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Bora Milutinovic: “Attenti al Qatar, costruire giocatori è il loro successo”

(afp)
Il serbo giramondo, ct di 5 nazionali in 5 mondiali diversi è da anni consulente del comitato locale: "Mai visto un Mondiale organizzato meglio, la squadra lascerà un'eredità importante"
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DOHA- Cinque Mondiali in panchina, cinque squadre diverse allenate nel torneo. Bora Milutinovic è nato jugoslavo, oggi è serbo, ma è a casa ovunque: dal Messico al Costa Rica, dagli Usa alla Nigeria, persino in Cina. Non chiedetegli quale sia stato il suo segreto: vi prenderà in giro. «Non certo la lingua. Ho allenato gli Stati Uniti senza parlare una parola in inglese». E non ridete: «Davvero, mai imparato». Oggi Milutinovic è a Doha, «perché la vita mia è una cosa da matti». Non allena più, se non il comitato organizzatore del Mondiale: «Ormai sono qatarino, faccio il consulente per questa Coppa del mondo. Di chi? Non posso fare il nome, ma è un pezzo grosso dell’organizzazione», dice mescolando la nostra lingua (ha guidato anche l’Udinese, per pochi mesi, nel 1987) con inflessioni spagnole. 

Milutinovic, il sogno del Qatar è passare il turno c…

DOHA- Cinque Mondiali in panchina, cinque squadre diverse allenate nel torneo. Bora Milutinovic è nato jugoslavo, oggi è serbo, ma è a casa ovunque: dal Messico al Costa Rica, dagli Usa alla Nigeria, persino in Cina. Non chiedetegli quale sia stato il suo segreto: vi prenderà in giro. «Non certo la lingua. Ho allenato gli Stati Uniti senza parlare una parola in inglese». E non ridete: «Davvero, mai imparato». Oggi Milutinovic è a Doha, «perché la vita mia è una cosa da matti». Non allena più, se non il comitato organizzatore del Mondiale: «Ormai sono qatarino, faccio il consulente per questa Coppa del mondo. Di chi? Non posso fare il nome, ma è un pezzo grosso dell’organizzazione», dice mescolando la nostra lingua (ha guidato anche l’Udinese, per pochi mesi, nel 1987) con inflessioni spagnole. 

Milutinovic, il sogno del Qatar è passare il turno come fece lei con gli Usa nel ‘94. Ha dato suggerimenti all’emiro?
«Creare empatia. Il mio segreto è che ho sempre giocato con i calciatori: a chi colpiva più traverse, o a calcio tennis. Ai giocatori della Cina, per entrare in empatia visto che non ho imparato il cinese, ho fatto vedere il film con Denzel Washington Il sapore della vittoria, dove lui allena una squadra di football americano: lì c’è tutto».

Il Qatar ha otto ragazzi cresciuti nell’Eupen, il club belga acquistato dall’Aspire Academy, la fabbrica di talenti pensata dal Qatar richiamando tecnici da tutto il mondo in modo da non sfigurare al Mondiale. 
«Creare giocatori è la cosa più importante. Nel mio Messico, otto su undici hanno cominciato con me. Il risultato è importante, ma lasciare un’eredità lo è ancora più». 

Pensa possano riuscire a sorprendere, giocando il Mondiale in casa?
«Dipenderà dall’entusiasmo della gente del Qatar. Prendete l’Italia: è andata a Napoli, contro Maradona e il Mondiale del ’90 è finito». 

Quattro anni dopo era padrone di casa negli Stati Uniti: che ricordo ha degli Usa?
«Mi piaceva molto quando ero a New York: andavo a teatro, a Broadway, e per strada mi fermavo a giocare a scacchi: c’erano i tavoli da un dollaro per una partita».

Ama sempre gli scacchi?
«Sì, perché affinano la strategia: un bravo scacchista vede molto avanti. Ora gioco tutti i giorni almeno dieci, quindici partite al giorno da 5 minuti, per stare bene. Ma al pc, contro il computer». 

E fa anche sport o con quello ha smesso?
«Faccio tanti sport, un po’ di tennis, un po’ di padel: a Doha lo giocano tutti, gli spagnoli si credono i migliori, ma sono meglio gli argentini. Il futbol? Poco, poco».

Allora parliamone, di futbol: che Coppa sarà?
«Impossibile organizzare meglio un Mondiale. Impossibile. E sarà molto importante per la gente del Medio Oriente. Altra cosa è la qualità del gioco. Che ne pensa lei della qualità del Mondiale russo?».

Invece qual è il Mondiale giocato meglio che si ricorda?
«Io mi ricordo le Notti Magiche: quando allenavo il Costa Rica, a Genova, tutti cantavamo quella canzone: indimenticabile, anche per la squadra, per il risultato, essere battuti solo per 1-0 dal Brasile nel girone. Giocavamo in bianconero, al Delle Alpi. Il pubblico tifava per noi, gridava “forza Juve”». 

La storia è nota: indossavate le maglie della Juventus.
«Il Costa Rica non aveva una terza maglia, allora proposi di comprare quelle del Partizan Belgrado, di cui sono tifoso. Ma costavano troppo e la Federazione non aveva soldi. Andai da Montezemolo, che era capo dell’organizzazione di Italia 90 e gli dissi se mi trovava delle maglie della Juve. Mi mise in contatto con la segretaria di Boniperti, poi mi chiamò proprio lui e mi disse: “Bora, quante maglie vuoi? Due, tre?”. Io gli dissi: no presidente, me ne servono venti, per due volte, quindi quaranta. Il giorno dopo ci sono arrivate».

Ma è vero che a guidare gli Usa la chiamò Kissinger in persona. 
«No, Kissinger non lo conosco. Mi aiutarono Beckenbauer e Cruyff. La gente voleva come allenatore Franz, lui disse no. Ma fece a Kissinger il mio nome». 

C’è una squadra che le sarebbe piaciuto guidare?
«La Serbia. Ma purtroppo (inizia a ridere) non parlo il serbo…».