"La Cina mi ha regalato un sogno olimpico. E poi me lo ha tolto"
di Filippo Santelli , di Filippo SantelliLa Cina gli aveva regalato un sogno olimpico. E la Cina glielo ha tolto. Angelo Pavia, 31 anni, di Ostia, è uno dei preparatori atletici della nazionale cinese di marcia. Gli ultimi dieci mesi li ha passati a consumare chilometri insieme agli atleti del Dragone, il referente sul campo di coach Sandro Damilano, che allenava il gruppo dall'Italia. Mesi bellissimi e faticosi, tra quarantene e una vita da semi recluso nei centri federali del Dragone, arrangiandosi a gesti e qualche parola in mandarino. I risultati sono ottimi: dei sei atleti che seguiva, quattro si sono qualificati ai Giochi, e almeno due - Qieyang Shenjie e Wang Qin - lotteranno per la vittoria. Solo che proprio quando Pavia si preparava a fare le valigie per Tokyo è arrivata la doccia fredda: "Mi hanno detto che i posti erano limitati e che in Cina ci sono dieci persone più importanti di me", racconta da Pechino. "Proprio così: per la Cina ho dato tanto, ma nessuna riconosc…
La Cina gli aveva regalato un sogno olimpico. E la Cina glielo ha tolto. Angelo Pavia, 31 anni, di Ostia, è uno dei preparatori atletici della nazionale cinese di marcia. Gli ultimi dieci mesi li ha passati a consumare chilometri insieme agli atleti del Dragone, il referente sul campo di coach Sandro Damilano, che allenava il gruppo dall'Italia. Mesi bellissimi e faticosi, tra quarantene e una vita da semi recluso nei centri federali del Dragone, arrangiandosi a gesti e qualche parola in mandarino. I risultati sono ottimi: dei sei atleti che seguiva, quattro si sono qualificati ai Giochi, e almeno due - Qieyang Shenjie e Wang Qin - lotteranno per la vittoria. Solo che proprio quando Pavia si preparava a fare le valigie per Tokyo è arrivata la doccia fredda: "Mi hanno detto che i posti erano limitati e che in Cina ci sono dieci persone più importanti di me", racconta da Pechino. "Proprio così: per la Cina ho dato tanto, ma nessuna riconoscenza".
Dall'inizio: come inizia la sua avventura cinese?
"Da ragazzo ero marciatore, poi dopo aver lasciato sono diventato preparatore. Quattro anni fa ho iniziato con la nazionale cinese di calcio a 5, lo scorso ottobre la federazione di atletica mi ha assunto per preparare gli atleti olimpici. È Sandro Damilano che mi ha scelto, con la pandemia lui non poteva venire in Cina e aveva bisogno di una persona di riferimento qui".
Di questi mesi ha fatto un bellissimo racconto su Instagram. Come sono stati?
"Stupendi, è il lavoro della mia vita, il mio sogno, ero pieno di orgoglio. Nessun altro dei gruppi della marcia ha avuto gli stessi risultati. Gli atleti mi hanno accolto come uno di famiglia, ho vissuto e mangiato con loro, dormito nei centri sportivi, otto mesi di allenamenti, pasti e poi a letto: loro non potevano uscire mai, a me concedevano un giorno fuori ogni tanto. Ho vissuto da cinese e anche imparato un po' di mandarino per comunicare, perché nessuno parla inglese. Non mi hanno permesso di tornare in Italia né a Natale né a Pasqua, perché ritornare in Cina sarebbe stato complicato. Abbiamo festeggiato il capodanno cinese insieme, con i fuochi d'artificio e le partite di carte".
Un bel sacrificio.
"Leverei la parola "sacrificio". Sono grato per l'opportunità, in Italia non l'avrei mai avuta, prima di venire qui allenavo i pulcini della Lazio. In Cina non importa l'età, si fidano dello straniero e il livello dei preparatori cinesi è molto basso. Guadagno il triplo di quello che avrei preso in Italia. Il mio sogno era andare a Tokyo e ci stavo arrivando, finché un mese fa mi hanno detto no".
Se lo aspettava? Le limitazioni per il virus sono tante.
"È stato un fulmine a ciel sereno. Sapevo che i posti erano limitati ma loro si erano impegnati, anche perché a Sapporo, dove si svolgono le gare di marcia, non c'è un villaggio olimpico. Mi hanno fatto fare tutti i documenti, il vaccino cinese - senza darmi scelta - mi hanno anche preso le misure per la divisa. Poi durante uno spostamento in volo un manager inizia a parlarmi, parte con delle strane lusinghe e arriva al punto. 'Abbiamo dieci posti per lo staff e in Cina ci sono dieci persone più importanti di te'".
Membri dello staff cinesi?
"Sandro Damilano sarà l'unico straniero. Hanno trovato un dottore e un massaggiatore cinesi che non erano del gruppo, non importa che non conoscano gli atleti. E sono sicuro che non ci saranno solo tecnici, ma anche i politici di turno, il leader provinciale o il membro della federazione. In Cina conta solo la politica".
Come ha reagito?
"Sono andato in bagno e ho fatto il mio piantino di tre minuti. Ho detto loro che ci ero rimasto male, ma che avrei continuato a fare il mio lavoro. So come funziona la cultura cinese, inutile ribellarsi: un giorno sei al vertice del grattacielo, il giorno dopo a terra, schiacciato dal peso della struttura. Neppure i ragazzi mi hanno detto nulla, anche per loro funziona così. Mi aspettavo solo un po' di riconoscimento".
Quindi non vale solo per gli stranieri?
"Con gli stranieri c'è un elemento in più. Ti vogliono, ti sfruttano, ti pagano, però all'evento ufficiale sono loro che devono stare in prima fila. Se sei Sandro Damilano o Marcello Lippi, delle leggende, vogliono mostrarti con la maglia della Cina, vogliono far vedere che hanno l'allenatore più forte. Ma dei vari tecnici che hanno lavorato per loro non ne hanno portato uno".
E adesso?
"Sabato i ragazzi partono per il Giappone, io resterò a Pechino. Sto cercando lavoro qui: il mio sogno grande è andare ai Giochi e i prossimi invernali si terranno a Pechino, quindi l'obiettivo trovare un lavoro con un'altra federazione. Resto non perché mi piaccia stare in Cina, ma perché voglio le Olimpiadi, con qualunque maglia, e so che qui ci sono opportunità che in Italia non avrei. Anche se non c'è riconoscenza".