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Valentina Margaglio, la stella dello skeleton che odia il freddo: "La prima discesa fu un disastro, ora sono pronta per il podio"

Valentina Margaglio 
Papà piemontese ("Si allenava con Livio Berruti"), mamma della Costa d'Avorio ("Al massimo ha vinto un bicchiere di acqua e menta"), quando iniziò riuscì a sbagliare il casco e si fece male. "Potevo esserci a PyeongChang, ma all'epoca facevo la cameriera e mi allenavo poco". E con il razzismo, nessun problema: "Mi sono difesa abbastanza bene da sola sin dall'asilo e non solo a parole, talvolta anche con le mani"
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PECHINO - C'è voluto un colpo di testa sul ghiaccio per domare una chioma così rigogliosa di ricci e da lì far germogliare Valentina Margaglio, la più forte oltre che unica donna della nazionale azzurra di skeleton alle Olimpiadi di Pechino: "Non ho mai avuto un motorino, per cui quando mi andai a comprare un casco per la mia primissima discesa a Lillehammer, in Norvegia, ne scelsi uno troppo grande, pensavo fosse più adatto per la mia capigliatura. Non è stato bellissimo come esordio: mi sono scomposta, il casco si è spostato, il mento mi si è tagliato sbattendo a terra. Ho deciso in quel momento di smettere con lo skeleton ben prima di iniziare, non era cosa per me. Poi però mi sono data una seconda possibilità, è andata meglio". Di più, non è mai andata così bene per un italiano nel cosiddetto slittino al contrario: a novembre il primo podio azzurro in coppa del mondo (3^…

PECHINO - C'è voluto un colpo di testa sul ghiaccio per domare una chioma così rigogliosa di ricci e da lì far germogliare Valentina Margaglio, la più forte oltre che unica donna della nazionale azzurra di skeleton alle Olimpiadi di Pechino: "Non ho mai avuto un motorino, per cui quando mi andai a comprare un casco per la mia primissima discesa a Lillehammer, in Norvegia, ne scelsi uno troppo grande, pensavo fosse più adatto per la mia capigliatura. Non è stato bellissimo come esordio: mi sono scomposta, il casco si è spostato, il mento mi si è tagliato sbattendo a terra. Ho deciso in quel momento di smettere con lo skeleton ben prima di iniziare, non era cosa per me. Poi però mi sono data una seconda possibilità, è andata meglio". Di più, non è mai andata così bene per un italiano nel cosiddetto slittino al contrario: a novembre il primo podio azzurro in coppa del mondo (3^ a Igls), a gennaio lo storico bronzo agli Europei. Una faccia da medaglia anche a Pechino: 28 anni, nata a Casale Monferrato da papà piemontese e mamma della Costa d'Avorio, è alla sua prima partecipazione ai Giochi e ha provato di tutto prima di buttarsi a testa in giù a cento all'ora: atletica, lancio del peso, del giavellotto, bob. E anche la cameriera in un ristorante e qualche periodo nei villaggi turistici "l'unica cosa dove ho sfruttato il mio diploma al liceo turistico-linguistico". Ammira Serena Williams "anche se di tennis non capisco niente". Le sue gare, l'11 e 12 febbraio.

Iniziamo dalle radici?
"Mia mamma si chiama Akouba Beatrice, è della Costa d'Avorio e fa l'operatrice socio sanitaria in una casa di riposo, mio padre Francesco è in pensione, faceva le cisterne in vetro resina per il vino perché la mia zona è abbastanza fornita di materia prima, io non ne sono un'estimatrice ma mia sorella Mirta fa la sommelier per ristoranti stellati ad Alba e in Toscana. Ho un'altra sorella più grande, Letizia che fa la segretaria mentre Alessio, più piccolo di me, giocava nelle giovanili del Parma ma dopo aver vinto lo scudetto la sua carriera è andata un po' scemando, adesso lavora e gioca in squadre più piccole".

Quindi lo sport è di casa
"Mio papà faceva atletica, il salto in lungo, si allenava a Torino con Livio Berruti, invece mia madre mi racconta che correva a scuola sulla sabbia e il massimo che ha vinto è un bicchiere di acqua e menta".

