Bearzot: “Quanto male mi avete fatto, tutti!”

Col ct nella notte della vittoria in uno stadio ormai vuoto. Punta con amarezza il dito nel buio e ai fantasmi di coloro che lo avevano accusato dice: "Sono ferite che non si cicatrizzeranno mai, chi crede nei valori umani non può dimenticare" (articolo pubblicato su Repubblica il 13 luglio 1982)
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MADRID — Miracolosamente. misteriosamente. o forse solo per caso, mi sono trovato solo per un attimo con Bearzot davanti “alla notte di Madrid”. L'Italia era campione del mondo da meno di un'ora, le grandi strade che si allungavano attorno allo stadio Bernabeu erano piene di gente felice e selvaggia. Guardavamo quell'angolo di follia dolce, poi tornavamo a voltarci verso il campo, poche luci ormai accese, l'erba sommersa dai chiaroscuri di una contr’ora innaturale, il rumore delle grida ancora nelle orecchie. Era difficile e forse inutile tentare di sottrarsi alla tentazione di credersi testimone io, protagonista lui, di un attimo di storia. Ed era come se volesse strappare alla notte quante più immagini fosse possibile per tenersele dentro. Un lungo momento di silenzio per riuscire a capire che era davvero successo.

Gli ho chiesto se lui lo aveva mai pensato e gli è tornata nella voce un attimo di professionalità, lontana, stonata. “Ero sicuro che avremmo fatto bene. Perché meravigliarsi in fondo? Già in Argentina avevamo giocato il miglior calcio”.

Gli ho chiesto se questo non bastasse a chiudere la porta sulle antiche scale e mi ha risposto di no, un no secco, duro, ineliminabile. “Le ferite che qualcuno mi ha aperto non si cicatrizzeranno mai. Sono uno che crede nei valori umani, davanti a chi li dimentica non ho compassione”.

Gli ho detto che molti avevano cambiato marcia, che questa strana notte avrebbe ancora più coperto di retorica la sua strada. Era un uomo da leggenda, ormai, cosa potevano contare storie tanto mortali? Mi ha risposto: “Sono schifato dal miele con cui adesso mi vanno ricoprendo; ci soffoco in quel miele”.

Mentre lo vedevo dare un ultimo sguardo al campo sottobraccio a Zoff, scivolare nel sottopassaggio. scomparire e chiudere quasi ufficialmente il suo Mondiale. ho pensato che era stata lunga la strada per arrivare a quel miele.

Era cominciata molta noia fa a Pontevedra, o forse ancora prima, nei primi accenni d'estate trovati ad Alassio. Era cominciata tra il pessimismo generale (compreso quello di chi scrive), tra sfumature che allora sembravano ostinazioni e lungo la strada sono diventate poi scelte di una felicità incredibile; veri colpi di cemento ad un ambiente sempre più assediato e isolato, perfettamente cosciente che solo dentro di sé poteva trovare la forza per tirare avanti.

Particolari, anche scomodi. quasi insinuazioni; ma come non dare atto adesso a Bearzot che lasciare a casa Pruzzo, preferirgli Selvaggi, vero ventitreesimo nella comitiva, forse l'unico votato davvero all'inutilità tecnica, era soprattutto un mettere al riparo la sua squadra da mille polemiche, dal pericolo di fratture interne. Dopo le prime partite senza gol. dopo i primi fiaschi di Rossi o di Graziani. molti, forse noi per primi, avremmo cominciato a chiedere l'ingresso di Pruzzo. E tutto sarebbe diventato materia destabilizzante. Perfino il lento trascinarsi di Vierchowod, partito infortunato tale rientrato, aveva un lucidissimo senso. Serviva per dare via libera senza polemiche a Bergomi.

Bearzot ha vinto il suo Mondiale con dodici. tredici uomini effettivi. Ha creato il suo convento. Il suo Forte Alamo, e contro lo strapotere degli armamenti altrui, ha opposto la disperata volontà dei suoi assediati, l'armonia forse obbligata, ma tenace di chi sa di dover vivere un'avventura grandissima, ma l'ultima.

Da questo matto spirito di corpo è nata la squadra che poi è persino sfuggita a se stessa non appena Rossi si è aperto. Una squadra che Bearzot non ha mai cambiato. Anche quando freschezza e schieramenti avversari avrebbero consigliato, avvicendamenti. Bearzot ha preferito cambiare tattica, ma mai squadra. Ed ha finito col vincere il Mondiale con un'Italia zeppa di terzini, preferendo rischiare l'ultimo linciaggio piuttosto che il miracoloso slancio vitale che teneva uniti i suoi undici, dodici eroi. Li ha mischiati, adattati, camuffati, trasformati, ma mai cambiati.

Ha vinto lui, forse prima ancora che loro. E non ci sono sconfitti. Il miele che adesso si spande sulla sua strada, potrà anche soffocarlo. ma resta una sfinitezza dolce. Come il grazie onesto, sincero, per niente retorico né altisonante, quel grazie da amici che adesso gli arriva da tutta Italia. Ed al quale con orgoglio mi unisco.

Dal nostro inviato a Madrid Mario Sconcerti, 13 luglio 1982