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LA CRISI

Uk, un milione di giovani senza lavoro

La chiamano la jobless generation e include i ragazzi che vanno dai 16 ai 24 anni. Il 22% di loro non ha un lavoro, una percentuale che riporta alla grande crisi degli Anni '80

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LONDRA – Con un titolo che occupa tutta la prima pagina, il conservatore Times la chiama la “jobless generation”, la generazione dei disoccupati. E con un titolone analogo il progressista Daily Mirror la definisce la “generazione perduta”. Sono i giovani britannici fra i 16 e i 24 anni d’età: una statistica indica che più di 1 milione di loro sono senza lavoro, pari a quasi il 22 per cento della forza lavoro giovanile, una percentuale che non si raggiungeva nel Regno Unito dalla grande recessione dei primi anni ’80.

Nell’ultimo trimestre, il numero totale dei giovani disoccupati è aumentato di 67 mila unità. I giornali inglesi riportano le storie di una caccia disperata e infruttuosa al posto di lavoro. “Ho inviato 300 domande di assunzione e non ho ricevuto neanche una risposta”, dice Leanne, 18 anni. “Mi candido a 30 lavori alla settimana e finora non ho trovato niente”, racconta Justine, 24 anni. “Ho finito l’università da due anni e sono ancora disoccupato”, confessa Anthony, 19.
“Coloro che soffrono il problema della disoccupaziuone in gioventù rimangono spesso svantaggiati per tutta la vita”, commenta un editoriale del Times, esortando la Gran Bretagna a “fare di più” per i suoi giovani.

Ma non sembra esserci molto che la Gran Bretagna possa fare in questo momento. La disoccupazione totale, dunque non soltanto giovanile, ha raggiunto a novembre quota 2 milioni e 600 mila persone, con una crescita di 130 mila senza lavoro rispetto al trimestre precedente. Il tasso di disoccupazione raggiunge così l’8,3 per cento, il più alto degli ultimi diciassette anni.

Il governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, ammonisce frattanto che il Regno Unito è sulla soglia di una nuova stretta creditizia, un altro “credit crunch” come quello che scatenò il crack finanziario e la recessione del 2008. La crisi dell’euro, afferma King, ha innescato un periodo di straordinaria incertezza, lasciando le banche inglesi a corto di fondi per fare prestiti alle aziende. E questo a sua volta riduce le sue previsioni di crescita quasi a zero, evocando ancora una volta lo spettro di un “double dip”, un secondo tuffo nella recessione, avverte il governatore. Che ammette di non essere praticamente più in grado di fare pronostici sull’economia, neppure a brevissimo termine: “Nessuno sa con precisione cosa ci aspetta. Chissà cosa succederà domani, per non parlare del mese prossimo?”

Proprio oggi il ministero del Tesoro britannico ha annunciato la vendita della Northern Rock, la banca nazionalizzata per prima all’apice del collasso finanziario di tre anni or sono, alla Virgin Money, per 747 milioni di sterline, un peso in meno per lo stato e per il contribuente, e la speranza “che un nuovo istituto di credito faccia prestiti, faccia circolare denaro”, dice il ministro del Tesoro George Osborne. Ma l’atmosfera è sempre più plumbea, a Londra come nel resto d’Europa: “Non è solo l’eurozona, lo scenario peggiora per la Gran Bretagna”, riassume il titolo di prima pagina del Guardian.

Che in un’inchiesta sul settore manifatturiero si domanda: “E’ possibile che il nostro paese sopravviva senza produrre nulla?” Quando la Thatcher andò al potere, nel 1979, l’industria britannica impiegava quasi 7 milioni di lavoratori e rappresentava il 30% dell’economia nazionale, ricorda l’articolo; oggi impiega 2 milioni e mezzo di persone e rappresenta appena l’11% dell’economia nazionale. Nel manifatturiero come nei servizi, nelle aziende del nord come nella City, per i figli come per i padri (e le madri), trovare lavoro nel Regno Unito odierno è diventato un’impresa ardua per tutti. Come sembrano lontani i tempi della “Cool Britannia” di Tony Blair.