Quando non sappiamo bene che pesci prendere, sull’innovazione, ci sono due strade che la politica imbocca sempre in Italia: la prima è fare un tavolo, la seconda è una cabina di regia. In pratica si tratta della stessa cosa: consiste nel provare a far lavorare assieme tutti i portatori di interesse su un certo tema sperando che ne venga fuori qualcosa di utile.
Di solito queste riunioni si risolvono in un nulla di fatto: servono al massimo a convocare altre riunioni. Fino a quando il governo cade e la giostra ricomincia. Ciò detto c’è da sperare che l’ennesima cabina di regia questa volta invece funzioni: è partita questa mattina a palazzo Chigi; attorno al tavolo, appunto, c’è sempre un tavolo, c’erano 48 fra ministri, vice ministri, capi di gabinetto. Tutti invitati da Paola Pisano, ministro dell’Innovazione, che dal premier Conte ha avuto il mandato di promuovere la trasformazione digitale in tutti i settori, non solo nella pubblica amministrazione.
Parliamo di una cosa concretissima, che non solo deve finalmente farci accelerare e crescere, ma che intanto può evitare figuracce clamorose come la recente vicenda degli “innovation manager”. Mi riferisco a quella figura professionale, individuata dal precedente governo per favorire l’innovazione nelle piccole e medie imprese con un costo in parte sostenuto dallo Stato grazie ad un fondo di 50 milioni di euro.
Una cosa potenzialmente utile ma realizzata malissimo: da un lato il ministero dello Sviluppo Economico si è dimenticato di far usare l’identità pubblica digitale SpID e poi ha messo online tutti i dati personali dei quasi novemila manager che si sono iscritti all’elenco, dimostrando una gestione perlomeno approssimativa del processo; dall’altro molti esperti di innovazione hanno messo nel curriculum competenze inverosimili.
Per dire: nessuno al mondo può vantare di avere 20 anni di esperienza sulla blockchain o i computer quantistici, semplicemente perché quelle tecnologie non c’erano. Per non parlare di quelli che ne hanno approfittato per aggiornare il profilo LinkedIn, scambiando l’autocertificazione in un elenco del MISE, nell’ammissione ad un albo pubblico che invece non esiste.
E’ solo un esempio di come l’innovazione in questo paese non sia quasi mai una cosa seria. Al di là delle debolezze truffaldine di alcuni, manca una strategia condivisa, capire come sarà l’Italia con tutti i cambiamenti che stanno arrivando. Serve finalmente un Piano nazionale innovazione. Il ministro oggi lo ha promesso. Non fra un anno, ma per metà dicembre. Buon segno, non vuole perdere tempo. Ne abbiamo già perso abbastanza.
Di solito queste riunioni si risolvono in un nulla di fatto: servono al massimo a convocare altre riunioni. Fino a quando il governo cade e la giostra ricomincia. Ciò detto c’è da sperare che l’ennesima cabina di regia questa volta invece funzioni: è partita questa mattina a palazzo Chigi; attorno al tavolo, appunto, c’è sempre un tavolo, c’erano 48 fra ministri, vice ministri, capi di gabinetto. Tutti invitati da Paola Pisano, ministro dell’Innovazione, che dal premier Conte ha avuto il mandato di promuovere la trasformazione digitale in tutti i settori, non solo nella pubblica amministrazione.
Parliamo di una cosa concretissima, che non solo deve finalmente farci accelerare e crescere, ma che intanto può evitare figuracce clamorose come la recente vicenda degli “innovation manager”. Mi riferisco a quella figura professionale, individuata dal precedente governo per favorire l’innovazione nelle piccole e medie imprese con un costo in parte sostenuto dallo Stato grazie ad un fondo di 50 milioni di euro.
Una cosa potenzialmente utile ma realizzata malissimo: da un lato il ministero dello Sviluppo Economico si è dimenticato di far usare l’identità pubblica digitale SpID e poi ha messo online tutti i dati personali dei quasi novemila manager che si sono iscritti all’elenco, dimostrando una gestione perlomeno approssimativa del processo; dall’altro molti esperti di innovazione hanno messo nel curriculum competenze inverosimili.
Per dire: nessuno al mondo può vantare di avere 20 anni di esperienza sulla blockchain o i computer quantistici, semplicemente perché quelle tecnologie non c’erano. Per non parlare di quelli che ne hanno approfittato per aggiornare il profilo LinkedIn, scambiando l’autocertificazione in un elenco del MISE, nell’ammissione ad un albo pubblico che invece non esiste.
E’ solo un esempio di come l’innovazione in questo paese non sia quasi mai una cosa seria. Al di là delle debolezze truffaldine di alcuni, manca una strategia condivisa, capire come sarà l’Italia con tutti i cambiamenti che stanno arrivando. Serve finalmente un Piano nazionale innovazione. Il ministro oggi lo ha promesso. Non fra un anno, ma per metà dicembre. Buon segno, non vuole perdere tempo. Ne abbiamo già perso abbastanza.