La provincia italiana serbatoio di medaglie dove mancano palestre e piscine
dal nostro inviato Maurizio Crosetti , dal nostro inviato Maurizio CrosettiTOKYO. Se questi Giochi Olimpici riscrivono la storia dello sport italiano, il loro segno è profondo anche sulla geografia. La mappa del tesoro, cioè delle nostre 39 strabilianti medaglie, tocca lembi da telequiz: chi saprebbe collocare sulla famosa "cartina muta" delle superiori posti come Mesagne, Cittiglio o Casalmaggiore? E chi ha mai sentito nominare Grumo Appula o Gravedona ed Uniti? Eppure sono tanti piccoli cuori d'Italia, l'Italia delle molte Italie, ad aver dato i natali ad alcuni nostri campioni. Luoghi invisibili ma di enorme sostanza, non solo pagine della garzantina. Soltanto quattro romani portano al collo una medaglia, cinque se vogliamo contare anche Abraham Conyedo che è nato a Santa Clara, Cuba, ma ora vive a Ostia.
TOKYO. Se questi Giochi Olimpici riscrivono la storia dello sport italiano, il loro segno è profondo anche sulla geografia. La mappa del tesoro, cioè delle nostre 39 strabilianti medaglie, tocca lembi da telequiz: chi saprebbe collocare sulla famosa "cartina muta" delle superiori posti come Mesagne, Cittiglio o Casalmaggiore? E chi ha mai sentito nominare Grumo Appula o Gravedona ed Uniti? Eppure sono tanti piccoli cuori d'Italia, l'Italia delle molte Italie, ad aver dato i natali ad alcuni nostri campioni. Luoghi invisibili ma di enorme sostanza, non solo pagine della garzantina. Soltanto quattro romani portano al collo una medaglia, cinque se vogliamo contare anche Abraham Conyedo che è nato a Santa Clara, Cuba, ma ora vive a Ostia.
Tra le grandi città, la più medagliata è Napoli (4), mentre Catania sta sul podio insieme a Milano (3). La piemontese Verbania batte Torino 2-1. Soltanto una medaglia per Genova e Firenze. Le metropoli sono diventate provincia, e la provincia è capitale. C'è tantissimo Sud nel nuovo panorama dello sport italiano, che ci racconta un'evidenza che avevamo dimenticato ben oltre Pasolini: l'Italia è provinciale, nel senso più alto del termine. Chissà perché da noi lo si usa quasi sempre in maniera riduttiva. Ma come, vince il meridione dove non ci sono palestre e piscine? Sì, è così. Forse invece ci sono ma stanno nascoste, oppure sono poche ma producono molto, sono terreni ad alta intensità di raccolto. Le storie degli azzurri raccontano di lunghi viaggi per trovare un campo d'allenamento o una società sportiva, chilometri macinati dai genitori sulle strade statali e provinciali: riecco l'aggettivo e di nuovo in senso virtuoso, perché le strade provinciali sono la rete capillare nel sistema circolatorio del nostro paese, servono a collegare, uniscono anche se bisogna scollinare un po'. La provincia che una città-mondo come Tokyo, megalopoli per eccellenza, consegna adesso all'Italia è comunque ben distribuita. Ci sono tanta Lombardia, tanto Veneto e Toscana, dunque l'Italia più ricca, ma c'è anche la clamorosa Puglia che se fosse una nazione (lo è? Chiediamo a Checco Zalone?) nel medagliere starebbe davanti a decine di stati.
La carta geografica azzurra non isola nessuno, non la Sardegna, non la Sicilia, non il Belice o il Friuli di lontani terremoti. In Giappone abbiamo avuto la prima molisana della storia con una medaglia, Maria Centracchio da Isernia, e ancora non si è spento l'urlo di Gigi Busà, "il gorilla di Avola". Il primo oro, che è un po' come il primo amore, se l'era preso Vito dell'Aquila da Mesagne, Brindisi, città che aveva già dato a Olimpia Carlo Molfetta, oro di Londra. Vieni a ballare in Puglia, canterebbe Caparezza, e poi parti da lì per conquistare il mondo. La mappa degli allenatori è pressoché identica a quella degli atleti, non è sbilanciata verso le grandi città e non parla soltanto con gli accenti del nord. Ci dice che in Italia si può lavorare bene ovunque, ma che dappertutto servono miracoli per riuscirci. Dopo un anno e mezzo senza sport, con centinaia di società fallite o a forte rischio di esserlo, con gli impianti chiusi e le rette dei privati cancellate, la sopravvivenza quotidiana è diventata gloria olimpica. Nessuno lo prevedeva, neppure il Coni. Vi ricordate quando, nelle prime terribili settimane del lockdown, si gridava all'untore quando passava un povero runner? Qualcuno aveva deciso che i corridori, respirando forte e senza mascherina, potessero diffondere il Covid. Era una fesseria, naturalmente, ma gli atleti hanno dovuto sentire pure questa. Dove molti di loro andassero di buon passo, adesso lo sappiamo. Stavano correndo in Giappone a prendersi una medaglia.