"Via le pensioni di anzianità
e privatizziamo i servizi locali"
Anticipazioni sulla lettera del premier alla Ue- Sul mercato anche i treni regionali. Si lavora a un intervento da 500 milioni sui regimi militari e dei telefonici di ROBERTO PETRINI
ROMA - Bossi sbarra la strada, ma il problema delle pensioni - e il pressing della Ue - restano un'emergenza. Nella bozza della lettera che Berlusconi è pronto a presentare all'Europa il primo punto è quello "dell'abolizione delle pensioni di anzianità", seguono poi altri impegni, tipo la riforma del mercato del lavoro, la privatizzazione dei servizi pubblici locali e del trasporto regionale ferroviario, l'abolizione delle farmacie comunali. A tutto ciò si aggiunge il pressing dell'ultima ora della Lega, che chiede la piena attuazione della riforma Brunetta ed un taglio drastico nel pubblico impiego.
La carta giocata fino all'ultima ora, durante la contrastata riunione del governo di ieri per tentare di convincere la Lega, è stata quella della riproposizione dello "scalone" della riforma Maroni: in pratica avrebbe innalzato e bloccato l'età minima per l'anzianità a 62 anni più 35 di contributi fin …
La carta giocata fino all'ultima ora, durante la contrastata riunione del governo di ieri per tentare di convincere la Lega, è stata quella della riproposizione dello "scalone" della riforma Maroni: in pratica avrebbe innalzato e bloccato l'età minima per l'anzianità a 62 anni più 35 di contributi fin …
ROMA - Bossi sbarra la strada, ma il problema delle pensioni - e il pressing della Ue - restano un'emergenza. Nella bozza della lettera che Berlusconi è pronto a presentare all'Europa il primo punto è quello "dell'abolizione delle pensioni di anzianità", seguono poi altri impegni, tipo la riforma del mercato del lavoro, la privatizzazione dei servizi pubblici locali e del trasporto regionale ferroviario, l'abolizione delle farmacie comunali. A tutto ciò si aggiunge il pressing dell'ultima ora della Lega, che chiede la piena attuazione della riforma Brunetta ed un taglio drastico nel pubblico impiego.
La carta giocata fino all'ultima ora, durante la contrastata riunione del governo di ieri per tentare di convincere la Lega, è stata quella della riproposizione dello "scalone" della riforma Maroni: in pratica avrebbe innalzato e bloccato l'età minima per l'anzianità a 62 anni più 35 di contributi fin dal 2012. Ma di ipotesi, fino a tarda notte, ne sono uscite parecchie. Fino a surriscaldare i computer della Ragioneria generale e dell'Inps. Alla fine sembra aver guadagnato terreno l'idea dell'abolizione totale delle pensioni d'anzianità, che si potrebbero raggiungere fissando l'obiettivo di 'quota 100' nel 2015.
Si tratterebbe del meccanismo più severo, il "quota 100" nel 2015. Secondo questo progetto si potrà andare in pensione solo con 65 anni di età anagrafica e 35 di contributi, abolendo di fatto l'anzianità. Per arrivarci - visto che nel 2012 la quota è 96 (ovvero 60 anni più 36 di contributi) - il percorso potrebbe prevedere un aumento di dodici mesi all'anno in modo da anticipare "quota 97" al 2012 e via, via, fino ai 65 anni più 35 anni di contributi. Resta, anche in questo caso, il nodo dei 40 anni di contributi, che oggi rappresentano una sorta di certificato per la libera uscita (anche prima dei 60 anni di età anagrafica), ma che potrebbero restare impigliati nella nuova gabbia e sottostare anch'essi all'età anagrafica. L'operazione potrebbe portare a risparmi di 1,7 miliardi l'anno.
L'altra ipotesi, più "soft", di cui ieri sera s'è discusso, è quella di lasciare invariata l'attuale "quota 96" e introdurre un meccanismo, originario della riforma Dini, in base al quale sarebbero previste penalizzazioni per chi lascia e premi per chi resta in base alla filosofia del sistema contributivo. Un meccanismo troppo morbido che non avrebbe accontentato Bruxelles. Sempre in campo l'idea dell'adeguamento dell'età di vecchiaia delle donne nel settore privato (adesso a 60 anni a fronte dei 65 anni degli uomini e dei 61 delle donne del pubblico che nel 2012 andranno direttamente a 65). E' previsto al momento un adeguamento molto "soft" tra il 2014 e il 2026 e si potrebbe decidere di accelerare: lo scalone a 65 anni nel 2012 per le donne del privato porterebbe secondo alcuni calcoli dei tecnici 3,5 miliardi di risparmi nel triennio 2013-2015. Senza contare che si lavora anche ad un intervento, da 500 milioni, per alcuni regimi di favore ancora in vita come quelli dei militari e dei telefonici.
La carta giocata fino all'ultima ora, durante la contrastata riunione del governo di ieri per tentare di convincere la Lega, è stata quella della riproposizione dello "scalone" della riforma Maroni: in pratica avrebbe innalzato e bloccato l'età minima per l'anzianità a 62 anni più 35 di contributi fin dal 2012. Ma di ipotesi, fino a tarda notte, ne sono uscite parecchie. Fino a surriscaldare i computer della Ragioneria generale e dell'Inps. Alla fine sembra aver guadagnato terreno l'idea dell'abolizione totale delle pensioni d'anzianità, che si potrebbero raggiungere fissando l'obiettivo di 'quota 100' nel 2015.
Si tratterebbe del meccanismo più severo, il "quota 100" nel 2015. Secondo questo progetto si potrà andare in pensione solo con 65 anni di età anagrafica e 35 di contributi, abolendo di fatto l'anzianità. Per arrivarci - visto che nel 2012 la quota è 96 (ovvero 60 anni più 36 di contributi) - il percorso potrebbe prevedere un aumento di dodici mesi all'anno in modo da anticipare "quota 97" al 2012 e via, via, fino ai 65 anni più 35 anni di contributi. Resta, anche in questo caso, il nodo dei 40 anni di contributi, che oggi rappresentano una sorta di certificato per la libera uscita (anche prima dei 60 anni di età anagrafica), ma che potrebbero restare impigliati nella nuova gabbia e sottostare anch'essi all'età anagrafica. L'operazione potrebbe portare a risparmi di 1,7 miliardi l'anno.
L'altra ipotesi, più "soft", di cui ieri sera s'è discusso, è quella di lasciare invariata l'attuale "quota 96" e introdurre un meccanismo, originario della riforma Dini, in base al quale sarebbero previste penalizzazioni per chi lascia e premi per chi resta in base alla filosofia del sistema contributivo. Un meccanismo troppo morbido che non avrebbe accontentato Bruxelles. Sempre in campo l'idea dell'adeguamento dell'età di vecchiaia delle donne nel settore privato (adesso a 60 anni a fronte dei 65 anni degli uomini e dei 61 delle donne del pubblico che nel 2012 andranno direttamente a 65). E' previsto al momento un adeguamento molto "soft" tra il 2014 e il 2026 e si potrebbe decidere di accelerare: lo scalone a 65 anni nel 2012 per le donne del privato porterebbe secondo alcuni calcoli dei tecnici 3,5 miliardi di risparmi nel triennio 2013-2015. Senza contare che si lavora anche ad un intervento, da 500 milioni, per alcuni regimi di favore ancora in vita come quelli dei militari e dei telefonici.