Patrick Mouratoglou non ha bisogno di presentazioni. Parlano per lui Serena Williams, Stefanos Tsitsipas, Marco Baghdatis. Persino Lorenzo Musetti, quand'era in fasce, è passato dalle sue parti. L'allenatore francese di origine greca, classe 1970, è un uomo multitasking: coach, imprenditore, commentatore tv. E sicuramente dimentichiamo qualcosa. Per cui davvero è una persona che conosce il tennis a 360°.
Patrick, quando pensa a se stesso e al percorso che ha compiuto e sta compiendo cosa pensa?
"Che ho sempre cercato di fare quello che mi piaceva, e di solito quello che mi piace sono cose buone. Ora mi sono reso conto di non avere tutto il tempo che voglio per poter realizzare tutto quello che vorrei realizzare, e quindi non posso più perdere un minuto...".
E' stato antesignano, come allenatore...
"Che io fossi l'unico a fare una cosa non mi ha mai disturbato per niente. Ricorso che nel 1996 avevo un'idea sull'allenamento dei giocatori professionisti: non mi sembrava professionale allenare i giocatori come fossero in un imbuto, dove far passare tutti dentro e poi chi usciva e riusciva a emergere bene, altrimenti pazienza. No, il metodo uguale per tutti non è rispettoso nei confronti dei giocatori e la percentuale di riuscita è bassa. Io volevo che il sistema si adattasse a ogni giocatore, secondo le proprie caratteristiche".
E ha aperto la strada ai coach.
"Mi fa piacere, ma penso che ancora oggi i coach non sono giustamente valorizzati. Un esempio? E' scandaloso che l'Atp non consenta ai tecnici di parlare in campo: in quale sport al mondo il coach non può farlo, dal golf al ciclismo eccetera eccetera? No, nel tennis le cose stanno così: 'tu coach stai zitto che non hai diritto di parlare: se parli ti diamo un'ammonizione davanti a tutti".
Lei vorrebbe portare delle novità.
"Sono convinto che il tennis non parli più per niente ai giovani, ed è un fatto dimostrato dalle percentuali: purtroppo qui ci sono persone fiere e contente che pensano che siano le persone a dover venire verso il tennis. Io penso che siamo noi a dover andare verso i giovani, noi dobbiamo sedurre i fan. Le persone come noi sono amanti del tennis degli anni '80 e nel mio caso, anche dagli anni '70. Invece bisognerebbe proporre un prodotto che ci aiuti a portare più fan e più giovani nel mondo del tennis, l'ho detto ad Andrea Gaudenzi anche se si può avere impressione che io faccia delle cose per dividere".
Non è così?
"No. E aggiungo che l'industria del tennis mi segue moltissimo , parlo di tutte le aziende coinvolte nel tennis, racchette abbigliamento, eccetera. Sanno tutti che quello che dico è vero: la media dei fan del tennis è di 61 anni".
Cosa proporrebbe?
"Io al mio evento, l'UTS, ho fatto lasciare un solo servizio, così che non daremo più la colpa a Goran Ivanisevic, che ha fatto capire che si poteva basare quasi tutto il suo gioco sul servizio. Tanto la preparazione fisica è progredita, i giocatori si spostano veloci e va bene".
Ma nessuno ascolta.
"Il tennis è uno sport governato da conservator, quindi è molto difficile cambiare la situazione attuale: non si parla dei problemi di fondo di questo sport".
Almeno resta il lavoro fatto in nome dei coach.
"Non sono stato l'unico, ma sicuramente ho dato un grosso contributo. Penso che adesso il lavoro di coach nel tennis sia più rispettato di prima. Sarebbe bello vedere entrare sul campo il giocatore insieme al coach, mestiere molto duro con molte responsabilità, che prevede coraggio. Ma non molliamo".