E' mai stata oggetto di razzismo?
"Anche alle Olimpiadi Invernali siamo sempre più atleti di colore e a dire il vero io non ho mai vissuto nessun episodio per fortuna, semmai di ignoranza, forse non ci ho fatto caso o mi sono difesa sempre abbastanza bene da sola sin dall'asilo e non solo a parole, talvolta anche con le mani".

E' vero che non le piace il freddo?
"Confermo, in famiglia siamo un po' tutti refrattari al freddo, non mi è mai piaciuto e anche qua a Pechino sto patendo, anche se col tempo mi sono abituata e attrezzata meglio".

Com'è arrivata a Pechino?
"In realtà avrei potuto esserci anche a PyeongChang, ma all'epoca facevo la cameriera a tempo pieno quindi mi riusciva difficile allenarmi, però ci avevo provato lo stesso ad andare, mi ero qualificata, però per quell'edizione avevano deciso di non portare le riserve, io ero la prima esclusa anche se con l'eliminazione della Russia sarei stata ampiamente dentro, alla fine però avevano deciso lo stesso di non portarmi. Peccato perché sarebbe stata un'esperienza, ma meglio così, perché per come sono fatta io se non ci arrivo nelle giuste condizioni ho difficoltà a gareggiare al 100% e a me partecipare non basta".

Obiettivi seri qui.
"A parte la Cina, la pista la conosciamo tutti allo stesso modo, il livello è uguale per tutti, siamo in 6 a fare molto bene e stavolta mi ci metto in mezzo anch'io".

Come si allena?
"Basta una pista di atletica e la palestra, il mio allenatore Andrea Gallina, che è anche il mio fidanzato, mi ha costruito un pistino di spinta dove posso lavorare anche d'estate, quello di Cesana è l'ultimo purtroppo rimasto e ci andiamo d'estate, quando inizia la stagione andiamo a Insbruck, Sochi, in Germania. Aspettiamo con trepidazione quello di Cortina".

Cosa conta di più nello skeleton?
"La meccanica della slitta incide molto sul risultato finale, dobbiamo imparare ancora molto sui materiali perché ad oggi chi li costruisce sono la Cina e la Corea, quindi bisogna affidarsi a persone e aziende esterne che potrebbero avere dei conflitti di interessi. In genere i costruttori ogni 4 anni cambiano nazione con cui lavorano. I costi sono molto alti per produrli, ben oltre quello che possiamo permetterci come nazione, ma con quello che abbiamo siamo riusciti a lavorare molto bene".

E la guida?
"Per imparare a guidare bisogna andare molto per gradi, dalla scorrevolezza della slitta allo stare rilassati che non è una cosa scontata a quelle velocità: non faccio una preparazione mentale specifica e forse su questo potrei avere ancora del margine. In genere visualizzo la pista mentalmente tante volte al giorno facendo ricognizione, ma non tanto di più. Poi bisogna essere molto precisi a guidare tutte le curve e avere la capacità di adattarsi al fondo diverso, in condizioni più difficili o diverse dalle attese, con ghiaccio più duro o più molle, un po' come la Formula 1, i pattini sono come gli pneumatici. C'è tanta parte di meccanica. Io sono partita avvantaggiata dal punto di vista della spinta perché al di là del fatto che le doti fisiche c'erano, è stato difficile abituarsi a quella posizione che è quella di un'accelerazione di atletica leggera ma molto più bassa perché la mano che tiene la manetta è a 20 cm dal suolo, stai molto inclinato e io con le mie gambe lunghe all'inizio ho fatto fatica".

Come ha iniziato?
"
Di solito il reclutamento lo fanno tra i velocisti nei campi di atletica, serve potenza, io ero molto brava ad accelerare forse un po' meno sul lanciato, mi selezionarono per il bob, ho partecipato alle Olimpiadi giovanili del 2012 ma dopo ho smesso, non ero pronta per fare stagioni intere di quel tipo. Ho continuato a fare atletica leggera ma nel frattempo lavoravo. Nel 2015 ho deciso di fare prove di skeleton e andarono, dopo la ferita sul mento, molto bene".

Cos'è la velocità per lei?
"Anche se mia sorella mi prende in giro, io non vado forte guidando la macchina, sono abbastanza pacata. La sensazione della velocità è strana, senti la pressione che ti schiaccia la testa sul ghiaccio, la senti sullo stomaco, piuttosto che addosso l'aria che ti passa. La velocità è difficile da raccontare".