Riti, stadio e sofferenza: quell'anno mi innamorai del Napoli e non lo lasciai più
di NICOLA APICELLA
Gli occhi del tifoso raccontano la stagione del secondo scudetto, dalla partita col Pisa in Coppa Italia fino al fatidico 29 aprile con il gol di Baroni urlato a squarciagola dal mitico radiocronista locale Antonio Fontana
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Pensandoci bene diventai tifoso del Napoli proprio in quegli anni. Il primo scudetto, quello del maggio '87, mi colse per così dire impreparato. Avevo 12 anni, un'età in cui allora, almeno per me, il calcio era fatto solo delle infinite partite che si giocavano in strada, con due pietre a fare da pali e una traversa immaginaria. Tre anni dopo fu tutta un'altra storia, sarà stata l'età, oppure semplicemente il fatto che nel frattempo lo svezzamento si era compiuto, andai infatti per la prima volta allo stadio. In questi casi c'è sempre un prima e un dopo. Nulla di eccezionale, un semplice Napoli-Pisa di coppa Italia se la memoria non mi inganna (con Maradona assente e io che mi affannavo a cercarlo in tribuna col binocolo), però da quel momento io e il Napoli non ci siamo più lasciati. Come si dice, nella vita si può cambiare casa, auto, moglie, ma non la squadra del cuore. C'è un momento in cui la s…
Pensandoci bene diventai tifoso del Napoli proprio in quegli anni. Il primo scudetto, quello del maggio '87, mi colse per così dire impreparato. Avevo 12 anni, un'età in cui allora, almeno per me, il calcio era fatto solo delle infinite partite che si giocavano in strada, con due pietre a fare da pali e una traversa immaginaria. Tre anni dopo fu tutta un'altra storia, sarà stata l'età, oppure semplicemente il fatto che nel frattempo lo svezzamento si era compiuto, andai infatti per la prima volta allo stadio. In questi casi c'è sempre un prima e un dopo. Nulla di eccezionale, un semplice Napoli-Pisa di coppa Italia se la memoria non mi inganna (con Maradona assente e io che mi affannavo a cercarlo in tribuna col binocolo), però da quel momento io e il Napoli non ci siamo più lasciati. Come si dice, nella vita si può cambiare casa, auto, moglie, ma non la squadra del cuore. C'è un momento in cui la scegli e quella resterà per sempre.
Quando il Napoli vinse il suo secondo (e ahimè finora ultimo) scudetto, avevo da poco compiuto 15 anni, come detto ero stato allo stadio giusto un paio di volte perché convincere mio padre, da sempre poco tenero nei confronti di quelli che definiva "22 sfaticati in mutande", non era esercizio facile. Per fortuna a mettere una buona parola ci pensava mamma, napoletana di San Giovanni a Teduccio e molto più tifosa di papà.
Ricordo benissimo quel 29 aprile, giorno di Napoli-Lazio, e ricordo tutti gli episodi, i preparativi, che hanno accompagnato quella settimana. Non stavo nella pelle, non vedevo l'ora che arrivasse domenica. Si respirava l'attesa per qualcosa di importante, bastava vedere il numero di bandiere che tappezzavano la città crescere di giorno in giorno. Con Felice, un mio compagno di classe, avevamo i nostri riti e guai a saltarli: il pagellone del lunedì, i commenti alle trasmissioni viste sulle tv locali e la cronaca scritta di come sarebbe andata (secondo noi) la partita della domenica successiva. E poi la nostra agenda, che ancora conservo, ricca di ritagli di giornali, figurine, disegni. Per Napoli-Lazio decidemmo di fare le cose in grande, una cintura con i volti dei giocatori utilizzando le figurine Panini, un cartellone gigante con sopra incollate le foto di Maradona e i titoli fatti con i ritagli di giornale, un bandierone trasformato in mantello.
Il sabato prima di Napoli-Lazio mio padre mi mandò al solito bar del centro a giocare la schedina, le solite due colonne, 1200 lire. Ora, voi sapete cos'era la 'macchia' in una schedina? Il risultato a sorpresa, quello che avrebbe fatto saltare il banco e reso ricchi i 13 e in parte pure i 12. Ecco, quella volta mia padre decise che la 'macchia' era la vittoria della Lazio a Napoli. Ora, immaginate con quanta preoccupazione ho giocato quella schedina. Per fortuna mio padre non fece né 13 e neanche 12.
Arrivò la domenica accompagnata da tutti i suoi riti. La messa delle 10, i dolci, il saluto a mio nonno e poi il pranzo, la domenica non si scappava, menò fisso: ragù e carne con insalata. E poi la partita, vissuta rigorosamente in strada, la radio e un pallone. La nostra voce non era Ameri e neanche Ciotti. La nostra voce era Antonio Fontana. Il vero tifoso del Napoli non può non aver sentito almeno una volta il suo 'Gol del Napoli, gol del Napoli'. Successe anche quel giorno, la punizione di Maradona, Rubén Sosa che non rispetta la barriera, poi Diego pennella al centro e Baroni, professione stopper, sale in cielo e la mette all'incrocio dei pali dove Fiori non ci arriva. Il boato che uscì dalla radio e l'urlo che arrivò dai palazzi attorno fu impressionante, ricordo quelle trombette che poi ti lasciavano il dito freddissimo, le bandiere, gli striscioni da balcone a balcone. Il Napoli era campione d'Italia e a me non sembrava vero.