Ciclismo, Viviani cerca il bis di Rio: "L'oro dell'inseguimento mi dà una carica in più"
dal nostro inviato Maurizio Crosetti , dal nostro inviato Maurizio CrosettiUZI. Elia Viviani è sempre immerso nell’oro, è questa la sua sostanza primaria. Oro a Rio 2016 nell’omnium (tra poche ore ci riproverà), oro come riserva nel quartetto dell'inseguimento che ha appena polverizzato il record del mondo. E c’è stata la possibilità che proprio Elia sostituisse Jonathan Milan in finale. Poi, il veronese ha fatto le fotografie insieme ai compagni che avevano al collo la medaglia che lui ben conosce, e dalla quale non si separerà in ogni caso.
Viviani, il suo oro ha ispirato i compagni?
"Forse sì, siamo un grande gruppo e oggi è un giorno meraviglioso. Anch’io adesso correrò l’omnium con una carica in più".
UZI. Elia Viviani è sempre immerso nell’oro, è questa la sua sostanza primaria. Oro a Rio 2016 nell’omnium (tra poche ore ci riproverà), oro come riserva nel quartetto dell'inseguimento che ha appena polverizzato il record del mondo. E c’è stata la possibilità che proprio Elia sostituisse Jonathan Milan in finale. Poi, il veronese ha fatto le fotografie insieme ai compagni che avevano al collo la medaglia che lui ben conosce, e dalla quale non si separerà in ogni caso.
Viviani, il suo oro ha ispirato i compagni?
"Forse sì, siamo un grande gruppo e oggi è un giorno meraviglioso. Anch’io adesso correrò l’omnium con una carica in più".
Per rivincerlo?
"Si sale sempre in sella per questo. Vorrei andare oltre i miei limiti, un titolo già vinto non è un appagamento ma una spinta ulteriore. Però il regolamento è stato cambiato rispetto a cinque anni fa. Nell’omnium hanno tolto la corsa a tempo, e tutto si svolge in un giorno solo. La gara diventa più tattica, difficile da interpretare. Bisogna concentrarsi sugli avversari, essere dei regolaristi. Comunque questa pista mi piace molto, è velocissima con rettilinei un po’ più lunghi del normale".
Tutti abbiamo ancora negli occhi la sua vittoria di Rio, con quella caduta nella prova finale a punti, poi lei che si rialza e va a prendersi l’oro.
"Fu incredibile, davvero. Stavolta sono cambiati i rivali. Il più pericoloso dovrebbe essere il francese Thomas Benjamin, campione del mondo, uno che di solito vince di una spanna su tutti. Poi Lasse Hansen, danese, oro a Londra e bronzo a Rio, ma anche lo spagnolo Torres e il tedesco Kluge sono da temere. Una bella compagnia".
Com’è Elia Viviani, cinque anni dopo?
"Ho buone sensazioni. Al Giro d’Italia non sono riuscito a vincere, però ho ritrovato la condizione e dopo quell’esperienza ho toccato quasi esclusivamente la bici da pista. Ho lavorato sodo col gruppo, con questi formidabili ragazzi. Se le Olimpiadi si fossero disputate nel 2020 sarebbe stato peggio, quello non è stato un anno felice, adesso va meglio".
L’oro di Rio le ha cambiato la vita?
"Come atleta ti senti totalmente realizzato, è come se non ti ponessi più limiti. Un passo avanti enorme, un gradino che sali e poi guardi le cose dall’alto. Uno stato di grazia che dura. Come persona sono entrato nelle case delle persone, adesso mi fermano per strada, ho capito cos’è la popolarità".
E chissà dopo avere portato la bandiera dell’Italia, cosa può succedere.
"Sono emozionato sin dal primo giorno, quando mi dissero che questo onore sarebbe toccato a me insieme a Jessica Rossi. E poi il ricevimento dal presidente Mattarella, così cordiale e pronto a spedirci qui in Giappone a fare del nostro meglio. La voce mi tremava e non ha smesso. Guidare gli atleti azzurri nell’ingresso allo stadio è qualcosa che non scorderò mai, non sono davvero in grado di raccontarlo".
Come le sembra questa Olimpiade nell’emergenza?
"Qualcosa di grande per il messaggio che sta mandando al mondo: si può resistere e ripartire. Certo, tra noi c’è attenzione enorme, neppure salutiamo con il gomito per non entrare in contatto con nessuno, ci facciamo bastare un cenno: sarebbe una beffa troppo grande non poter correre per colpa di un tampone positivo".
In questo modo, però, non avete conosciuto la vita del villaggio.
"Solo nei primi due giorni, poi ci siamo trasferiti qui a Izu dove sembra di correre un mondiale, però va bene lo stesso. E dopo l’oro del quartetto va ancora meglio".
A causa delle delusioni delle gare su strada maschili, si è parlato molto della crisi del nostro ciclismo. Le cose stanno davvero così?
"Andiamo con ordine. La prova su strada l’abbiamo controllata bene, abbiamo corso da squadra ma nel finale c’era chi aveva più benzina, nello sport succede. Per quanto riguarda la cronometro, solo i sognatori potevano immaginare Ganna d’oro con quel percorso pieno di salite. Ma la pista, come avete visto, è un’altra storia. È cominciata benissimo e speriamo non finisca qui. Non dobbiamo dimenticare le ragazze: Elisa Longo Borghini ha vinto il bronzo su strada in due Olimpiadi di seguito, e in pista le azzurre possono ancora dire la loro. Il quartetto è molto cresciuto e sono sicuro che a Parigi 2024 farà benissimo".
Però la stagione su strada ci ricorda che non abbiamo più campioni da classiche o grandi giri.
"Dopo un anno e mezzo di Covid sono saltate le certezze anche nello sport. Per quanto riguarda il ciclismo, questa è un’epoca in cui i fenomeni li hanno gli altri: Pogacar e Van Aert principalmente, ma anche Bernal e Van der Poel. Tuttavia nelle classiche possiamo difenderci, Trentin ha sempre grande continuità, abbiamo conquistato tre campionati europei consecutivi, Bettiol ha vinto il Giro delle Fiandre solo due anni fa. Per i giri, speriamo che l’erede di Nibali non si faccia attendere troppo a lungo".