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I più veloci del mondo

(agf)

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Incredibile a Tokyo: l’Italia vince anche la staffetta 4x100 con solo un centesimo di vantaggio sulla Gran Bretagna, dopo il clamoroso oro nei 100 siamo noi a raccogliere l'eredita di Bolt e della Giamaica
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TOKYO - Sprint is coming home. Avvisate pure Mr. Bolt. E tutta la Giamaica. La velocità mondiale cambia casa, musica, geografia. 85 anni fa a Berlino eravamo arrivati argento dietro a Jesse Owens, ora dietro non ci stiamo più. 
Un tuffo, un ricciolo, un centesimo. Un recupero, un sorpasso, un traguardo. La rabbia e la velocità di Mennea in altri corpi. Quando rincorri, bracchi la preda, l’inchiodi. Quando capovolgi il mondo e te lo prendi. Come a Mosca ’80, sempre con un britannico avanti (allora era lo scozzese Wells), fino alla rasoiata di Tortu che toglie l’arrivo all’ultimo frazionista, Mitchell-Blake. Sorry Queen, it’s Italy on the line, anche stavolta vi è andata male. Per un rigore in più e per un centesimo in meno. È proprio vero: less is more. 

TOKYO - Sprint is coming home. Avvisate pure Mr. Bolt. E tutta la Giamaica. La velocità mondiale cambia casa, musica, geografia. 85 anni fa a Berlino eravamo arrivati argento dietro a Jesse Owens, ora dietro non ci stiamo più. 
Un tuffo, un ricciolo, un centesimo. Un recupero, un sorpasso, un traguardo. La rabbia e la velocità di Mennea in altri corpi. Quando rincorri, bracchi la preda, l’inchiodi. Quando capovolgi il mondo e te lo prendi. Come a Mosca ’80, sempre con un britannico avanti (allora era lo scozzese Wells), fino alla rasoiata di Tortu che toglie l’arrivo all’ultimo frazionista, Mitchell-Blake. Sorry Queen, it’s Italy on the line, anche stavolta vi è andata male. Per un rigore in più e per un centesimo in meno. È proprio vero: less is more. 


Filippo si mette le mani nei capelli. Ha sbuffato come un cavallo pazzo per tutto il rettilineo, con le gote che tremavano dallo sforzo. Butta la testa avanti, un vizio meraviglioso. «Io mi tuffo sempre, anche troppo, forse ho sbagliato sport». Nel 2014 in Cina a 16 anni inciampò all’arrivo, sempre per la voglia di bruciare tutti, e si fratturò le braccia. Gesso e due interventi chirurgici. Ma stavolta è miracoloso, come la sua corsa. Capisce, ha capito, guarda il tabellone. 37”50. Italy. Big, non Little. 
Il quartetto azzurro è oro per la prima volta, quarta medaglia, la prima dal bronzo di Londra ’48. Record italiano (quasi mezzo secondo in meno del 37”95 realizzato in batteria), quinta miglior staffetta della storia, la Gran Bretagna soffre e maledice quel centesimo, ma è lo stesso con cui vinse sugli Usa ad Atene 2004. A volte il destino si ricorda di averti già fatto un favore. Italia prima per un soffio, perché l’oro nei cento di Jacobs ha cambiato il vento, ha stappato il perché no? «Ho pianto di gioia per la seconda volta in vita mia e piangerò ancora molto», dice Tortu con gli occhi rossi. E che si è rifatto dalla mancata finale dei cento. Bravi tutti. Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Eseosa ‘Fausto’ Desalu, da pronunciare con l’accento sulla u, Filippo Tortu. 21, 26, 27, 23 anni. Insieme fanno un po’ meno di un secolo. Ma soprattutto fanno la storia d’Italia, delle sue piccole grandi migrazioni, dei suoi ritorni a casa, delle sue radici che viaggiano, delle sue trasformazioni, della sua voglia di fare squadra. Due neri, due sardi. Uno venuto al mondo a El Paso, Texas, un altro di origine nigeriana, ma nato in Italia, a Casalmaggiore, uno di Oristano e un altro di Milano (ma con l’isola tatuata sul fianco, anche perché il papà è di Tempio). Ma su questo tema loro sono più avanti: «Noi ci vediamo uguali, non ci piace la domanda sul colore della pelle, abbiamo tutti la maglia azzurra». 


