La locomotiva Ganna e gli assi dell'inseguimento: "Per noi è solo l'inizio"
dal nostro inviato Maurizio Crosetti , dal nostro inviato Maurizio CrosettiIZU. L'aria profuma di bosco, è per via della pista in pino siberiano, color miele con macchie rossastre come la pelle dei vecchi. E c'è rumore di vento quando sfrecciano i Fab Four, il nostro quartetto jazz, i Fantastici Quattro. Prendono a schiaffi l'aria. Francesco parte, Simone dirige, Jonathan dà il ritmo e Filippo trascina il convoglio spaccando il tempo. Mai, nella rapida storia del corpo e della sua trasformazione, quattro uomini in bicicletta erano andati più veloci di loro: record del mondo, 3'42'032, quasi 65 all'ora di media. Le quattro medaglie, alla fine, avranno l'identico colore dei girasoli che le contadine vendono a secchi nelle strade di Izu, prefetture di Shizuoka, dove il Giappone assomiglia alla Valle d'Aosta. Nel naso, respiri frizzanti.
IZU. L'aria profuma di bosco, è per via della pista in pino siberiano, color miele con macchie rossastre come la pelle dei vecchi. E c'è rumore di vento quando sfrecciano i Fab Four, il nostro quartetto jazz, i Fantastici Quattro. Prendono a schiaffi l'aria. Francesco parte, Simone dirige, Jonathan dà il ritmo e Filippo trascina il convoglio spaccando il tempo. Mai, nella rapida storia del corpo e della sua trasformazione, quattro uomini in bicicletta erano andati più veloci di loro: record del mondo, 3'42'032, quasi 65 all'ora di media. Le quattro medaglie, alla fine, avranno l'identico colore dei girasoli che le contadine vendono a secchi nelle strade di Izu, prefetture di Shizuoka, dove il Giappone assomiglia alla Valle d'Aosta. Nel naso, respiri frizzanti.
La pista è antichità e dissoluzione. C'è dentro l'epoca delle Sei Giorni e di Fostò Copì che corre a Parigi al Velodromo d'Inverno, c'è la fantasia delle luci che precipitano dal tetto e poi le maglie di seta che fanno scintille, l'orchestra, belle dame e champagne. Ma è anche la fotografia dell'abbandono di anelli che in Italia più nessuno usa, come il meraviglioso, decrepito Motovelodromo liberty a Torino. Ci vuole coraggio per essere pistard, oggi. Ce l'hanno Francesco Lamon (dedica al papà di turno in ospedale), Simone Consonni (un piccolo mancamento all'arrivo, troppo grande lo sforzo), Jonathan Milan (ha vent'anni, è alto un metro e 95 e porta il 46 di scarpe) e Filippo Ganna il sublime. Due sono piccoletti, due sono giganteschi, due hanno la faccia da ciclisti, due un po' meno. Hanno battuto di 166 millesimi i campioni mondiali della Danimarca come avevano fatto con i neozelandesi in semifinale, cioè un po' avanti e un po' indietro, poi decisamente dietro, infine avanti quanto basta. Gare che sembravamo perdere e invece abbiamo vinto, perché gli ultimi tre giri di una corsa che dura quattro chilometri li strappa, li trascina, li spazza via Filippo Ganna, grande appassionato di Lego, il più forte passista che oggi pedali sulle strade e sulle piste del pianeta. Se dopo Pechino 2008 non avessero tolto l'inseguimento individuale dal programma olimpico, con Pippo ci sarebbe un altro oro garantito. Questo prodigio nato a Verbania l'abbiamo noi. "Però non parlate solo delle mie tirate: il merito è dei compagni che mi portano lì. Il resto sono io che faccio il mio". Un endecasillabo perfetto come l'incastro di quattro cuori e un orologio.
Sembra di essere negli anni Cinquanta e Sessanta, quando le nostre bici volavano nel vento. Gli inseguitori sono la perfezione euclidea della bicicletta. Parlano i ciclisti, e spuntano mondi. "Per quel che ne hai, poi vai" dice infatti Simone Consonni e questa è onomatopea. L'allenatore, che si chiama Marco Villa ed è stato pure lui un medagliato olimpico (bronzo a Sydney 2000 nell'americana), pare invece uscito da un'intervista di Zavoli: "Io mi credevo che restava un sogno". Quattro solitudini che fanno sistema, e si allenano per anni affinché neppure un gesto sbavi, l'ossessivo ritmo dei cambi, la cadenza che non è mai troppa né troppo poca. Fino alla consegna del tesoro nelle gambe di Filippo, che corre talmente forte da rischiare di strappar via i compagni da ruota. E se succede è un guaio, perché il tempo finale si prende sul terzo, mica sul primo. "Stare dietro Pippo è una fatica immane" ammette Francesco Lamon che arriva da Venezia, invece Consonni il figlio del falegname è di Bergamo, e Milan è friulano di Buja, terra che tremò nel terremoto. Forse non è così in crisi il nostro ciclismo, ed è anche la vittoria di Davide Cassani che per primo ha abbattuto le barriere tra strada e pista.
Visto da fuori, il velodromo di Izu sembra un Pantheon. Dentro è tutto tempo immobile, passato luccicante e cristallizzato, brividi e cromature. Lo sparo dello starter, il suono della campana d'ottone, lo schianto se il ciclista casca e rimbomba sul legno, dopo avrà il corpo striato di rosso come un santo martire scotennato. Ci si riscalda le gambe pedalando sui rulli, i ventilatori puntati in faccia per non liquefarsi. Ognuno è solo al mondo, eppure dentro una confusione d'inferno. Poi è già tempo di andare. I nostri sono quattro musici, sono maestri d'orchestrazione, suonano insieme un po' improvvisando ma che ritmo, quanta bellezza ragazzi. Sono vagoni diretti verso un posto magnifico. Sono il treno dei desideri.