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Quella storia al Tour scritta a macchina sotto un ciliegio

Quella storia al Tour scritta a macchina sotto un ciliegio
L'incontro con Gianni trent'anni fa. Un passaggio in macchina. E la scoperta di un giornalista mai visto
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La grande festa non ci sarà, Gianni, anche se ti prometto che io e Stefano faremo un brindisi per te, l'anno prossimo, sì che lo faremo.

Saranno trent'anni giusti, come passa il tempo Gianni, eravamo giovani, tu meno di me però avevi i capelli e la barba neri, non ti avevo mai visto e moltissimo ti avevo letto, come tutti quelli che amano lo sport. Ci avevi chiesto un passaggio, cose da matti. Io e Stefano Barigelli dividevamo macchina e spese e viaggio, era il nostro primo Tour e tu eri rimasto a piedi per non so quale assurdo incrocio del destino, e finisti sul nostro sedile posteriore: noi guidavamo, tu cercavi alberghi e ristoranti, dal finestrino c'era la Francia, la tua Francia, e ci torturavi con i tuoi cd, Brel, Endrigo, al massimo un Paolo Conte.

La corsa diventò presto un dettaglio, era uno di quei Tour che vinceva sempre Indurain, noi avevamo Bugno e Chiappucci. No, Pantani ancora no.

Diventò un dettaglio per me, che infatti non la ricordo proprio. Mi ricordo tutto il resto invece, la scoperta di un giornalista mai visto, e di un uomo pazzesco, che è poi quello che adesso annienta tutti noi che abbiamo avuto il privilegio, oltre a quello comune a tutti di poter leggere i suoi pezzi, di essere suoi amici, compagni di strada e a volte di sbronze.

Avevamo una macchina schifosa, una Croma, che la Fiat ci perdoni, affittata da Stefano che lavorava per Il Messaggero. Io, per Il Tempo: giornali poveri, niente prima classe, la Croma con 70 mila chilometri, che infatti non resse all'impatto col Tour, fin dal primo giorno, fu presto battezzata "La Troia", scusate ma è così. La batteria si scaricava di notte e la mattina dovevamo farla partire a spinta (sì, anche Gianni spingeva), i freni si consumarono nella terrificante discesa del Tourmalet, i gendarmi ci fermarono lungo la strada per Gap dicendoci che non era decoroso andare in giro così, nuoceva al buon nome del Tour. «Pardonnez nous, on est du Tour nous aussi», disse loro Gianni col suo francese splendido di cui era tanto orgoglioso: si allenava declamando Baudelaire e Mallarmé durante i lunghi trasferimenti.

Gianni aveva una cultura assurda. Era un lettore onnivoro, e ricordava tutto, tutto, tutto. Passava da citazioni di Orazio alla formazione del Genoa del 1978 con una sicurezza che annichiliva. Mai sfidarlo alle sue gare di mnemonica, lo hanno già ricordato tutti, lo faccio anche io. A voler dire il vero era lui che sfidava e non ci si poteva sottrarre. Stefano, che era più coraggioso di me, reggeva un po' in quelle di cinema. Tutte le altre materie erano un massacro, bisognava chiedere pietà. Gianni non voleva mai perdere, e non perdeva mai, un po' meglio ci andava nei due contro uno a calcio-balilla (lui giocava da solo, noi in due): la sua specialità era il tiro di spizzo con gli attaccanti esterni, era diabolico e ghignante, dopo i gol gli si leggeva in volto qualcosa che deve assomigliare molto alla felicità.

Gianni era un uomo generoso, i soldi li spendeva senza contarli, per le cose che gli piacevano e soprattutto piacevano a quelli cui voleva bene, che sono tanti. Al ristorante le sue mance erano sempre in banconote grosse, quando portava da bere a una cena o a un pranzo erano sempre almeno tre bottiglie, sempre buone, buonissime. Gianni ha amato mangiare e bere, e questo si sa. Quello che si sa meno è quanto fosse un'esperienza mitica e mistica andare a pranzo o a cena con lui, non importa dove, trattoria, osteria, ristorante di lusso o bistrot. Lì, attorno a un tavolo o a un tavolino, Gianni era proprio Gianni, mangiava, rideva, beveva, si incazzava, raccontava, ricordava, insegnava, brillava, amava. E non perché cibo e vino fossero un'ossessione, certo che no. Ma perché la tavola era il posto dove l'umanità dava il suo meglio, la sua e quella degli altri.

Gianni era un giornalista prodigioso, sì. Io lo scoprii in quel '91 a Castres, profondo sud della Francia infiammata dal sole di luglio. Il Tour è un baraccone mostruoso, che si sposta in luoghi a volte troppo piccoli per contenerlo, e non si sa dove mettere i giornalisti. Lì per sistemare una sala stampa avevano allestito nel bel mezzo del niente un capannone rivestito di tela cerata. Centinaia di persone tutte dietro i loro computerini portatili, a 50 gradi, sudati, puzzolenti, brutti a vedersi. Lui diede un'occhiata alla situazione, mi disse solo: io, qui, no. Prese la sua macchina da scrivere - anche questo si sa, fino a pochissimi anni fa è stato l'unico a usarla ancora - i giornali francesi impazzivano per questo e lo intervistavano continuamente e sparì nei campi infuocati.

Quando finii di mandare il mio pezzo, faticato, sudato pure lui, uscii per andare a cercarlo. C'era questo alberello storto, eroico con la sua ombra, forse un ciliegio. Gianni aveva portato là sotto un tavolino di quelli da bettola, e una sediola sgangherata. Sul tavolo, la macchina da scrivere era assediata da bicchieri mezzi pieni, bianco, rosso, rosé.

Il foglio in macchina era imbrattato con ditate di unto, residui di formaggi, salami e paté erano sparsi ovunque, e intorno a Gianni cinque o sei robusti contadini si affannavano a portargli cose da assaggiare. Una riga battuta velocemente, una sosta, un bicchiere di vino, una pacca sulle spalle, un'altra riga, un altro bicchiere, un altro salame, un'altra risata. Non avevo ma visto e mai potrò più vedere nessuno lavorare così. Non era infatti lavoro. Era vita, la sua vita.

Il giorno dopo mi feci mandare dal mio giornale il suo pezzo, volevo capire cosa potesse aver prodotto quel baccanale. Era un pezzo memorabile, come quasi tutti quelli che Gianni ha scritto dal Tour, che lui, solo lui, ha saputo raccontare per quello che è, un'esperienza che trascende e di parecchio lo sport. Il Tour è la Francia, ma è soprattutto l'uomo. Per questo a Gianni piaceva così tanto, come nient'altro. Perché lui che era un finto burbero, sapeva molto, moltissimo amare. E molto aveva bisogno di sentirsi amato, anche da chi lo leggeva, certo, e non c'è stato un solo lettore, credo, che non abbia ricevuto una risposta a una sua mail o lettera.

Lo so perché poi il destino mi ha portato, ma che follia, a diventare il suo caporedattore. E ogni volta che lo chiamavo per dirgli: «Gianni, hai scritto un pezzo magnifico, sai?», beh, sentivo che quella carezza arrivava, sempre, e sempre veniva apprezzata e conservata lì dentro quel grande cuore che adesso lo ha tradito, ci ha tradito tutti, irrimediabilmente, lasciandoci qui così, nudi, fragili, senza un pezzo troppo grande per poterne fare a meno.