Proprio uguali agli altri però alla presentazione non sembravano, gli altri fisicamente più colossi, dal Canada alla Giamaica, passando per la Gran Bretagna, con tutta la letteratura del «corri, ragazzo, corri». I nostri, quattro amici al bar, l’esordiente Patta, esile, da calciatore in Serie D metteva dentro molti gol, un Paolo Rossi più tonico, Jacobs muscoloso ma proporzionato, Desalu, potrebbe fare il ballerino, Tortu, flessuoso. Nessuno che fa scene, giusto Jacobs, da campione olimpico, mostra i muscoli, Tortu si mette le mani sulla testa, quasi a tenerla insieme. Quattro boys di sostanza. Poi tutto quasi perfetto: Patta non si fa fregare dall’emozione dei 21 anni e della prima Olimpiade, Jacobs accende i razzi, anche se non ha più punti di riferimento, perché il Giappone accanto pasticcia ed esce, ottimo Desalu, che sul mezzo giro di pista è l’azzurro più rapido, per fortuna è in ottava, lui preferisce la curva larga, solo che il cambio con Tortu è un po’ schiacciato. Filippo parte quasi da fermo, l’Inghilterra è avanti con Blake, che mette paura, e nella corsia interna c’è il canadese De Grasse, con il morale alto per aver vinto i 200. Ma ricordate Mennea a Mosca che esce quinto dopo la curva e risale la corrente? Da agonista puro. Tortu è uguale, dà quell’impressione, che non mollerà nemmeno un centimetro. 

Nessuno di questi ragazzi vuole fare passare il mondo. Vengano pure e glielo strappino dalle mani, ma di cederlo non se ne parla. Tortu corre dritto, riesce ad aprirsi, con le ampiezze giuste, finalmente lanciato, come non faceva da tempo, risale, e sul traguardo è una lama della ghigliottina su cui s’impiglia Blake. Michael Johnson, grandissimo campione della pista e telecronista, ha appena finito di dire che l’Italia lui tra le protagoniste non ce la vedeva. Vabbè Michael, capita di non accorgersi che il mondo ha voglia di un nuovo inizio. Gran Bretagna, argento in 37”51, Canada bronzo in 37”70. Patta salta su Tortu, poi tutti abbracciano tutti, pianti, commozione, felicità, tricolori sulla vita e sulle spalle. De Grasse fa i complimenti. «l’Italia ha una buona alchimia, good job». Lo affermano anche gli stranieri: «Italy is in a competitive state of grace». Tortu si lascia andare: «Il momento più lucido è stato quando ho corso. Mi ripetevo: non avere fretta, che lo prendi, sicuro che lo raggiungi. Io in vita mia ho pianto di gioia solo due volte: stasera e quando ci siamo qualificati per Tokyo». Tutti e quattro avevano un patto: «Si vince, ce la possiamo fare, ce la giochiamo». A Jacobs chiedono se l’Italia è la nuova Giamaica. «Siamo meglio, anche degli Usa, questa è la migliore Italia di sempre. Sono contento se io e Tamberi siamo riusciti ad essere da stimolo a questa squadra che ora ha 5 ori. Io non mi sarei mai immaginato una medaglia, figurarsi due. Il segreto? Prima di entrare in pista ci siamo guardati negli occhi e abbiamo capito che potevamo fare qualcosa di incredibile». 

Carl Lewis approva di sicuro visto che ha detto che la staffetta americana, eliminata subito, pareva una banda di liceali: peraltro il tempo degli azzurri è il più lento in una finale dal 2008 e gli americani lo stabilirono nel 1991 ai Mondiali. Desalu, che non era riuscito a qualificarsi per la finale dei 200, dice che le gambe gli tremavano «per la responsabilità» e che serviva la gara perfetta. «Però questo non è il calcio, noi non ci odiamo, facciamo i complimenti agli inglesi». Ci mancherebbe, ottimi secondi. Quartetto azzurro di militari, tre delle Fiamme Gialle e Jacobs delle Fiamme Oro, perché ormai lo sport italiano veste le stellette. Quattro celibi, ma con un papà Jacobs che ha tre figli e che l’anno prossimo si sposerà. Quattro campioni olimpici in una staffetta che l’Italia non aveva mai vinto. Quattro che sono saliti sulle spalle di quelli di prima (Berruti, Mennea), perché non si corre mai da soli, e che adesso vedono il mondo da lassù. Molto più azzurro.