Fratelli d'Italia (e quel che segue)

Il commento alla vittoria del Mondiale di calcio pubblicato su Repubblica il 13 luglio 1982
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Ai tempi dei Campionati in Messico, la macchina più diffusa era ancora la Cinquecento apribile. Dunque, enormi gruppi di omoni debordanti, con sventolio di colossali bandiere, su basamenti minuscoli, e con motori affaticati. A centinaia in fila sulle vie olimpiche, vanamente cercando di superarsi, parevano una filata epica di monumenti ai Caduti di tutti i Comuni d'Italia più rustici.

Lo strabiliante spettacolo dei giorni scorsi conferma invece, con cilindrate più agiate, precise caratteristiche: non già una vittoria in gare automobilistiche spinge l'automobilista a godere col volante e col claxon, bensì un nesso più viscerale e autentico lega pallone e macchina. Se ci si eccita con l'uno, ci si scatena con l'altra. E non, per esempio, con la "magnata", o con meglio o peggio.

Le nostre folle festanti, poi, sembrano le più sobrie e frugali dell'Universo. Né bottiglie né lattine di alcoolici, che rendono spaventosi e pericolosi (o almeno, repulsivi, perché poi vomitano) i tifosi inglesi e tedeschi, e di parecchi altri paesi. Da noi, ceffi magari terrificanti, però astemi.

Né l'abbondante spogliarsi, abbastanza nuovo anche per la calda estate italiana, prelude e predispone a premeditate porcherie. La gestualità in mutande non si gratifica infatti stringendo corpi e approfittando della ressa. Tutti gli istinti e i sensi paiono piuttosto sfogarsi nel produrre molto movimento e gran fragore, in smisurata innocenza, con gli amici più cari, i familiari, i vicini di casa, i pupi. Agitando bandiere, suonando tamburi, già mezzo minuto dopo la proclamazione dei risultati: ma senza mangiar cibi festivi, né avendo stappato bottiglie. Non si perde tempo.

I comportamenti collettivi smentiscono poi ogni analogia "medio-orientale", tante volte menzionata per Roma. Tutto appare perfettamente brasiliano, invece: come se sport, "favela", (borgata), esuberanza, calore, inflazione, corporeità, balnearità, sensibilità musicale, gusto dell'abbigliamento paraculetto, e altre identiche cause, producessero immutabili effetti. Gruppi di quartiere che lavorano insieme per sfilare con feticci di stoffa; mostrar schiene e cosce muscolari e abbronzate; far rumori straordinari con latte e coperchi, e urli ritmati su due note come le trombe degli autobus; le ragazze "liberate" ebbre di performance sulle carrozzerie o sull'asfalto; e una gran confidenza con l'acqua. E tanto bianco, e tanta bigiotteria, nelle situazioni di giubilo, con danza "afro".

Anche totalmente brasiliana è l'inserzione dei presidenti e dei politici nella festa popolare. Non solo l'incomparabile Rede Globo di Rio, ma qualunque canale televisivo immette in ogni festa popolare generali e governatori e professori distinti e benigni e benevoli che entrano così per sempre - collegati al tripudio carnevalesco - nella memoria e nell'immaginario del popolo. Pura Copacabana, dunque, anche la nostra Piazza del Popolo con migliaia di "tipi da spiaggia" e da "ora d'aria a Rebibbia" allegramente a bagno nelle fontane, con la faccia dipinta e col sedere fuori, suonando tutte le padelle di casa con tutti gli attrezzi dell'elettrauto, sventolando bandiere come nei film sulla Rivoluzione francese, accendendo bengala e su uno schermo d'occasione ecco una tavola rotonda con l'on. Andreotti. (No, invece Il Cairo non è così).

(Peccato, invece, osserva un tirchio moralista patriottico arrestatosi con lo sviluppo a Luigi Einaudi, non aver provveduto a far domandare, dai teleschermi e dagli idoli medesimi, di devolvere una lira all'Italia ogni volta che si invoca o si strilla; o almeno, una centesima parte delle somme da ciascuno investite in bandiere e benzina della Patria). 

Di Alberto Arbasino, 13 luglio 1982