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Bing Dwen Dwen, tutti pazzi per il panda olimpico. Anzi no... lo fanno parlare e non piace più

(reuters)
Un giornalista, indossando i panni della simpatica mascotte, ha commesso l'errore non solo di parlare, ma anche di svelare la propria identità. Ne è scaturita una dimiuzione della pandamania, nonostante gli organizzatori si siano affrettati a parlare di falso
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PECHINO - Ecco, lo hanno fatto parlare e tutto d’un colpo sembra essere svanita la magia. Quella “voce profonda con quell’accento del nordest” non è piaciuta per niente. “Menomale che non l’ho ancora comprato”, scrive qualcuno sui social. “Parla come mio zio”, ribatte qualcun altro. Altro che gare, altro che atleti, altro che idoli nazionali per cui fare il tifo: il protagonista assoluto di questi Giochi invernali di Pechino finora è stato lui, Bing Dwen Dwen, il simpatico panda mascotte delle Olimpiadi. Pupazzi e spillette sono andati a ruba nei negozi in questi giorni: con scene di gente che si fa code chilometriche a -6 gradi dormendo per strada e con il relativo mercato nero che ne è nato, persone che pagavano anche cinque volte tanto il prezzo e venditori abusivi di mascotte tarocche condannati perfino a un anno di carcere e a salate multe. Ora che però il panda lo hanno fatto parlare, i cinesi non …

PECHINO - Ecco, lo hanno fatto parlare e tutto d’un colpo sembra essere svanita la magia. Quella “voce profonda con quell’accento del nordest” non è piaciuta per niente. “Menomale che non l’ho ancora comprato”, scrive qualcuno sui social. “Parla come mio zio”, ribatte qualcun altro. Altro che gare, altro che atleti, altro che idoli nazionali per cui fare il tifo: il protagonista assoluto di questi Giochi invernali di Pechino finora è stato lui, Bing Dwen Dwen, il simpatico panda mascotte delle Olimpiadi. Pupazzi e spillette sono andati a ruba nei negozi in questi giorni: con scene di gente che si fa code chilometriche a -6 gradi dormendo per strada e con il relativo mercato nero che ne è nato, persone che pagavano anche cinque volte tanto il prezzo e venditori abusivi di mascotte tarocche condannati perfino a un anno di carcere e a salate multe. Ora che però il panda lo hanno fatto parlare, i cinesi non sembrano essere più così contenti. 

L’incidente è avvenuto qualche giorno fa durante un programma trasmesso dalla Cctv, la tv di Stato, quando un giornalista, indossando il costume ufficiale di Bing, intervistava lo sciatore Yang Shuorui. Di più, quel costume poi se l’è pure tolto, svelando la sua identità. E violando, così, le regole olimpiche. “Le persone non vogliono abbracciare il loro Bing e pensare alla faccia di quell’estraneo”. Dopo le critiche in Rete, il programma è stato cancellato. Ma a sparire è stato pure su Weibo, il Twitter cinese, l’hashtag #BingDwenDwenhainiziatoaparlare. Per l’imbarazzo il Comitato organizzatore di Pechino si è affrettato a specificare che quel Bing parlante era “un falso”. Il danno però ormai era fatto. Il Comitato olimpico internazionale richiede che le mascotte non possano essere identificate per il loro genere. C’è una clausola che il Comitato di Pechino ha firmato: Bing Dwen Dwen e Shuey Rhon Rhon (la mascotte delle Paralimpiadi) non devono parlare e devono rispettare la neutralità di genere. 

“Un Bing Dwen Dwen per ogni famiglia!”, era stato il grido di battaglia (pacifico, s’intende) che si era alzato nei giorni scorsi dai social. “Vanno via come il pane”, ammettevano i commessi nello store ufficiale a Wangfujing - la “Via del Corso” pechinese. La settimana scorsa, vista la richiesta pazzesca che nessuno si aspettava, erano dovute intervenire le autorità e il comitato olimpico cinese a garantire che dopo la chiusura per le festività del Capodanno le fabbriche avrebbero aumentato la produzione del paffuto panda per non scontentare grandi e piccini. Consegnato agli atleti sul podio, in bella vista pure durante qualche collegamento televisivo con i giornalisti, la Bing-mania finora non aveva risparmiato nessuno. Nemmeno il principe Alberto di Monaco che sabato scorso - al ricevimento organizzato dal presidente Xi nella Grande Sala del Popolo il giorno dopo la cerimonia di apertura - dopo aver “creato” il suo pupazzetto si era messo a chiedere alla commessa dello stand se ne poteva avere un secondo. “Sa, ho due gemelli a casa…”, come documentato nel siparietto ripreso dalle telecamere della Cgtn. 

L’inventore di Bing è un professore dell’Accademia di Belle Arti di Canton, Cao Xue, e il suo progetto è stato scelto tra oltre 5.800 arrivati negli anni scorsi dalla Cina e da altri 35 Paesi in giro per il mondo. Bing, “ghiaccio”, e Dwen Dwen, “robusto e vivace” (ma anche soprannome che di solito si dà ai bambini): questo il significato del nome scelto per il panda.

Già, il panda. La Cina è andata “sul sicuro”: gli animali sono tesori nazionali e pure strumento di quel soft power che Pechino tenta di esportare all’estero. Una “diplomazia del panda” iniziata decenni fa. Anzi, pare che il primo dono risalga addirittura al 685 quando l’imperatrice Wu Zetian ne regalò una coppia al vicino Giappone. Oggi i panda non si regalano più, si prestano. Prestiti che, non a caso, coincidono spesso con la firma di importanti accordi commerciali. 

Ai cinesi in fila da giorni e notti forse però tutto questo non interessa. A loro basta portarsi a casa il loro Bing Dwen Dwen. “Datene uno a ogni famiglia!”. Sì, però mi raccomando: non fatelo più parlare.