifosi. Più spiegava di non poter essere “un uomo comune”, secondo la descrizione di Gianni Minà, più dimostrava di esserlo, nonostante la sua eccezionalità e i suoi tratti ormai deformati dal successo.
Maradona è un pezzo cruciale del mosaico della verità, senza il quale il calcio perderebbe l’orientamento, spostandosi da ciò che un giorno gli dette vita: la fame e i sogni. Maradona lo trattiene per evitare che sbarelli, che diventi solo marketing. Memorie che nutrono l’attualità. Ed è proprio questo che rende Diego diverso dai grandi calciatori moderni: loro saranno pure appassionati, per carità, però non dimenticano mai di essere anche degli straordinari catalizzatori di business. Lui, anche da ricca star, conservava il sapore della terra. Come la sua Napoli, era mille colori. Per questo ci sembrava che fosse sempre dalla parte giusta.