Bello il mondo composto da 1.824 droni che volano sulle teste. Magnifico vedere la terra che luccica nel cielo e che prima era il simbolo olimpico di Tokyo 2020. Commovente risentire Imagine, 50 anni dopo la firma di Lennon-Ono, cantato dall’intensa Angelique Kidjo (beninese) e da altri interpreti, da Alejandro Sanz a Keith Urban passando per John Legend. Regale nel portare la bandiera olimpica, che omaggia medici e infermieri, la pallavolista Paola Egonu, in rappresentanza di un’Europa multiculturale (si vede che l’Italia non la meritava), mentre l’atleta africano è un bianco. Giusta la memoria della squadra israeliana, di chi per giocare fu ucciso a Monaco’72, ma messa insieme nel minuto di silenzio per le vittime della pandemia cosa c’entrava? O forse virus e terrorismo si equivalgono? Dopo 49 anni il Cio, spinto dal tedesco Bach, finalmente prova a chiudere quella ferita, ha fatto peggio solo la Chiesa che ci ha messo 359 anni ad assolver…
Bello il mondo composto da 1.824 droni che volano sulle teste. Magnifico vedere la terra che luccica nel cielo e che prima era il simbolo olimpico di Tokyo 2020. Commovente risentire Imagine, 50 anni dopo la firma di Lennon-Ono, cantato dall’intensa Angelique Kidjo (beninese) e da altri interpreti, da Alejandro Sanz a Keith Urban passando per John Legend. Regale nel portare la bandiera olimpica, che omaggia medici e infermieri, la pallavolista Paola Egonu, in rappresentanza di un’Europa multiculturale (si vede che l’Italia non la meritava), mentre l’atleta africano è un bianco. Giusta la memoria della squadra israeliana, di chi per giocare fu ucciso a Monaco’72, ma messa insieme nel minuto di silenzio per le vittime della pandemia cosa c’entrava? O forse virus e terrorismo si equivalgono? Dopo 49 anni il Cio, spinto dal tedesco Bach, finalmente prova a chiudere quella ferita, ha fatto peggio solo la Chiesa che ci ha messo 359 anni ad assolvere Galileo dal pensare che la terra non è piatta. «Unprecedent conditions», già. I Giochi più sconvolti della storia partono nonostante tutto. Senza pubblico, ma con molti simboli: «Separati, ma non soli». Se qualcuno voleva dimenticare il lungo inverno passato in lockdown a pedalare sulla cyclette in bagno o a vogare in cucina, impossibile. Perché le immagini e la pugile Arisa Tsubata che suda e pedala da ferma, quello ci ricordano: la solitudine, la clausura, la tristezza. Si vede perfino piazza del Duomo a Milano deserta. Abbiamo sofferto e sofferto e soffriremo (ancora) tutti in questa Olimpiade che vuole rialzarsi e ricominciare. Cerimonia non entusiasmante, troppo lunga, attenta a non urtare le sensibilità contemporanee: viene premiato il bengalese Yunus, il banchiere dei poveri, in tunica bianca, ringrazia e come in una lettera a Babbo Natale spinge tutti ad abrogare miseria e disoccupazione. Lo sforzo per un mondo più verde è testimoniato dal legno con cui sono fatti i Cinque Cerchi del palcoscenico che provengono dai semi degli alberi portati nel ’64, alle altre Olimpiadi di Tokyo, le prime in Asia, dai Paesi partecipanti. Ritmi, un po’ di umorismo e inventiva nei 50 pittogrammi raffiguranti gli sport che sono stati mimati da tre attori, belle immagini da una sala regia di Tokyo città, che nessuno di noi vedrà mai, perché non autorizzato a circolare. Poteva finire qui, invece c’è stata una coda estenuante di parole e di noia, senza un fremito da riportare a casa. La sfilata è stata come al solito un ripasso di geografia con mascherina, però le delegazioni del Kirghizistan e del Tagikistan, ex repubbliche sovietiche, non l’avevano e nemmeno il portabandiera del Pakistan. Il vero protagonista, ormai sdoganato, però è il cellulare: tutti filmano e si riprendono. Molta nuova consapevolezza nella scelta del doppio portabandiera (solo in venti hanno disatteso). Tra quelli più importanti da ricordare: il gigante Rui Hachimura, 23 anni, primo giocatore di basket a sfilare per il Giappone, ala dei Washington Wizards, attento ai diritti civili: «Voglio che tutto il mondo si preoccupi del razzismo». Patty Mills, australiano, anche lui cestista, il primo atleta aborigeno a guidare la delegazione, anche lui socialmente impegnato per gli indigeni. La più vecchia ginnasta dei Giochi, Oksana Chusovitina, 46 anni, ubzeka, alla sua ottava partecipazione, ma alla prima per il suo Paese che non aveva mai avuto una donna portabandiera. Oksana dopo aver vinto medaglie per l’Urss e per la Germania, che gli ha offerto la nazionalità e ha pagato le cure al figlio Alisher, leucemico, finalmente indossa la maglia della sua terra. Zhu Ting, 26 anni, pallavolista cinese (1.98, volete ancora chiamarla cinesina?), campionessa olimpica, figlia di contadini, deputata all’Assemblea nazionale popolare. Eddy Alvarez, giocatore di baseball americano, ma figlio di emigrati cubani, già argento nello short-track (sport del ghiaccio). Mary Kom, 38 anni, pugile indiana, famiglia povera di Manipur, 4 figli, con il sogno di vincere una medaglia. Anna Korakaki, greca, 25 anni, la prima ad entrare nello stadio e prima donna del suo Paese a vincere l’oro nel tiro a Rio. Moe (Mohamed) Sbihi, canottiere inglese, 33 anni, primo musulmano a sfilare per la Gran Bretagna, con Hanna Mills, velista minuta che si occupa di una fondazione per l’abolizione della plastica, insieme sembravano il gigante e la bambina. Il Canada sfila con degli adesivi color arcobaleno. Italia numerosa con 110 atleti, con le ragazze davanti, e chissà se il presidente Mattarella avrà festeggiato il suo compleanno con una ola. Il portabandiera francese, il ginnasta Samir Ait Said, fa una capovolta, ma va capito: a Rio si ruppe una gamba (doppia frattura). Sorpresa: Pita Taufatofua, l’alfiere di Tonga che destò molta meraviglia in Brasile sfilando a torso nudo, cosparso di olio di cocco (e lo rifece nella temperatura polare alle Invernali in Corea) non è più solo. Lo ha imitato il collega di Vanuatu, il colossale canottiere Riilio Rii. L’imperatore Naruhito, ha (un po’) battuto le mani. Un gruppo di ragazzi e ragazze delle prefetture più colpite dallo tsunami nucleare del 2011 ha passato la torcia alla tennista Naomi Osaka, molto ombrosa, che con extension color fucsia ha acceso il braciere, il primo a idrogeno, a forma di Monte Fuji. Si poteva andare a nanna prima. E soprattutto più allegri.