TOKYO. Il Thor degli ostacoli ha urlato, si è strappato il body, si è messo le mani nei capelli. Atterrito dal numero che vedeva in basso a sinistra. 45"94. Dentro c'era un altro mondo, un abisso spaventoso, 76 centesimi mangiati al mondo. Cioè quattro metri. Sui 400 ostacoli. Uno spavento di felicità. Sempre Munch, norvegese pure lui. Si è inginocchiato, Karsten Warholm. Ha pianto, incredulo. Di quelli che prima frantumano il cronometro e poi dicono: caro, ti sei fatto male? Già è partito il voto: è la migliore corsa in 125 anni di storia olimpica? Pochi i dubbi: the best race ever run. Il 46.78 dell'americano Kevin Young aveva resistito per 29 anni, è stato battuto per la seconda volta in un mese. Ora Young dice: "Non ha battuto il mio record, lo ha massacrato. È degno di Beamon". Beamon è quel tipo che nel '68 a Città del Messico volò, volò, e sembrava non to…
TOKYO. Il Thor degli ostacoli ha urlato, si è strappato il body, si è messo le mani nei capelli. Atterrito dal numero che vedeva in basso a sinistra. 45"94. Dentro c'era un altro mondo, un abisso spaventoso, 76 centesimi mangiati al mondo. Cioè quattro metri. Sui 400 ostacoli. Uno spavento di felicità. Sempre Munch, norvegese pure lui. Si è inginocchiato, Karsten Warholm. Ha pianto, incredulo. Di quelli che prima frantumano il cronometro e poi dicono: caro, ti sei fatto male? Già è partito il voto: è la migliore corsa in 125 anni di storia olimpica? Pochi i dubbi: the best race ever run. Il 46.78 dell'americano Kevin Young aveva resistito per 29 anni, è stato battuto per la seconda volta in un mese. Ora Young dice: "Non ha battuto il mio record, lo ha massacrato. È degno di Beamon". Beamon è quel tipo che nel '68 a Città del Messico volò, volò, e sembrava non tornare mai giù. Non riuscirono nemmeno a misurare il suo salto, il lettore ottico non arrivava a tanto, dovettero tirare fuori la vecchia fettuccia metrica. 8,90 nel lungo. Beamon svenne. 23 anni dopo, sempre a Tokyo, Mike Powell arrivò a 8.95 nella più bella gara del lungo della storia.
Dal Super Sunday azzurro al Terrific Tuesday norvese. Warholm è stato la tempesta perfetta, ha corso alla sua maniera: da forsennato, sembra sempre sia un pirata all'arrembaggio. Anche quando è da solo, si costruisce la gara, non a caso gioca bene a Lego. Si tempesta di schiaffi, si dà pugni sul torace, ancora prima di partire dai blocchi ha la pelle piena di striature rosse che si procura con manate furiose. Si presentasse in quelle condizioni a un commissariato gli chiederebbero chi è il bruto. Però il suo impeto selvaggio sul giro di pista è magnifico, i dieci ostacoli per lui come se non ci fossero. È pure sincero: "Negli ultimi venti metri non sentivo più le gambe, ma ho fatto tutto quella serviva per arrivare alla fine: ho corso per la mia vita. È folle. È di gran lunga il momento più importante. Definisce tutto, tutte le ore di lavoro che metto, tutto ciò per cui il mio allenatore ha lavorato. L'altra notte non riuscivo a dormire, così mi sono ricordato di quando avevo sei anni ed era la vigilia di Natale, finalmente il nervosismo è andato a letto".
Se segui Warholm non sbagli mai, ti ritrovi con la lingua di fuori, ma sulla luna. Dietro di lui l'americano Rai Benjamin ha corso mezzo secondo più veloce di ogni altro ostacolista della storia (46"17), tanto da esclamare: "Se qualcuno mi avesse detto che con questo tempo sarei arrivato secondo l'avrei picchiato". Il terzo, il brasiliano Dos Santos (46"72) cinque settimane fa sarebbe stato primatista del mondo. Per far capire: il ragazzo norvegese che ha vinto tutto potrebbe gareggiare contro Wayde van Niekerk, il primatista mondiale dei 400 piani (43"03) senza fare brutta figura, visto che lui con 2"91 in più si sciroppa anche 10 ostacoli che non sono proprio un particolare insignificante. E vai con i confronti: Warholm, 25 anni, portando il record da 46"78 a 45"94 ha progredito di 1,80%, molto meglio di quello che fatto Bolt da 9"74 a 9"58, con un margine di 1,64%, sempre di più di Edwin Moses che sui 400 hs ha migliorato 4 volte il primato mondiale, da 47"82 a 47"02 con un progresso di 1,67%.
Prima di decollare Karsten aveva accennato a una corsa alla luna, come ai tempi di Usa-Urss. Della sua paura di non riuscire più a progredire (almeno nelle previsioni non è un mago). E della battaglia sulle superscarpe high-tech. "Non trovo sia giusto usare tacchi che sembrano trampolini, li capisco nel fondo, ma non nello sprint, io uso un modello chiodato Puma, prodotto dalla tecnologia Mercedes da Formula 1, che ha la tomaia sottile in fibra di carbonio". Come a dire, sì alla modernità ma sempre cercando un certo equilibrio di moralità. E certo anche la pista della piemontese Mondo ha contato, con un beneficio di circa il 2%. Lo conferma anche Michael Johnson, che nel '96 ad Atlanta corse in 19"32 i 200. "Nel mio centro di allenamento è stata installata la stessa pista e i nostri atleti ci dicono che è più costante e veloce". Benjamin ha spiegato: "Cercavo di non farmi staccare, non sentivo, né vedevo più niente, ma al settimo ostacolo ero sempre dietro, non sono mai riuscito a passarlo, forse solo per un momento siamo stati alla pari, ma è ripartito. Però siamo stati noi a fare la gara, non la pista". Karsten conferma: "Credevo che la corsa perfetta non esistesse, ma questa è la cosa più vicina". E allora, if it's a wonderful world, basta schiaffi.