La nemesi digitale italiana, la nostra condanna, è ricominciare sempre daccapo avendo la sensazione di andare avanti. Ogni volta che arriva un nuovo ministro scopriamo di essere in ritardo e annunciamo un nuovo mirabolante piano che di solito avanza lentamente. Per esempio nel 2016 il presidente del consiglio annunciò che avremmo avuto “tutte le scuole cablate entro il 2018” ma ancora non ci siamo; e alla fine del 2019 un altro presidente del consiglio, alla presentazione del Piano Nazionale Innovazione 2025, disse perentoriamente “adesso vogliamo correre” ma alla scadenza del termine per portare in rete tutta la pubblica amministrazione non era accaduto quasi nulla.
Il rischio con Vittorio Colao è di leggere le sue prime uscite da ministro con gli occhi disincantati del passato. E invece ci tocca avere fiducia nel fatto che questa volta ai piani seguiranno delle azioni e che le promesse saranno mantenute. Quella fatta ieri durante una audizione parlamentare suona così: tutta l’Italia connessa ad un giga per il 2026. Se così fosse saremmo addirittura in anticipo sui nuovi obiettivi stabiliti dalla Commissione europea qualche giorno fa, il 9 marzo presentando “il decennio digitale europeo”: lo strumento si chiama Digital Compass e fisse quattro assi di azioni per una Europa tutta digitale - e quindi inclusiva e sostenibile - entro il 2030. L’impegno di Colao di far prima non è casuale e nemmeno un colpo di genio, visto che gli oltre 40 miliardi del Recovery Plan destinati al digitale vanno spesi entro il 2025. Sarebbe surreale restare indietro avendo a disposizione tutti questi soldi.
Eppoi l’Italia sul fronte della connettività non parte così indietro come si dice: siamo in media Europea, dove stanno gli altri grandi paesi. Vuol dire che una connessione appena decente arriva quasi ovunque, mentre Internet veloce c’è nelle grandi città, dove però la maggioranza di quelli che potrebbero passare ad un servizio migliore non lo fanno. Non ne sentono il bisogno? Non sanno che farsene? Chiariamo: portare un giga in tutte le case italiane in cinque anni è un obiettivo notevole, ma concentrarsi sulla fibra e il 5G non basta: se guardiamo ai dati europei, i veri ritardi italiani non sono sulla connettività, ma sull’utilizzo della rete: troppe poche imprese sono digitali, i servizi pubblici disponibili per i cittadini sono ancora pochissimi (sebbene Spid, la app IO e PagoPA funzionino bene); e soprattutto le competenze digitali diffusa sono scarse in troppi casi addirittura inesistenti. Su questo siamo gli ultimi in Europa, gli ultimi.
Il Digital Compass stabilisce obiettivi che traslati al caso Italia appaiono proibitivi. Primo: avere circa quattro milioni di piccole imprese che usano cloud, big data e intelligenza artificiale; secondo, avere tutti i 22 mila di enti pubblici che offrono servizi online; terzo, far crescere le competenze digitali di almeno 30 milioni di persone. Fermiamoci sull’ultimo obiettivo: come si fa? come facciamo a far diventare cittadini digitali consapevoli, informati, in grado di cogliere opportunità e difendersi dal rischi della rete, 30 milioni di italiani almeno?
E’ questa la vera sfida che abbiamo davanti. Ed è più difficile che portare un giga a tutti (che poi altrimenti non saprebbero che farsene). Ma provarci seriamente è obbligatorio.