Favoriti e battuti: non sono perdenti, chiamateli umani
dal nostro inviato Maurizio Crosetti , dal nostro inviato Maurizio CrosettiTOKYO. Hanno attacchi di panico, sono ansiosi come noi, dormono poco e male, hanno paura di perdere, forse anche un po' di vivere. Erano cannibali, li scopriamo umani. Non più supereroi ma atleti che mettono in conto la sconfitta, la conoscono e soprattutto la riconoscono come compagna di viaggio, non come remota eventualità. È l'anello debole dei cinque cerchi, ma a noi comincia a piacere. Tokyo 2020 ci consegna una nuova generazione di campioni, a volte favoriti eppure battuti, altre volte vincenti ma un po' tremanti, con il cuore che vibra come ali di farfalla. Il dovere di vincere lascia il posto al dubbio, alla fatica interiore, al buio nel quale specchiarsi.
Fino a Rio 2016 non era stato così. Eravamo abit…
TOKYO. Hanno attacchi di panico, sono ansiosi come noi, dormono poco e male, hanno paura di perdere, forse anche un po' di vivere. Erano cannibali, li scopriamo umani. Non più supereroi ma atleti che mettono in conto la sconfitta, la conoscono e soprattutto la riconoscono come compagna di viaggio, non come remota eventualità. È l'anello debole dei cinque cerchi, ma a noi comincia a piacere. Tokyo 2020 ci consegna una nuova generazione di campioni, a volte favoriti eppure battuti, altre volte vincenti ma un po' tremanti, con il cuore che vibra come ali di farfalla. Il dovere di vincere lascia il posto al dubbio, alla fatica interiore, al buio nel quale specchiarsi.
Fino a Rio 2016 non era stato così. Eravamo abituati ai dominatori seriali, una stirpe che ha Carl Lewis come patriarca e poi altri numerosi figli e nipoti, da Thorpe a Phelps, passando per Bolt e la fragile e formidabile Biles. Se anche un padreterno come Michael Phelps, 23 medaglie d'oro olimpiche, il più numericamente grande dell'intera storia dello sport, sente il bisogno di raccontare che forma hanno i demoni che lo rincorrono, forse gli unici avversari davvero capaci di batterlo, allora la questione è seria e il disagio profondo. L'atleta ansioso è umano, troppo umano. Lo stiamo scoprendo anche noi italiani, un po' a corto di titoli. Il nostro fioretto può non infilzare nemmeno un oro: incredibile ma vero. Eppure non è un flop, è soltanto l'altra faccia di una mancata medaglia.
Se il ciclista Ganna arriva quinto dopo avere dominato ogni possibile corsa a cronometro (questa di Tokyo, però, non era molto adatta a lui), se il judoka Basile passa dal trionfo brasiliano all'eliminazione al primo turno (cambiando però categoria), se Paltrinieri viene rallentato dalla mononucleosi, se Burdisso rivela che in Giappone neppure pensava di venire, se Benedetta Pilato vira da un record del mondo alla delusione più cocente, se Irma Testa si prende la prima medaglia nella storia del pugilato femminile azzurro facendo i conti con il male oscuro, se Diana Bacosi non ha temuto di disvelare la sua ombra, se Daniele Garozzo dice "capirò solo col tempo quant'è importante questo argento", ecco che il panorama dell'umanissima ansia è ampio, vario, e ci invita a riflettere. Ci garbavano davvero così tanto i mostri invincibili, oppure preferiamo persone che possono trionfare o perdere, esaltarsi o cadere, e che si ammalano proprio come noi?
Ormai non esiste geografia esclusa da questa storia. L'esempio dell'inarrivabile ginnasta Simone Biles, titanica a Rio e friabile a Tokyo, racconta un'avventura umana intessuta di forza e disagio, dovere e dolore. Questa ragazza capace di esercizi talmente unici da non avere neppure un nome, costretta per anni a competere solo con sé stessa per essere di più, sempre di più, e osare di più, sempre di più, uscendo in questo modo dai Giochi entra in una dimensione molto più completa e complessa. Le vogliamo più bene perché non è più una macchina, ma una persona.
La judoka Maria Centracchio che si prende un magnifico bronzo e tra le lacrime racconta di avere avuto, in una manciata di mesi, la mononucleosi e il Covid, richiama alla mente una sofferenza che da quasi due anni non esclude nessuno, c'è chi purtroppo è morto, c'è chi ha perso affetti e persone care ma nessuno è stato risparmiato dalla paura, da un senso continuo di vulnerabilità. Per decenni, sbagliando, siamo stati portati a pensare gli eroi olimpici, e più in generale i grandi campioni, come una categoria irraggiungibile e speciale, fenomeni che la natura ha destinato alla felicità e alla gloria. Ma così non è, forse non lo è mai stato. Finché gli incredibili tiranneggiavano, sembrava appena normale che lo facessero, non si riusciva a immaginare il contrario. Ma adesso il mondo è cambiato per sempre, compreso quel continente misterioso che custodiamo nel profondo di noi stessi.