ATYRAU (Kazakistan) – La più grande scoperta petrolifera degli ultimi quarant’anni è quasi pronta per lo sfruttamento commerciale. “Siamo molto fiduciosi di poter concludere i lavori ed estrarre il primo barile di petrolio di Kashagan per la fine del 2012, in linea con gli attuali obiettivi”, ha detto Umberto Carrara, numero uno del consorzio Agip Kco che sta costruendo l’infrastruttura. Ci saranno voluti 15 anni di lavori e discussioni, e una montagna di denaro che finora ammonta a 33 miliardi di dollari (e fino a tre volte tanto costeranno gli sviluppi futuri del progetto). Ma Kashagan, immenso giacimento di petrolio e gas che prende il nome dal poeta kazako cantore dei poveri nomadi locali di fine Ottocento, è quasi pronto a tenere fede al proprio nome, e missione: istradare il Kazakistan verso il futuro benessere energetico, e portare lauti guadagni alle compagnie di mezzo mondo che hanno contribuito allo sviluppo dell’impresa.
Tra queste c’è anche Eni, che forse per la prima volta a Kashagan ha preso parte con un ruolo da primattore al “ grande gioco” delle major. Sia nel consorzio di sfruttamento (ha il 16,8% insieme a Exxon, Shell, Total, la locale KazMunaiGas, poi Inpex e ConocoPhillips con quote inferiori). Sia nei lavori di progetto, ingegneria e costruzione, dove il gruppo italiano è partito con la regia in solitudine, anche se nel 2008 le proteste degli altri soci e le pressioni per i ritardi (due volte spostato l’ avvio, originariamente previsto nel 2008) e il lievitare dei costi (circa raddoppiati) hanno allargato la conduzione lavori agli altri partner; e la “ fase 2” vedrà in prima fila Shell ed Exxon. In ballo c’è una produzione iniziale di 370mila barili al giorno, che saliranno a 450mila dopo la reiniezione di gas nei pozzi, e potrebbero arrivare fino a 1,5 milioni al giorno a un pieno sviluppo dei campi del contratto.
Le sfide naturali e ingegneristiche di Kashagan sono enormi: il Mar Caspio, che ospita il bacino petrolifero ampio qualche decina di chilometri, ha profondità minime, che vanno dai 2 ai 5 metri; da novembre a marzo si lavora fino a 40 gradi sotto zero, e il bacino è spesso ghiacciato; il giacimento ha una pressione tra le più alte al mondo, e la miscela di olio e gas che fuoriesce contiene un’elevata concentrazione di acido solfidrico, un elemento letale per gli umani, anche in piccole dosi. Queste sfide – e la burocrazia locale, di ispirazione sovietica – hanno provocato lo slittamento di tempi e costi, per un progetto che già nasceva mastodontico sulla carta. E per essere messo in piedi ha necessitato, solo per la parte off shore, di 15mila chilometri di cavi, 340 chilometri di tubi, 11 milioni di metri cubi di rocce per le isole artificiali che ospitano i pozzi e dove attraccano 150 vascelli ogni giorno, il lavoro di decine di migliaia di persone, reclutate da 82 società di 48 paesi diversi. “Ma ora – aggiunge Carrara - sono fiducioso che chiuderemo nei tempi previsti i lavori della prima fase: il 94% delle infrastrutture sono completate, abbiamo posato tutte le pipeline e scavato 20 pozzi, la metà del totale. Se ci lasciano lavorare, tra un anno ce l’avremo fatta, anche se restano sfide importanti da risolvere per il futuro”. Dal 2013, quando i pozzi dovrebbero accendersi, e le gatte da pelare passeranno ai due operatori anglosassoni Shell ed Exxon.
Tra queste c’è anche Eni, che forse per la prima volta a Kashagan ha preso parte con un ruolo da primattore al “ grande gioco” delle major. Sia nel consorzio di sfruttamento (ha il 16,8% insieme a Exxon, Shell, Total, la locale KazMunaiGas, poi Inpex e ConocoPhillips con quote inferiori). Sia nei lavori di progetto, ingegneria e costruzione, dove il gruppo italiano è partito con la regia in solitudine, anche se nel 2008 le proteste degli altri soci e le pressioni per i ritardi (due volte spostato l’ avvio, originariamente previsto nel 2008) e il lievitare dei costi (circa raddoppiati) hanno allargato la conduzione lavori agli altri partner; e la “ fase 2” vedrà in prima fila Shell ed Exxon. In ballo c’è una produzione iniziale di 370mila barili al giorno, che saliranno a 450mila dopo la reiniezione di gas nei pozzi, e potrebbero arrivare fino a 1,5 milioni al giorno a un pieno sviluppo dei campi del contratto.
Le sfide naturali e ingegneristiche di Kashagan sono enormi: il Mar Caspio, che ospita il bacino petrolifero ampio qualche decina di chilometri, ha profondità minime, che vanno dai 2 ai 5 metri; da novembre a marzo si lavora fino a 40 gradi sotto zero, e il bacino è spesso ghiacciato; il giacimento ha una pressione tra le più alte al mondo, e la miscela di olio e gas che fuoriesce contiene un’elevata concentrazione di acido solfidrico, un elemento letale per gli umani, anche in piccole dosi. Queste sfide – e la burocrazia locale, di ispirazione sovietica – hanno provocato lo slittamento di tempi e costi, per un progetto che già nasceva mastodontico sulla carta. E per essere messo in piedi ha necessitato, solo per la parte off shore, di 15mila chilometri di cavi, 340 chilometri di tubi, 11 milioni di metri cubi di rocce per le isole artificiali che ospitano i pozzi e dove attraccano 150 vascelli ogni giorno, il lavoro di decine di migliaia di persone, reclutate da 82 società di 48 paesi diversi. “Ma ora – aggiunge Carrara - sono fiducioso che chiuderemo nei tempi previsti i lavori della prima fase: il 94% delle infrastrutture sono completate, abbiamo posato tutte le pipeline e scavato 20 pozzi, la metà del totale. Se ci lasciano lavorare, tra un anno ce l’avremo fatta, anche se restano sfide importanti da risolvere per il futuro”. Dal 2013, quando i pozzi dovrebbero accendersi, e le gatte da pelare passeranno ai due operatori anglosassoni Shell ed Exxon.