PECHINO - Ritorno a Pechino. Tutto è cambiato: la divisa, il tempo, i tempi. 14 anni fa Federica Pellegrini trovò l'estate e un oro grande così. Non questo gelo polare che non è solo dell'aria. "Curioso notarlo e strani sono i ricordi: non pensavo che qui potesse fare così freddo d'inverno. Il mio vissuto è di una città calda, impregnata di sole. Non ci sono più venuta dal 2008. Arrivando dall'aeroporto, sono passata accanto al Water Cube. E anche se era giorno e mancava la spettacolare illuminazione dell'impianto, devo dire che rivederlo è stato molto emozionante. Molto. Vorrei entrarci, ho proprio voglia di rimetterci i piedi dentro". Sbarco in un'altra dimensione e con un altro ruolo, per l'ex nuotatrice che dopo la quinta finale olimpica nei 200 stile (record che condivide solo con Michael Phelps) sei mesi fa a Tokyo ha detto addio alle vasche, a 33 anni. I Cinque Cerchi stampati sulla tuta arancione e anche azzurra ("un po' mi sento a casa"): a Pechino il debutto olimpico di Fede come membro Cio in rappresentanza degli atleti dopo l'elezione avvenuta in Giappone.
Nessuna nostalgia dell'altra parte del campo?
"Mi arriva di solito il sabato mattina, ma dopo un paio di ore mi ricordo perché ho smesso. Dopo una settimana di impegni, il week end sono libera e mi dico che è il momento di fare un po' di attività fisica. Vado in piscina con Matteo Giunta, mio allenatore e prossimo marito, mi unisco al suo gruppo bellissimo e di cui sono un po' invidiosa, ho voglia di quel tipo di compagnia, buttarmi in acqua con loro mi viene facile. Nonostante non nuoti da due mesi, mica mi faccio un bagnetto, se entro in vasca seguo gli allenamenti dei nuotatori. Ma poi finisce che sono morta e sepolta e mi è chiaro perché è finita".
Per lei è stato un lungo addio.
"Se a Pechino è legato il mio pensiero felice, devo dire che Tokyo è stata l'Olimpiade che mi sono goduta di più, in ogni momento e sotto ogni aspetto, delle Cinque cui ho partecipato. Per la fatica di qualificarmi e arrivarci, la paura di non farcela. È stata una lotta contro il tempo, il virus, l'allungamento imprevisto della fine. I due anni più difficili della mia carriera, come ho cercato di spiegare nel docu-film Underwater mostrando il dietro le quinte di quel periodo tremendo. Per questo, raggiunto il mio obiettivo, mi sono sentita davvero serena per la prima volta e in pace con me stessa".
Da questa Olimpiade cosa si aspetta?
"Come a Tokyo, saranno i Giochi dell'era della pandemia. Chiusi, senza pubblico, con protocolli rigidi. Un mondo a sé che tale rimarrà finché ci sarà il Covid. Ma bisogna agire dentro il perimetro che ci è dato. Io rimarrò fino al 10 febbraio cercando di andare su più campi di gara possibili, mi piacerebbe vedere l'alpino e sicuramente il curling che trovo affascinante oltre al fatto che mi permetterà di tornare al Water Cube".
Lei è amica di Sofia Goggia, l'ha sentita?
"Il giorno del suo infortunio a Cortina. Le ho fatto il mio in bocca al lupo".
Come sta andato il suo debutto da membro Cio?
"Da quando sono arrivata, il 29 mattina, ho avuto solo meeting dopo i tre giorni di quarantena obbligatoria in albergo. Trovo tutto molto interessante. Non ho mai assistito a un'Olimpiade invernale, sono molto curiosa di capire come si svolgeranno le competizioni non solo dal punto di vista organizzativo, ma anche dell'approccio degli atleti. Stare da questa parte per me è una prospettiva sicuramente diversa ma molto avvincente. Ci sono molte cose che la commissione atleti fa, farà e che si possono migliorare".
Per esempio?
"Lavorare tanto sull'informazione per gli atleti stessi, far loro sapere che nel Cio e nel movimento olimpico ci sono dei punti strategici che possono aiutare ad affrontare un evento così stressante dal punto di vista soprattutto emotivo e mentale. Anch'io da atleta che ha fatto 5 Olimpiadi non sapevo che ci sono e sono sempre esistite risorse messe a disposizione per questo, dalle accoglienze alle linee di consulenza con traduzioni multilingua perché parlare la propria, quando si sta male, è fondamentale. Il benessere psicologico è cruciale, non lo scopriamo adesso, anche se sembra essere diventato un tema solo quest'estate quando molti ne hanno parlato a cominciare da Simone Biles. E poi tanto si deve fare a favore delle pari opportunità".
Le sportive sono discriminate?
"Andando avanti nella carriera le donne hanno meno occasioni e non solo nello sport. Abbiamo visto i numeri di Tokyo: stessa percentuale di atleti presenti e medaglie vinte tra un genere e l'altro. Il problema è quando poi guardi alle colonnine che misurano la presenza di donne e uomini in altre posizioni, dagli ufficiali gara, ai presidenti delle federazioni e dei comitati olimpici agli allenatori. Fa impressione: solo il 10 per cento sono donne. Cosa succede tra il prima e dopo? Leggendo questi dati pensavo anche al mio nuoto: al livello di base, diciamo per un Assoluto, in Italia a bordo vasca si vede soltanto un 5% di allenatrici. E salendo nelle categorie competitive, a cascata diminuiscono".
Al Quirinale non salgono.
"In fondo al cuore speravamo in tanti che fosse una donna questa volta, ma forse non siamo pronti purtroppo. Eppure forse qualche nome poteva esserci. In una società che ha sempre visto solo uomini al vertice, non è facile farsi strada. Io non sono per far passare le donne avanti, credo che l'argomento debba essere sempre quello meritocratico, questo mi ha insegnato lo sport. Allo stesso livello di competenze, così come di prestazioni sportive, tutti dovrebbero essere valutati allo stesso modo e avere le medesime opportunità. Invece le donne si trovano a un certo punto davanti a un bivio che gli uomini non incrociano: famiglia o carriera. Se alle Olimpiadi abbiamo ormai raggiunto la parità di genere, come mai poi non troviamo donne tra i coach e altre professioni? Serve dare loro supporto e formazione. Il mondo femminile è più complesso, ma non è una buona scusa per lasciarlo sempre come ultimo argomento".